intervento

Decreto ingiuntivo: un vademecum alla tassazione

La Corte Suprema, sezione V, con l’ordinanza dell’11 febbraio 2011, numero 3501, ha riaffermato il principio di diritto a tenore del quale “ai fini dell’imposta di registro, il decreto ingiuntivo che condanni sia il debitore principale che il fideiussore al pagamento di una determinata somma non è soggetto a duplice tassazione, in relazione alla duplicità delle condanne, avendo il decreto un unico effetto giuridico, consistente nella condanna di più soggetti, in via alternativa, al pagamento della stessa somma”.

CONTESTO NORMATIVO
E’ necessario – per un corretto inquadramento del tema – delineare il contesto normativo nel quale calare la massima, tralasciando ogni riferimento specifico alla delicata fattispecie dell’enunciazione di atti non registrati nei provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Ai sensi dell’articolo 37, D.P.R. 131/1986, “gli atti dell’autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio, i decreti ingiuntivi esecutivi…..sono soggetti all’imposta (di registro) anche se al momento della registrazione siano stati impugnati o siano ancora impugnabili, salvo conguaglio o rimborso in base a successiva sentenza passata in giudicato….. Il contribuente che ha diritto al rimborso deve chiederlo ai sensi dell’art. 77 all’ufficio che ha riscosso l’imposta”.
E’ sufficiente un provvedimento giudiziario – indipendentemente dal suo passaggio in giudicato – per far sorgere l’obbligo della registrazione, seppur basata sul valore provvisorio fissato dal giudice di primo grado, ferma la possibilità del conguaglio o del rimborso alla “conclusione” di tutte le fasi processuali azionate. Quanto agli atti giudiziari da sottoporre a registrazione, l’articolo 2, Tabella, allegata al D.P.R. 131/1986, fissa il principio di tassatività: per gli atti dell’autorità giudiziaria, diversi da quelli espressamente contemplati nella parte prima della tariffa (cfr. articolo 8, Tariffa, parte I), non vi è obbligo di chiedere la registrazione.

OBBLIGO
Resta da stabilire su chi grava l’obbligo di richiedere la registrazione.
L’articolo 10, lettera c), T.U.R. prevede che sono obbligati a richiedere la registrazione “i cancellieri e i segretari per le sentenze, i decreti e gli altri atti degli organi giurisdizionali alla cui formazione hanno partecipato nell’esercizio delle loro funzioni”.  Si tratta, però, di soggetti sui quali – ferme le precisazioni di cui oltre – non grava anche l’obbligo di corrispondere l’imposta, essendo – per legge – deputati a curare i soli adempimenti formali. Invero, mentre – nella “normalità” dei casi – all’atto della richiesta di registrazione il richiedente deve pagare l’imposta (principale) liquidata, “i funzionari indicati alla lettera c dell’articolo 10 sono tenuti al pagamento o al deposito (della somma corrispondente all’imposta liquidata) limitatamente ai decreti di trasferimento emanati nei procedimenti esecutivi e agli atti da essi ricevuti. Per gli altri atti degli organi giurisdizionali il pagamento dell’imposta deve essere effettuato….dalle parti in causa o dai soggetti nel cui interesse è richiesta la registrazione (articolo 54, commi II e III, T.U.R.).

REGISTRAZIONE D’UFFICIO
E, in mancanza del pagamento o del deposito, l’Agenzia delle Entrate procede alla registrazione d’ufficio notificando “apposito avviso di liquidazione al soggetto o ad uno dei soggetti obbligati al pagamento dell’imposta con invito ad effettuare entro il termine di sessanta giorni il pagamento dell’imposta…..” (articolo 54, ultimo comma, T.U.R.). Quindi, la corresponsione del tributo grava per gli atti giudiziari sulle “parti in causa” (articoli 54, III comma e 57, I comma, T.U.R.), obbligate solidalmente (articolo 57, I comma, T.U.R.). Si tratta della cosiddetta “solidarietà passiva”, prevista dall’articolo 1292 del Codice civile.

Ne consegue che il fisco ha il diritto di recuperare l’imposta per intero da uno qualsiasi dei debitori in solido, che – dopo il pagamento – “può ripetere dai condebitori soltanto la parte di ciascuno di essi. Se uno di questi è insolvente, la perdita si ripartisce per contributo tra gli altri condebitori, compreso quello che ha fatto il pagamento” (articolo 1299, I e II comma, c.c.).

