Il Meeting di Rimini

Pardo: Puntare su economia informale e credito

Recuperare l’economia informale a quella formale e garantire l’accesso al credito alle piccole e medie aziende: questi i consigli al Meeting di Rimini di Italo Pardo, professore di Antropologia economica all’Università del Kent, originario di Napoli ma da trent’anni in Inghilterra dove vive e lavora, perché l’economia in Italia possa riprendere a svilupparsi e l’occupazione a crescere. Questi temi, inoltre, troveranno spazio nel congresso mondiale di Antropologia che l’accademico britannico intende organizzare l’anno prossimo nella sua città natale assieme alla moglie e collega, Giuliana Prato.

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Professor Pardo, di che cosa si può parlare in un congresso internazionale di Antropologia economica?
Parleremo di economia, di città, di sviluppo e soprattutto di economia morale, una definizione ormai diventata globale. Non si può guardare alle imprese come ad attività privatistiche e semplicemente soggette a regole ma come ad attività che possono avere un riscontro, a volte anche piuttosto pesante, nel sociale.
Perché Napoli come sede dei lavori?
Perché Napoli piace. Quando ne abbiamo parlato nei diversi business meeting, in Cina prima e poi in India, c’erano diverse possibilità di cui stavamo discutendo. Da napoletano ho azzardato: Perché non nella mia città? L’idea è piaciuta subito: Napoli affascina.
Nonostante i tanti problemi, Napoli resta attraente anche per la comunità scientifica?
Quali problemi? I problemi passano, sono superficiali.
Quali sono i nodi principali che il Paese deve rimuovere per rilanciare l’occupazione e l’economia?
Innanzi tutto, e nel congresso ne discuteremo, non bisogna pensare che esista un muro tra il settore formale e il settore informale dell’economia che invece interloquiscono e interagiscono tra di loro. Riconosciuto questo, bisogna rendere possibile a chi lavora nel settore informale, con disagio, di emergere.
Come definirebbe l’economia informale?
E’ il mondo di chi non paga le tasse. Non paga le tasse ma produce. Il settore informale è un po’ più complesso, è vero, ma questa è una delle caratteristiche principali. Si tratta di lavorare a nero, sott’acqua, nell’ombra. E poi ci sono varie gradazioni: dalla totale lontananza dalla legalità fino a rasentarla. Quindi, questo settore informale…
…che è molto grosso in Italia…
Sì, è così. Non a caso qui sono stati fatti i primi studi, precisamente a Prato. I rapporti tra settore formale e settore informale sono storicamente amichevoli: parlano tra di loro, interagiscono, fanno parte del mercato.
Allora, che cosa diceva di questo settore informale? Come si recupera alla piena legalità?
Eliminando lacci lacciuoli e normative vessatorie. Consentendo a chi lavora nel settore informale di poter operare senza dover affrontare costi di avvocati, commercialisti, esperti di tutti i tipi per interpretare la realtà.
Basterà?
E’ un buon inizio. Dicono gli imprenditori informali: Io vorrei emergere, vorrei togliermi da questo stato di ansia che mi costa in termini di debolezza psicologica e di fragilità economica. Vorrei emergere ma non posso permettermelo. Non posso permettermi di pagare uno stuolo di professionisti che mi dicano al mattino quando mi sveglio che ho già contravvenuto a duecento leggi di cui non conosco l’esistenza.
L’idea di liberare l’economia e i suoi protagonisti dai lacci e i lacciuoli che ne soffocano la capacità di espressione non è nuova. Perché non se n’è mai fatto niente?
Questo dovrebbero dircelo i nostri politici.
Una volta sgombrato il campo da ostacoli e vessazioni?
Occorre rendere possibile l’accesso al credito, che è fondamentale per costruire capitali e fare impresa. Questa funzione, di vitale importanza, non è adeguatamente sviluppata in tutto il Paese e soprattutto al Sud.
Rendere possibile l’emersione e migliorare l’accesso al credito avvicinando l’economia informale a quella formale basterebbero a rimettere in moto il Paese?
Sì, ne sono convinto. E ci sono studi seri e approfonditi che lo confermano. Certo, bisogna fare sul serio e non solo annunciare di volerlo fare.
Che cosa accadrebbe se il prodotto nazionale potesse giovarsi del reddito oggi sommerso e nascosto?
L’Italia sarebbe il Paese più ricco d’Europa.

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Alfonso Ruffo


Giornale numero: 156 - Pagina: 7