Territorio

La stazione, luogo della contemporaneità

“Le nostre porte devono essere spalancate, le nostre bocche sorridere e le mani stringere….tutte le lune del mondo”. Francesco D’Angelo, napoletano doc nato al Cairo, lancia il suo messaggio in un ‘poemetto in prosa’ – definizione di Silvio Perrella- , un’opera prima dall’accattivante titolo: La luna di sopra. Edito da Graus in elegante dimensione grafica, le 79 pagine scorrono veloci attraverso un’ ininterrotta sequenza di percorsi che affondano negli strati più profondi della città. Sopra/sotto, in alto/in basso, stratificazione su stratificazione, in compagnia di evocativi personaggi, come li nomina Italo Ferraro:” Un romanzo che con coraggio descrive una ‘situazione’ fisica e psicologica: la stazione, un luogo su cui non si può dare un giudizio di valore – per esempio se è bella o brutta- ma su cui si manifesta la contemporaneità, in tutte le sue contraddizioni, con tutto il suo reale volto”. L’architetto napoletano, grande conoscitore di Napoli fin nelle sue pieghe oscure, parla di un libro scritto su due dimensioni: la descrizione degli spazi, la rievocazione della loro storia, della loro trasformazione urbana, del loro variare d’uso nel tempo e la parallela descrizione di ciò che avviene in questi spazi della nostra emozione, della sua trasformazione in rapporto ai luoghi, alla memoria. “In questo poemetto in prosa – sottolinea Perrella – che si lega- seppure nella diversità della struttura- alla nostra polifonica tradizione letteraria, alle novelle del Boccaccio, di Pirandello e alla poesia in prosa di Calvino, i nodi non si sciolgono mai e i paesaggi, i luoghi si descrivono non nel movimento ma nella loro verticalità, che è anche una dimensione psichica. I protagonisti sono nomadi in un tempo residuale rispetto alla loro immobilità psichica,in immancabile conflitto appunto con il fragore e il movimento del fuori”. E l’autore – impertinente vagabondo – ricordando che il testo è lievitato in due anni e che l’emozione più grande è per lui proprio quella di leggere l’emozione suscitata dalle sue parole negli occhi degli amici, dei lettori, delle persone sconosciute, riporta ad una dimensione temporale che tanto si avvicina e si confonde con il linguaggio dei suoi personaggi, mai dialogato ma ritmato dai sospiri delle sensazioni e degli oggetti. Forse per questo Ferraro accenna alla sciarpa, al libro,alla matita come ‘cose’ descrittive di una situazione, forse per questo Perrella parla di dettagli: di un paesaggio presagio, figurato e allegorico, di una memoria che si illude proiettando figure non reali in una città che duplica se stessa ,nei suoi luoghi.”Non sono metafore infernali perché Napoli possiede una struttura purgatoriale – afferma Perrella – e il ‘purgatorio’ è una dimensione moderna,intimamente umana”. E nell’attesa degli altri due scritti di Francesco,ancora nel cassetto ma che sappiamo avere come protagonista sempre Napoli, guscio d’uovo dove si sviluppano le storie a detta dell’autore, riflettiamo – come ci invita a fare Perrella – sulle parole delle ultime pagine, quando il protagonista sente il dovere di rimettere a posto le ‘ombre’ per camminare con la persona con cui sono stato bene. E suggerisce: “E’ l’aspetto più politico del racconto, tocca noi napoletani che dobbiamo mettere al loro posto le ombre, fermarlenella dimensione della quotidianità per dare voce alle ombre di oggi, che spesso non vediamo”. Un invito/appello che risuona come un monito nel bellissimo spazio della cappella real monte manso, non a caso pensile su quella cappella Sansevero, dove aleggia l’alchemica atmosfera di questa Napoli mai troppo amata, mai troppo odiata.

Rita Felerico


Giornale numero: 137 - Pagina: 56