A vent’anni dall’intervista rilasciata al Denaro per il suo primo numero, l’ex ministro del Mezzogiorno Calogero Mannino parla delle aspettative deluse e della necessità che la Questione meridionale diventi nazionale se davvero si vogliono risolvere i problemi del Sud
E’ stato l’ultimo ministro del Mezzogiorno e una sua intervista apre il primo numero del Denaro, il 9 maggio del 1991. C’erano allora l’Agenzia e il Dipartimento. Ci s’interrogava su come correggere le distorsioni dell’intervento straordinario. Si ragionava intorno ai ruoli di Meridiana e Superfime per meglio sostenere lo sviluppo delle imprese al Sud. S’intravedeva un abbozzo di consapevolezza degli errori commessi e anche voglia di porvi rimedio. E ora, che cosa resta vent’anni dopo? Come si presenta il Mezzogiorno nella tarda stagione aperta da Tangentopoli? Quali speranze, quali delusioni, quali successi?
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La verità? Vedo nero.
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Calogero Mannino, 72 anni, nato ad Asmara ma cresciuto a Palermo dove studia e si laurea in Giurisprudenza e Scienze politiche, democristiano, consigliere comunale di Sciacca, eletto all’Assemblea regionale siciliana, assessore alle Finanze, deputato per la prima volta nel 1976, rieletto alla Camera nel 1979, 1983, 1987 e 1982, più volte ministro, incriminato su dichiarazione di un pentito, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, assolto nel 2010 perché il fatto non sussiste dopo sedici anni di calvario giudiziario, tornato in Parlamento nel 2008 con l’Udc, ora impegnato nella fondazione di Iniziativa popolare al di fuori degli schieramenti costituiti, conserva lucidità e forza d’animo.
Vede nero? Non è l’unico a pensarla così…
Paradossalmente non esiste più una questione meridionale che non sia anche nazionale.
E questo che cosa significa?
La forbice tra Nord e Sud è cresciuta in modo disastroso. E’ aumentato il debito pubblico, la ricchezza è inchiodata al blocco dello sviluppo.
Cose note…
La dimensione industriale è fortemente attenuata. Milano, capitale economica, è diventata una città terziaria.
E Napoli? Parliamo di Napoli…
Napoli e Palermo, che io accomuno, alla fine degli anni Ottanta potevano sognare che un nuovo sviluppo del Paese poggiasse su di loro. La mia responsabilità di ministro per il Mezzogiorno nel 1991 fu giocata su questa speranza.
Poi?
Le crisi politiche del ’92 e del ’94 hanno chiuso il capitolo prima che si aprisse. Fine della Questione Meridionale.
E basta? Tutto qui?
Le forze che si sono imposte, che si nominano liberiste ma hanno cultura protezionistica, hanno deciso di risucchiare le poche risorse ancora rimaste scaricando sul Sud l’onore del debito pubblico.
In che modo?
Per esempio con la legge di riforma Amato che impose una ristrutturazione del sistema bancario che ha espropriato il Sud del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia, ed anche delle Popolari e Casse di risparmio.
Questa è storia…
Gli sportelli al Sud sono oggi di questo o quel gruppo bancario nazionale che magari ha fatto utili in Italia e si è ricapitalizzato con i nostri istituti avendo magari perso un po’ di soldi in altre parti d’Europa.
Non abbiamo saputo difenderci…
C’è anche da dire che in questi anni l’assalto della criminalità mafiosa alle strutture economiche del Mezzogiorno ha superato ogni limite precedente.
E le politiche di contrasto?
Poi ci arriviamo. Uno degli aspetti non secondari della criminalità al Sud è che finisce per funzionare come pretesto o come alibi per ogni carenza d’iniziativa pubblica che viene malvista in Campania Sicilia o Calabria ed è invece benemerita al di sopra della linea del Po.
Di questo ci siamo accorti…
Le uniche infrastrutture, poche in verità, che si sono realizzate stanno tutte nella Pianura padana. E’ come se si volesse affermare il principio che il Nord si salva solo abbandonando il Sud al proprio destino.
Non sarà una questione di risorse scarse?
Si manca di guardare a ciò che ha fatto la Germania con i Land della ex Ddr che oggi sono diventati una potenza.
Sì, ma come giudica i successi del ministro Maroni che sta infliggendo proprio alla criminalità una serie di sconfitte?
Maroni sta facendo bene. Ma la sua azione non basta perché manca lo sviluppo. Si crea una condizione sociale per la quale i giovani non hanno altra prospettiva o speranza che alimentare il malaffare. La lotta diventa così una fatica di Sisifo.
Che ruolo giocano nella rappresentanza degli interessi tutti i partiti e i movimenti che si richiamano al Sud?
