Dai caffè del 18mo secolo all’innovazione aperta del 21mo

Piero Formica
Condividere le idee al fine di moltiplicarle, come accadeva in quegli alveari di talenti e intuizioni che erano i caffè napoletani, parigini e londinesi del 18mo secolo. Permettere di usare le nostre idee nei campi in cui non le utilizziamo. È questa l’open innovation, la nuova stella nel firmamento di Internet. Costruendo, incastrando e inserendo un’idea dentro un’altra molto diversa, l’innovazione aperta è un lavoro di bricolage delle idee che, se ben fatto, produce iniziative imprenditoriali assolutamente nuove. Avendone afferrato il valore, le imprese alla frontiera dell’innovazione incoraggiano la collaborazione di massa aggregando fornitori, clienti, concorrenti, potenziali rivali, scienziati e ricercatori. A condizione che tutti costoro siano animati dalla passione per il bricolage. E tutti sono dei bricoleur che assomigliano poco a Robinson Crusoe, costretto a far tutto da sé in isolamento, e molto a Lemuel Gulliver che tanto peso assegnava alle interazioni intense e laboriose con chi da lui era diverso per cultura e interessi.
Intel è all’avanguardia dell’innovazione aperta con tanti bricoleur gulliveriani all’opera attorno all’Innovation Value Institute, un consorzio fondato dal gigante dei microprocessori nei dintorni di Dublino insieme al Boston Consulting Group e la National University of Ireland. Le reti sociali trainate dalle tecnologie digitali hanno già fatto boom. Cerchiamo nuovi amici, ne ritroviamo tra quelli perduti. Facebook con 750 milioni di utlizzatori, LinkedIn (100 milioni) e Twitter (1 miliardo di micro messaggi a settimana) sono i propulsori dei cambiamenti epocali in corso nella politica e nella società. Lo si è visto con i moti della “primavera araba”. Le comunità d’innovazione aperta sono a inizio della corsa. Accesi i motori con bricoleur interdipendenti alla guida, Intel e le altre grandi imprese integrate globalmente, insieme ai nuovi intermediari come NineSigma, InnoCentive, Yet2.com, IdeaCrossing, e altre, si apprestano a fare dell’open innovation la suscitatrice di una “primavera imprenditoriale”.