Le due Napoli s’intitola un volume del gesuita sociologo, come egli stesso si definisce, Domenico Pizzuti. Forse non era esattamente quello che avrebbe voluto veder stampato sul frontespizio mentre raccoglieva i suoi articoli di giornale – molti dei quali pubblicati sul Denaro – e li trasformava in libro, ma la scelta ci viene buona per tornare su un argomento molte volte affrontato e mai chiuso.
Nobile o misera, perbene o permale, signorile o plebea, Napoli è sempre stata dipinta a due colori forti e contrastanti. E molto spesso nel corso della sua storia millenaria la città si è trovata nelle condizioni di voler essere liberata dai suoi problemi da un’elite d’intellettuali e simili che si offre graziosamente di caricarsi sulle spalle il peso del riscatto. Pochi illuminati per salvare i tanti obnubilati.
Dunque, le due Napoli che si fronteggiano e però non s’incontrano: con la seconda, quella bassa, che si ostina a non capire il sacrificio della prima, quella alta, che a sua volta non si capacita dell’ottusità dell’altra che non si lascia guidare docilmente verso una vita più degna e continua a vivere nel degrado come se niente fosse. E così ciascuna parte resta al suo posto, compatendo quando non ignorando il pezzo complementare.
Se il modello fosse giusto, avrebbe vinto. Invece così non è. Napoli è una, con mille volti e tante anime, dove la nobiltà può nascondersi dove non andresti a cercarla e la miseria del cuore spesso s’accompagna alla ricchezza del portafoglio. Napoli è una e come tale va interpretata sollecitata vissuta; cercando nella più larga partecipazione possibile l’unico antidoto all’indifferenza che prometta di funzionare.
Ps. Come qualcuno dei lettori si sarà accorto, il Denaro ha compiuto vent’anni. Quando ho cominciato ad armeggiarci intorno, nel 1991, mi dicevo: dieci anni, dieci anni e poi smetto. Nel 2001, invece di tener fede alla promessa che generosamente mi ero fatto, abbiamo trasformato il settimanale in quotidiano e mi sono ripetuto a mo’ di conforto: dieci anni, ancora dieci anni e poi smetto. Adesso, nel 2011, definitivamente consapevole dei rischi connessi alla gestione prolungata di giornali e tv, rinnovo pubblicamente il mio impegno: dieci anni, altri dieci anni e poi smetto. Per favore, chi di voi dovesse ricordarsene nel 2021 è pregato di farmelo notare con forza.

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