Forniscono risposte molto parziali, frammentate, che non sono all’altezza dell’efficacia della Lega. Voler contrastare Bossi con piccole leghe della Campania o della Sicilia è rendere definitivamente dominante il Nord nel partito del centro-destra.
Che cosa suggerisce di fare, allora?
Il punto è far partire dal Sud una proposta di politica nazionale con partiti nazionali che abbiano visioni nazionali come ebbero la Dc e Pci.
Nostalgico?
Sì, della Dc. Vorrei ricordare che dopo l’appello ai liberi e forti del 1919 Sturzo volle celebrare a Napoli il grande congresso del Partito popolare.
Sono passati più di novant’anni…
E oggi né il Pd né il Pdl si sono rivelati capaci di elaborare una soluzione che metta insieme gli interessi nazionali anche nella differenza delle parti.
Berlusconi non ci ha provato?
E’ paradossale che l’unico partito che avrà ancora un ruolo dopo di lui sia quello di Bossi. La Lega è diventata un movimento di rappresentanza territoriale e quindi anche sociale.
La debolezza delle organizzazioni del Sud rende più grande l’esperienza del Nord?
Faccio un esempio. La Coldiretti che era una costola decisiva della spina dorsale della Dc in tutto il centro-nord ora sta con la Lega.
Il Federalismo può essere una risposta? Può sollecitare il Mezzogiorno a comportamenti più virtuosi?
Allo stato attuale il Federalismo aggraverà le difficoltà delle regioni meridionali senza avviare quel processo positivo di maggiore responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
Perché questo pessimismo?
Milano avrà più soldi e potrà fare più di quello che fa oggi. E quello che oggi fa è molto di più di quello che si fa a Napoli e Palermo.
C’è una via d’uscita?
Vedo nero. I partitini e le piccole leghe che agiscono nel Mezzogiorno si caratterizzano per un vassallaggio alla politica di Tremonti che si muove in modo coerente rispetto ai due obiettivi che si è dato: controllare il deficit pubblico e non far perdere ritmo al Nord. Il che significa far precipitare il Sud nel pozzo profondo del ritardo.
Conviene al Paese una situazione del genere?
Una visione immediata e quindi egoistica suggerisce di sì. Ma guardando in prospettiva la risposta è no. Ma Tremonti non è Vanoni e non vedo alcun Saraceno pronto a scendere da Varese verso Roma. De Gasperi si affidò a loro per realizzare quella politica straordinaria che portò nel 1950 all’avvio di una politica meridionalistica oggi censurata per partito preso.
E tutti i soldi spesi?
Quali soldi? Basterebbe dire che la Germania ha investito nella sua parte orientale in dieci anni molto ma molto più di quello che lo Stato italiano ha speso in cinquant’anni in tutte le regioni meridionali. E non basta.
Che cosa, ancora?
Quando si censura la politica meridionalistica, che per comodità dirò della Cassa, si fa finta di dimenticare che a questa era stato affidato il finanziamento dell’apparato produttivo del Nord quando negli anni Settanta non ce la faceva più ad andare avanti.
Una politica per il Sud a vantaggio del Nord?
Eni, Fiat, Montedison e molti altri colossi industriali aprirono stabilimenti nel Mezzogiorno che hanno chiuso quando il mutamento delle condizioni economiche ne consigliarono la dismissione. Valga il caso di Termini Imerese che poteva facilmente ripetersi a Pomigliano d’Arco.
Con chi bisogna prendersela?
Non certamente con la Lega di Bossi ma con i suoi alleati sciocchi: tutto l’attuale centro-destra.
Se dipendesse da lei?
Alla mia età e nelle mie condizioni il mio dovere è manifestare un pensiero libero, anarchico nelle appartenenze ma fortemente saldato all’archè e agli ideali.
Riproporrebbe l’esperienza della Cassa con i dovuti aggiustamenti?
Ogni cosa a suo tempo. Senza dubbio occorre uno strumento tecnico-amministrativo di direzione degli investimenti pubblici. Quando si hanno pochi soldi si ha il dovere di spenderli bene.
Come, per esempio?
Non è più tempo di assistenzialismi ma le infrastrutture ci vogliono, soprattutto quelle in grado di farci raggiungere rapidamente la Francia o la Germania. Ecco perché ogni meridionalismo autentico oggi è nazionale.
E il Mediterraneo, oggi in fiamme, come entra nel ragionamento?
Se vogliamo essere utili anche ai paesi del Nord Africa dobbiamo connetterci all’Europa del Nord. Solo così potremo essere il ponte reale tra i punti estremi di questo quadrante che ha nel Mediterraneo il suo centro.

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