Industria agroalimentare

Ormai del gruppo Cirio resta solo il marchio

La storica industria dal cuore campano, che nel 2010 ha fatturato 10,5 milioni di euro, chiuderà i battenti. Effequattro (Franzese Spa), dopo aver rilevato l’azienda da Conserve Italia appena tre anni fa, dichiara la “cessazione di attività” e licenzia sessanta dipendenti. I sindacati denunciano: Produzione avanti con cooperative esterne


Ormai del gruppo Cirio resta soltanto il marchio. Infatti, a meno di tre anni dalla cessione dello stabilimento Cirio di Caivano da parte di Conserve Italia al gruppo Franzese Spa gli imprenditori campani decidono di chiudere l’azienda e di licenziare 60 lavoratori fissi e circa 600 stagionali.
Lo stabilimento acquisito per 15 milioni nel 2008, ha trasformato nel 2010 due milioni di quintali di “rosso” e fatturato solo per la Cirio 10,5 milioni di euro. Ciononostante arriva la dichiarazione di “cessazione d’attività” e la cassa integrazione straordinaria, scaduta lo scorso 9 febbraio. Il programma di ristrutturazione prevedeva investimenti per 40 milioni di euro, nuova occupazione, reinserimento degli lavoratori ex Cirio, diversificazione di prodotti, sviluppo e innovazione tecnologica e commerciale. “Parlammo di ‘scippo’ del marchio Cirio da parte di Conserve Italia ma non pensavamo che in poco tempo si assistesse a una nuova e peggiorativa operazione di pirateria industriale”, fanno sapere i sindacati. Il 15 maggio scorso sono state avviate le procedure di mobilità per i circa 43 lavoratori a tempo indeterminato (altri 15 lavorano presso alcune cooperative che fanno capo ai Franzese) “a causa della crisi del mercato e la mancanza di commesse”, come spiegano dall’azienda. Ad oggi però ci sono diversi lavoratori che non hanno ancora percepito l’indennità di mobilità. A Caivano la Effequattro (gruppo Franzese) produce sughi di pomodoro e aceto a marchio Cirio. Alcuni dei dipendenti sono in azienda da oltre trent’anni e attendono la pensione, altri stanno emigrando al Nord, altri si “arrangiano” come possono.

Cassa integrazione
I sindacati sono sul piede di guerra e hanno fatto causa a Effequattro, “rea di aver trattenuto il Tfr dei lavoratori e riavviato le produzioni mediante un modello organizzativo e produttivo già in essere in altri stabilimenti della famiglia Franzese, basato sull’utilizzo di cooperative esterne al posto dei lavoratori assunti a tempo indeterminato”, spiegano i sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil. La vicenda dello stabilimento di Caivano ha quindi dell’incredibile. “L’azienda ha messo in cassa integrazione e poi in mobilità i propri dipendenti e si serve di società e cooperative esterne per mandare avanti la produzione. Questa grave anomalia è stata denunciata al ministero del Lavoro dalle segreterie nazionali dei sindacati confederali”, spiegano ancora le tre sigle sindacali.
La storia della Cirio si chiude quindi qui. La più importante azienda conserviera italiana vive una situazione anomala. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il patron Francesco Cirio decide infatti di investire al Sud, partendo da Torino e puntando sulla Campania e sul Mezzogiorno. Altri invece, campani ma non solo, hanno invece chiuso i battenti della storica industria, con il colpevole silenzio delle istituzioni locali e delle associazioni di categoria. Fino a qualche anno fa, la più antica industria conserviera italiana, fondata a Torino nel 1856 dal piemontese Cirio, era presente in Campania con fabbriche a Caivano, Castellammare di Stabia, a San Giovanni a Teduccio e nelle province di Caserta e Salerno. L’ultimo baluardo di una storia lunga oltre 110 anni era rappresentato dallo stabilimento di Pascarola (Caivano), costruito nel 1982 con i fondi del post-terremoto, che ancora si vantava della scritta “Cirio sponsor del Napoli di Maradona”.

