schegge di valore

La pace non è pacifica

E’ stata inaugurata nei giorni scorsi in via Speranzella 81 a Napoli la scuola della Pace (voluta e realizzata dall’assessore Marilù Galdieri della Provincia di Napoli). Cos’è la pace? Ho provato a chiederlo a persone in varie situazioni e le risposte sono state abbastanza diverse tra loro, anche se prevale, semplicemente, il contrasto con l’idea di guerra. Certo, viene considerata un valore che sia in grado di superare qualsiasi barriera sociale e/o religiosa ed ogni pregiudizio ideologico, in modo da evitare situazioni di conflitto fra due o più persone, due o più gruppi, due o più nazioni, due o più religioni. C’è l’idea patologica del conflitto e quindi la pace è intesa come evitare che sorga oppure di sua eliminazione e delle differenze che sono presenti (imponendo quindi un’idea di verità aprioristica). Questo modo di pensare è chiaramente erroneo: credo che la pace non sia pacifica e che contenga in se il conflitto, inteso come differenza inevitabile ma potenzialmente vitale. La guerra è l’eliminazione della differenza anche attraverso l’eliminazione (fisica o psicologica) dell’altro; la pace, intesa in modo costruttivo, non nega il conflitto e nei casi evoluti addirittura, lo cerca, lo fa emergere per trasformarlo in dialogo e conoscenza generativa. Un’educazione alla pace è capace di sviluppare elaborazioni non violente del conflitto (la violenza non è necessariamente solo quella fisica: c’è la clava ma anche l’indifferenza) soprattutto nel nostro periodo storico, caratterizzato da paura e da aggressività (contro) l’altro. Un’educazione alla pace che valorizza il conflitto Per, deve farsi carico in modo non superficiale o sloganistico delle paure e delle ansie che la non violenza e le proposte “pacifiche” comportano, nella nostra società spesso buonista e superficiale che dà valore all’apparenza. Il conflitto equivale all’incontro, dove si cerca di conoscere e poi capire le “buone”ragioni dell’altro: l’altro è meritevole d’ascolto (vero) e solo ascoltandolo si può pensare di essere ascoltati e di influenzare il suo modo di intendere la vita e portare avanti processi di convivenza. La guerra è un’elaborazione insana del conflitto, una pace moderna è la sua evoluzione virtuosa che permette legami sociali vitali. Anche etimologicamente il termine conflitto contiene il significato d’incontro e di combinazione di differenze. La scuola della pace vuole educare al conflitto e all’alterità. Non siamo abituati all’elaborazione del conflitto in modi non violenti, anche nella quotidianità: oggi avrei avuto almeno quattro occasioni per entrare in conflitto, anche se la mia propensione è amichevole. Tutto parte spesso da escalation minime. Consiglio di vedere lo splendido film di Polanski dove due coppie s’incontrano in un appartamento di New York, per discutere civilmente su un litigio tra i loro figli. Ma piccoli “irritanti”, frasi, espressioni, ecc. piano piano innescano la pericolosa miccia che accenderà la guerra. Erano partiti in pace ma avevano dentro forme profonde di odio che attendevano solo di essere risvegliate. E la situazione privata diventa una prospettiva di interpretazione sulla cultura occidentale, sul concetto di giustizia e di colpa, di vendetta e di lealtà, di pace e di guerra. Un’educazione alla pace deve favorire l’entrata ai ragionamenti sul conflitto per capirlo e non negarlo. Occorre profondità interpretativa, ragionare sul perché il conflitto esiste e come si può sviluppare verso la distruzione o la costruzione. Questo vuole dire accettare l’ambiguità, ragionare e sentire in modo complesso e capire che alcuni termini, in una cultura che esclude il conflitto e l’incontro acquisiscono significati negativi e quindi contengono la guerra dentro. Mi riferisco a parole quali: contraddizione, ambivalenza, incoerenza, discontinuità, ecc; questi termini in realtà sono quelli della complessità e dell’incontro, sono vitali e possono consentire narrazioni poetiche ed etiche. Insisto: non dobbiamo pensare al conflitto come a un processo che consente di trovare nemici ma al contrario permette, se si è educati, di trovare anche veri amici perché tali sono coloro che mantengono la propria e altrui alterità. Il punto è che siccome non riusciamo a essere amici abbiamo bisogno di nemici. Coltiviamo l’inimicizia, le divisioni, ovunque…e questo non solo fa star male ma impedisce di ottenere risultati. Il costo del conflitto( contro) è spaventoso. La scuola della Pace è un’altra grande occasione etico – pratica, non dobbiamo farla diventare un altro dei numerosissimi posti, dove si parla di cosa sarebbe opportuno fare, ma far si che si faccia qualcosa. Questa è la Speranzella.

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a cura di Ugo Righi


Giornale numero: 177 - Pagina: 58