viaggio nel Corpo di Napoli

Caravaggio, maestro di passione e rivolta

“Caravaggio è innovazione, professionalità, passione, rivolta: è per questo che noi Cubani lo apprezziamo” ha detto il vice Ministro della Cultura della Repubblica di Cuba, Fernando Rojas a conclusione del suo intervento alla conferenza stampa di presentazione della mostra “Caravaggio a Cuba”, inaugurata venerdì 23 al Museo Nacional de Bellas Artes, dove fino al 27 settembre si potranno ammirare il “Narciso alla fonte”, del Merisi, e dodici tele di pittori di scuola caravaggesca. Altre opere del grande Maestro saranno esposte nei prossimi mesi a Mosca, in Brasile, in Argentina, ad Ottawa. E proprio ieri, a Napoli, la Fondazione Real Monte Manso ha ospitato un convegno dedicato a Caravaggio, da tutti ritenuto un forte messaggero della cultura italiana nel mondo. “Con la mostra di Cuba – hanno spiegato nostri insigni studiosi e storici dell’Arte – si vuole valorizzare una delle espressioni più importanti del patrimonio culturale nazionale, che rende unica l’Italia nel mondo, anche grazie ai suoi siti storico-artistici, Patrimoni dell’Umanità protetti dall’Unesco, fra cui il Centro Storico di Napoli”.
Ed è qui che ieri, come si diceva, la Fondazione Real Monte Manso in via Nilo ha ospitato l’incontro “Caravaggio da narrare”, a cura della studiosa tedesca Ulla Enger, che ha presentato aspetti ancora inesplorati di alcuni dipinti merisiani: una serata particolarmente densa di fascino, anche grazie alle musiche seicentesche per bandura trascritte dalle partiture originali ed eseguite dall’artista itinerante Basilio Momako.
La Enger si è soffermata in particolare sul “Martirio di Sant’Orsola”, che il Caravaggio dipinse nel 1610 e fu probabilmente la sua ultima opera, in cui ritroviamo anche l’autoritratto: il capolavoro è esposto nella Sala azzurra degli Stucchi presso la sede museale di Banca Intesa, Palazzo Zavallos Stigliano, in via Toledo. Nel dipinto, ha sostenuto la studiosa tedesca, la testa dell’artista, in ombra, sembra uscire dal collo della Santa, e scorrere sulla nuca unendosi con la moribonda; anche le braccia di Sant’Orsola paiono le braccia del pittore: come interpretare questi aspetti?: insieme attendiamo la morte, sostiene la Enger; e dunque il volto così sofferente di Caravaggio esprime un presagio della morte violenta che l’attende, così come violenta fu la fine della Santa, assassinata a colpi di frecce.
Nel suo incessante vagare sulle tracce del geniale Maestro, Ulla Enger nel giugno scorso si è recata a Liveri, casale di Nola, al Santuario di Santa Maria a Parete, dei Frati Domenicani, legata al miracoloso ritrovamento sotto terra, nel punto in cui fu fatta costruire la chiesa, di un’immagine della Vergine Maria, ritrovamento avvenuto nel 1514 grazie al racconto di una pastorella, Autilia, cui sarebbe apparsa la Madonna. In Santa Maria a Parete si trova il dipinto “La morte della fanciulla”, di Belisario Corenzio, artista contemporaneo del Caravaggio.
E’ convicimento della studiosa tedesca che Carenzio e Caravaggio si conoscessero, che il Merisi abbia visto il dipinto dell’artista napoletano e che nel Martirio di Sant’Orsola abbia ripreso un motivo di quella danza macabra: “Nel margine destro del Martirio – ha affermato Ulla Enger – c’è un soldato che porta la corazza; nel bagliore del metallo si osservano luci tridimensionali che sembrano separarsi dal contesto complessivo… sembrano addirittura ossa, come Carenzio ha dipinto la Morte”.
Questi elementi comuni all’artista Caravaggio ed al pittore napoletano – ha raccontato ancora l’illustre ospite della Fondazione Monte Manso – si ritrovano in molte chiese del nord Europa, dove l’Ordine dei Domenicani è assai diffuso.
Da osservatore rapito e null’altro, provo in questa rubrica a condividere con il lettore sensazioni, emozioni che mi procurano i dipinti di Caravaggio trovati su libri, riviste, raccolte di pregio ma specialmente nei luoghi che hanno la fortuna di esporne alcuni, e io di rimanervi a lungo assorto, con gli occhi alti al capolavoro. I personaggi dipinti dal Merisi mi sembrano fuggiti da una raffigurazione statica o di posa; essi racchiudono il movimento, e sebbene ‘fermati’ sulla tela non sono privati della propria energia, che continua negli sguardi, nei colori che svelano ombre e artigli di sofferenza impressa al fisico; dove la morte non è mai liberazione ma trauma dell’esistenza improvvisamente privata di energia. Luci energia carnalità angoscia fisicità serenità sono elementi che mi sembrano condurre in un’altra dimensione: quella del Caravaggio distante da ogni forma pittorica di luogo comune.
Ma leggiamo Renato Guttuso come descrive la particolarità pittorica di Caravaggio: “… si può ristrutturare una complessa scena attraverso un movimento di braccia, un’inclinazione della testa, un volteggio di pieghe. Ogni parte contiene in sé la struttura generale”. E nella “Storia di Napoli”, Antonio Ghirelli afferma che dal soggiorno in città di un artista come Caravaggio “partirà un memorabile rilancio della pittura napoletana”, poiché a Napoli la sua fama d’artista dà al Merisi l’opportunità di lavorare tenacemente e ricevere commissioni in un ambiente non ostile come altri.
“Pensa di scoprire ancora altre cose su Caravaggio” chiedo alla sobria signora Enger. “Certo – risponde la studiosa. Ogni quadro del Merisi è un racconto, un giallo; trama e dramma racchiusi nella tela… Ho cercato di raccontarlo nel mio testo sul Martirio di Sant’Orsola tradotto in italiano, mi ha aiutato l’amico Marco de Gemmis, poeta.
E sempre a Napoli, sulle tracce di Caravaggio, abbiamo iniziato un’altra ricerca, relativa ai rapporti tra il Merisi e il compositore Don Carlo Gesualdo, principe di Venosa, padrone del quindici per cento delle ricchezze della Napoli di allora, che uccide la consorte ed il suo amante nell’autunno del 1406. Gesualdo fu assolto perché uccidere la moglie che lo tradiva era considerato un diritto. Da mie ricerche – prosegue la Enger – sappiamo che Caravaggio ha conosciuto il nobile di Venosa, che gli commissionò un quadro ancora oggi introvabile.
Altra scoperta è che il Giovan Battista Manso, artefice della Fondazione che ospita il convegno del 23, conosceva molto bene sia Caravaggio che Gesualdo; abbiamo nuove tracce da studiare, ma è complicato perché non tutti i documenti sono intatti e non tutte le porte ci sono aperte… un delirio!” sorride la Enger.
“Cosa le trasmettono i dipinti del Merisi?” chiedo ancora.
“Emozione, intelletto; sono opere elaborate quasi matematicamente, quadri pieni di suggestione e intelligenza”.
“Il suo rapporto con Napoli?”.
“Caravaggio è Napoli” sorride Ulla; “il mio rapporto con questa meravigliosa città è speciale; ci sono venuta trent’anni fa, l’ho vista, visitata e alla fine mi sono detta: Napoli è la mia città”.
Napoli e Caravaggio, dunque: la stessa essenza…

Franco D'Angelo


Giornale numero: 177 - Pagina: 67