Gli inizi
Tutto ha inizio nel 1856 quando Francesco Cirio, allora ventenne, decide di introdurre la tecnica (del francese Nicolas Appert) della conservazione in scatola, detta appertizzazione, iniziando con i piselli e proseguendo con il pomodoro. Nacque il “metodo Cirio”, che ottiene riconoscimenti nella Grande esposizione universale di Parigi del 1867. In quegli anni inizia l’esportazione dei prodotti Cirio nel mondo, da Liverpool a Sydney. Sul finire degli anni ‘80 del Diciannovesimo secolo Cirio, divenuta nel 1889 società per azioni con l’ingresso di soci italiani (i fratelli Pietro e Paolo Signorini) e svizzeri (James Aguet, Emilio Belly, Maurice Couvreu, Arthur Robert e Augusto Rappard), apre succursali in tutta Europa. Da qual momento il patron comincia a investire anche nel Mezzogiorno, in particolare in Campania. Aprino le fabbriche di Castellammare di Stabia, Vigliena-San Giovanni a Teduccio e negli anni a seguire quelle delle province di Caserta (Mondragone, lo zuccherificio di Capua, il Centro ricerche agroalimentari di Piana di Monte Verna) e Salerno (Pontecagnano, Pagani e Paestum). Qualche periodico del secolo scorso, occupandosi a vario titolo della Campania, cita la fabbrica Cirio come esempio di “decoro e vanto dell’industria meridionale”. La “Cirio società generale conserve alimentari” ha il suo fiore all’occhiello a San Giovanni a Teduccio, dove viene fissata la sede nazionale dell’azienda. Lo stabilimento di Vigliena diventa la più celebre unità produttiva di conserve del Continente. Migliaia i lavoratori occupati nelle aziende del gruppo, che diventa uno dei marchi più noti del settore alimentare italiano.

L’era Cragnotti
Con il passaggio della società nelle mani di Pietro Signorini, il marchio si identifica sempre più con Napoli e il Vesuvio: “Pasta Cirio vera Napoli”, “Caffè Cirio”. Nel 1970 arriva la cessione alla Sme. Nel 1993 Cirio viene privatizzata, per passare poi al gruppo Cragnotti per 400 miliardi di lire. Nel 1998, oltre a produrre pomodori l’azienda inizia a fabbricare emissioni obbligazionarie. Così tante che alla fine, nell’estate del 2003, arrivano a 1,125 miliardi di euro. L’accusa della Procura della Repubblica di Perugia è di “concorso di bancarotta impropria”. Durante l’inchiesta emerge che i marchi del settore “latte” sono stati acquisiti con valutazione “zero lire”, mentre in sede di conferimento a Cirio sono stati valutati per decine di miliardi di lire. Il gruppo finisce in “default” nel 2002 per il mancato pagamento delle cedole sulle obbligazioni da 1,125 miliardi di euro per poi essere dichiarata insolvente nel 2003.

La fine di un impero
Nel 2004, dopo alterne fortune, Cirio passa nelle mani di Conserve Italia, leader europeo dell’industria conserviera, tramite Conserve Mediterraneo, newco con sede a Caivano, che si aggiudica il gruppo per 155 milioni di euro assieme a tre fondi di private equity: Mps Venture Sud, il Fondo Mezzogiorno di Sanpaolo Private Equity e Bcc Capital (gruppo Iccrea, espressione delle banche di credito cooperativo). L’operazione riceve il via libera del Governo. L’obiettivo è quello di rilanciare i due marchi del pomodoro Cirio e De Rica con ricavi che, dal 2006, aumenteranno del 10-12 per cento all’anno. Le cose andranno diversamente. Nel 2008 infatti la Cirio di Caivano passa da Conserve Italia a Effequattro del gruppo Franzese di Pietro Franzese, con sede legale a Sarno. Nonostante i molteplici tentativi di scongiurare la cessione del ramo di azienda, lo storico stabilimento di Pascarola passa alla società salernitana per circa 10 milioni di euro. In quel momento a Caivano lavorano 108 dipendenti. Ora l’epilogo.

Basilio Puoti


Giornale numero: 129 - Pagina: 9