Nostra inchiesta / Centri di competenza dieci anni dopo

Ricerca e impresa, un matrimonio difficile

Nel 2001 l’allora assessore regionale alla Ricerca scientifica Luigi Nicolais lanciava in Campania un modello inedito per trasferire il sapere dai laboratori alle aziende. Unico obiettivo: lo sviluppo. E’ giunto, dopo due lustri, il momento di tirare le somme. Quanta ricchezza hanno prodotto questi distretti della conoscenza? Sono riusciti a sanare il vizio italiano di separare l’accademia dalla produzione? E’ riuscita la Regione a mettere a frutto il lavoro di queste strutture metà università e metà industria? Il Denaro ascolterà nei prossimi giorni il parere dei protagonisti e degli esperti del settore


Hanno raggiunto o no il proprio obiettivo? Detto in altri termini, la spesa è valsa l’impresa? Nati nel 2001 da un’intuizione di Luigi Nicolais, allora assessore regionale alla Ricerca scientifica, i Centri Regionali di Competenza (CRdC) compiono dieci anni e a dire di alcuni hanno fatto il loro tempo. “Ma questa – sostengono i virtuosi – è solo l’opinione di chi non ha saputo costruire una società in grado di stare sul mercato, dotata di una propria autonoma struttura. Insomma, sono cose che possono dire solo coloro che non hanno saputo metter su società in grado di chiudere in attivo i propri bilanci”. Difficile stabilire da quale parte sia il vero. O forse no. Come (troppo) spesso si ama dire: “dipende dai punti di vista”. E in effetti i dieci CRdC creati per sviluppare e accelerare, per ciascuna area strategica di intervento (dalle biotecnologie all’Ict, dalla produzione di nuovi materiali alla conservazione dei beni culturali, dall’aerospazio alla logistica), la transizione del sistema campano della conoscenza verso una reale integrazione con il mondo delle imprese, presentano alcuni punti contraddittori. Almeno tre. Il primo: sono diventati così bravi a intercettare investimenti sul piano internazionale da configurarsi, per i dipartimenti e i centri di ricerca locali, non più come dei partner ma come dei competitor. Secondo: il profilo eccessivamente “accademico” della loro struttura ha fatto sì che invece di proiettare la ricerca nel mondo imprenditoriale, si sono rivelati degli ulteriori strumenti per fare ricerca di base. Terzo: nati per organizzare il sistema della ricerca avrebbero dovuto essere degli strumenti leggeri, quasi a termine, non delle società durature. “Se si sta troppo tempo a organizzare – dice per esempio il responsabile di un centro di competenza impegnato sul versante biotecnologico – vuol dire che non si capaci di portare a termine la propria mssion”. Ma la cose sono un po’ più problematiche. Tant’è vero che superata la prima fase “dimostrativa” (2001-2003), durante la quale le diverse strutture di ricerca esistenti si sono dovute dare la nuova fisionomia di aggregatori dell’innovazione prodotta su scala regionale, i CRdC vengono sottoposti a un rigoroso esame da parte di agenzie comunitarie al fine di poterne valutare l’effettiva solidità come “impresa” e non come mero strumento facilitatore della ricerca. In quel frangente, tra il 2003 e il 2006, il raggruppamento iniziale ha per legge l’obbligo di trasformarsi in una società “normale”, cioè in grado di stare sul mercato con le proprie forze. E qui le cose si fanno complesse. Sono solo in pochi, infatti, i CRdC a poter vantare un saldo in attivo e di tutto rispetto, tra cui per ora è il caso di citare Amra, specializzato nel settore dell’Analisi e Monitoraggio del Rischio Ambientale; Bioteknet, centro diretto a sviluppare le Biotecnologie Industriali; Test, centro di competenza sulla logistica e sui trasporti.
Come nascono. Nel 2001 la Regione si dota, con la “Strategia Regionale di Sviluppo dell’Innovazione”, del piano di sviluppo territoriale basato sull’innovazione. L’intero programma è orientato al rafforzamento e all’ampliamento del patrimonio di competenze industriali esistenti, mediante la condivisione dell’innovazione tecnologica e uno stabile collegamento tra il mondo della ricerca e quello della produzione attraverso i neonati Centri. Per la prima volta in Italia si creano dei soggetti in grado di accorpare università, laboratori, centri di ricerca, parchi scientifici e tecnologici. I motivi sono sostanzialmente due: dare una cabina di regia regionale a un settore ritenuto strategico per lo sviluppo economico (top down); favorire regole di concertazione in grado di favorire sintesi di ricerca tra aree di interesse comuni e non tra operatori afferenti a enti in qualche modo già connessi.
Un’iniziativa “coraggiosa”, per usare l’aggettivo adoperato nel verbale dalla commissione internazionale di knowledge managment per descrivere la scelta regionale dei Centri. Coraggioso è anche il finanziamento destinato ai CRdC: il Por Campania 2000-2006 destina circa 230 milioni di euro alla rete dei Centri, al fine di realizzare un “modello autonomo che mette a sistema le competenze dei soggetti perché svolgano il ruolo di ponte tra l’offerta di ricerca applicata e la domanda del mercato”. Sostanziosi anche i risultati.
Nei primi dieci anni di attività sono stati presentati oltre 70 nuovi progetti, prevalentemente nel settori delle biologie avanzate (42 per cento), in quello dei beni culturali e ambientali (32 per cento) e dell’Innovation Communication Tecnology (10 per cento). Di questi progetti, oltre il 60 per cento è stato aggiudicato per un totale di risorse stanziate di circa 38 milioni, con finanziamenti provenienti per il 6 per cento dai programmi UE ed extra-UE, per il 43 per cento da risorse nazionali o comunque non dalla Campania, e per circa il 51per cento da risorse provenienti da Regione, Province e Comuni. Rilevante anche il bagaglio brevetti: circa 25 brevetti registrati, a fronte di 4 nuove imprese, di cui 2 da spin off, e sono stati lanciati oltre 30 nuovi prodotti per il mercato. Lo sentiamo dire di continuo: “in Campania ci sono tutte le competenze per realizzare un ecosistema dell’innovazione”. Questi dati lo confermano. Oltretutto è il caso di sottolineare che
in continuità con questi risultati, la Campania si conferma anche all’interno del Quadro strategico nazionale 2007-2013 la regione che investe di più in valore assoluto in ricerca e sviluppo (1.349 milioni di euro, quasi 4 volte il livello del periodo 2000-2006).
Tuttavia, ma lo vedremo meglio a partire nei prossimi giorni, questi dati non possono essere spalmati in modo omogeneo su tutti i CRdC. Ci sono luci e ci sono ombre.

Le dieci società, gli ambiti di riferimento e gli enti di ricerca connessi

Nome Ambito Responsabile Ente di riferimento
Amra Analisi rischio ambientale Paolo Gasparini Federico II
Benecom Beni culturali Alfonso Gambardella Sun
Bioteknet Biotecnologie industriali Mario De Rosa Sun
Dfm Farmaceutica Carlo Pedone Cnr
cerICT Inoformazione e comunicazione Antonino Mazzeo Federico II
Innova Valorizzazione beni culturali Antonio Massarotti Cnr
Prodal Agro-alimentare Giovanna Ferrari Università di salerno
Gear Genomica Tommaso Russo Federico II
Tecnologie Tecnologie e nuovi materiali Ruggero Vaglio Federico II
Test Trasporti Vincenzo Torrieri Federico II

1 – continua

Cristian Fuschetto


Giornale numero: 183 - Pagina: 7