LE PARTI IN CAUSA
“Parti in causa” sono l’attore, il convenuto o l’interventore, per cui – tornando alla recentissima massima della Cassazione riportata all’inizio di questa breve disamina – nelle ipotesi di emissione di decreto ingiuntivo ai sensi dell’articolo 633 c.p.c., anche lo stesso richiedente.
La registrazione del decreto ingiuntivo si lega, però, alla sua “esecutività” (articolo 37, I comma, T.U.R.) e non alla mera emissione, come invece disponeva l’articolo 35 D.P.R. 634/1972.
L’aspetto da considerare è il nesso esistente tra l’obbligazione del debitore principale e quella del fideiussore, nell’ipotesi in cui il decreto ingiuntivo condanni entrambi al pagamento. Nella sostanza, le due “disposizioni” mancano di autonomia, derivano necessariamente – per la loro stessa natura – l’una dall’altra, per cui danno luogo ad una sola imposizione (articolo 21, II comma, D.P.R. 131/1986).
Premesso che “è fideiussore colui che, obbligandosi personalmente verso il creditore, garantisce l’adempimento di un’obbligazione altrui” (articolo 1936 c.c.), “il decreto ingiuntivo che condanni sia il debitore principale che il fideiussore al pagamento di una determinata somma, pur contenendo due condanne – in base alle quali i creditore può perseguire l’uno o l’altro dei due obbligati – in sostanza ha un unico effetto giuridico e cioè la condanna al pagamento della stessa somma. E’ solo questa, difatti, che costituisce lo (stesso) oggetto delle due condanne: tanto che il pagamento da parte di uno solo degli obbligati determina l’estinzione dell’obbligazione e rende, pertanto, non più azionabile il decreto di condanna nei confronti dell’altro obbligato” (Cass., sez. I, 27 agosto 1992 n. 9007).
Le due condanne sono state ritenute alternative e, come tali, non eseguibili entrambe, pena il diritto a ripetere la somma pagata due volte.
Se l’obbligazione posta a base del decreto d’ingiunzione ha carattere unitario, al fine di evitare un’ingiustificata duplicazione del tributo, anche la sua tassazione deve avere carattere unitario e l’imposta essere unica.
Come ribadito dalla Cass., sez. V, sentenza 21 febbraio 2003 n. 2696 (in Boll. trib., 2003, 1503), non esistono differenti rapporti, soggetti a distinti tributi, nei confronti del debitore principale e degli eventuali fideiussori.

TESI OPPOSTA
Eppure l’amministrazione finanziaria – nella logica della moltiplicazione dei presupposti tassabili – ha tentato, negli anni passati, di sostenere la tesi opposta, per “rassegnarsi” solo in epoca più recente. La pronuncia dei giudici di legittimità del 2003 – riprendendo quanto già sottolineato da Cass. 7 aprile 1998 n. 3572 (in Giust. civ., 1998, 1889) – ha anche ribadito la soggezione ad IVA (e non ad imposta di registro) dei decreti ingiuntivi emessi in favore di istituti di credito. Al riguardo, risultando irrilevante la soggettività IVA del fideiussore, è decisiva la posizione del creditore, in quanto se quest’ultimo “abbia la qualifica di ‘soggetto IVA’, e se l’adempimento reclamato sia riconducibile nell’ambito di una fattispecie che potenzialmente implichi l’insorgenza del suo obbligo di pagare l’IVA con rivalsa nei confronti del ‘solvens’ – come appunto si verifica per chi conceda un prestito, quando consegua la controprestazione dovutagli (ai sensi degli artt. 3 e 6 D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633) – il provvedimento giudiziale in discorso assume la consistenza di condanna ad un pagamento sottoposto all’IVA medesima.
Tanto basta per l’operatività del canone della prevalenza dell’IVA sull’imposta proporzionale di registro, atteso che la relativa regola….si ricollega al mero assoggettamento di quel pagamento all’IVA, mentre non risente dell’eventualità che il prestito goda dell’esenzione dell’art. 10 n. 1 D.P.R. 633/1972, non essendo questa compresa fra le specifiche e tassative ipotesi di esenzione per le quali il menzionato articolo 40 deroga a detta prevalenza”.
L’articolo 40 ricordato, contenuto nel D.P.R. 131/1986, è la norma che fissa la regola c.d. dell’alternatività tra atti IVA e registro e considera soggette ad IVA anche talune operazioni per le quali l’imposta non è dovuta, norma ripresa – quanto agli atti giudiziari – dalla nota II, articolo 8, lettera b), Tariffa, parte I, allegata al Dpr 131/1986.

*notaio e presidente dell’Associazione
sindacale dei notai della Campania

vincenzo pappa monteforte*


Giornale numero: 46 - Pagina: 35