Parla l’ex ministro e assessore regionale inventore dei distretti della conoscenza. Tra primati e croniche fragilità, rivalità e sinergie, le strutture che convogliano il know-how prodotto dagli atenei e dai laboratori campani sono stati uno dei pochi strumenti a lasciare il segno nelle politiche destinate a organizzare il sistema della ricerca sul piano regionale. Giudicati “best practice” dall’Unione europea e imitati persino in Canada, si tratta ora di decidere come farli evolvere. “Sull’organizzazione dell’offerta – spiega lo scienziato napoletano – si è fatto tanto. Purtroppo si è perso tempo sul trasferimento tecnologico alle imprese”
Li ha inventati lui. Su come sono stati gestiti negli ultimi anni, così come su come dovrebbero esserlo nei prossimi, di cose da dire ne ha eccome. Tra primati e croniche fragilità, rivalità e sinergie, i centri regionali di competenza sono stati uno dei pochi strumenti che hanno lasciato il segno nelle politiche destinate a organizzare il sistema della ricerca sul piano regionale. Giudicati “best practice” dalla comunità europea e imitati persino in Canada, si tratta ora di capire che direzione far prendere alle società create da Luigi Nicolais.
“Bisogna subito mettere in chiaro una cosa, è necessario passare immediatamente alla fase due del progetto”, dice prima di formulare il suo personale bilancio. Se il primo obiettivo dei centri era quello di organizzare l’offerta della conoscenza prodotta in Campania, il secondo obiettivo da raggiungere era quello di rafforzare il settore industriale ad alto tasso innovativo. Se tutti gli osservatori sono d’accordo nel ritenere il primo obiettivo raggiunto, il secondo resta quantomeno in sospeso. “La consequenzialità tra queste due fasi del progetto era già prevista nel piano originario, solo che dopo un primo sforzo nessuno ci ha più creduto davvero”. Nicolais fa capire che dopo il suo impegno diretto alla guida dell’assessorato regionale alla ricerca all’università, la volontà politica di fare di questi strumenti un autentico snodo tra università e impresa è un po’ scemata. Forse anche qualcosa di più di un po’. “Lo feci presente a Bassolino, ma non ho ricevuto più alcun riscontro”. Certo non è più tempo di recriminazioni, ma se anche sul piano dell’effettivo trasferimento tecnologico, quindi dell’irrobustimento del tessuto imprenditoriale, si fossero raggiunti i risultati ottenuti su quello dell’organizzazione della ricerca, ora avremmo armi più affilate per affrontare la crisi. Fatte poche eccezioni, i centri di competenza campani sono infatti diventati delle macchine da guerra sul mercato dei bandi nazionali ed europei per la ricerca. “Questo è già un grande risultato”, sottolinea Nicolais. “Basta considerare che subito dopo la loro istituzione, vale a dire dopo aver riunito in una stessa squadra attori provenienti da diversi team ma comunque impegnati sullo stesso versante, la Campania è immediatamente diventata la regione con maggiore capacità progettuale tra quelle del cosiddetto obiettivo 1”. I centri sono diventati così forti che alcuni rettori sono arrivati persino a lamentarsene (si veda il Denaro di ieri, ndr.). Ai loro occhi, invece di facilitare il lavoro dei dipartimenti, questi aggregatori di konw-how rischiano ora di diventare dei competitor dei dipartimenti. “Ma questa è una polemica che rischia di essere irragionevole – risponde il deputato Pd – perché i centri non creano conoscenza ma servono a ottimizzare la ricerca creata sul territorio. Nel bando di costituzione noi inserimmo come must, come obbligo, quello di mettere in rete enti di ricerca di diversi atenei proprio per favorire la costruzione di sinergie potenzialmente già presenti nella nostra regione, anche se non adeguatamente sfruttate.
Lo scopo era quello di passare dalla singola eccellenza a delle reti di eccellenza. Tale obiettivo, e su questo credo ci sia un accordo unanime, è stato pienamente raggiunto e del successo dei centri si sono giovati e continuano a giovarsi tutti, in primis i dipartimenti universitari”. I maligni (si fa per dire) suggeriscono che in realtà la questione non è tanto la concorrenza sleale tra centri e atenei, ma il peso politico-amministrativo perso dai dipartimenti a favore dei centri di competenza su certi progetti, quelli dove ci sono più fondi da gestire. “Chi dovesse avere certe nostalgie, credo abbia una visione un po’ datata dell’università e del suo ruolo. Ora è tempo di strutturare dei network, di collaborare non di pensare a coltivare il proprio orticello”.
Proprio per questo Nicolais immagina che la nuova vita delle sue creature vada pensata di concerto tra più assessorati, quello dell’università, delle attività produttive e della formazione. “Sugli asset si ragiona con ampiezza di vedute e sui lunghi periodi. Sono molto fiducioso del lavoro che potrà fare Guido Trombetti insieme a Sergio Vetrella e a Severino Nappi. Se in questi anni c’è stata un’interpretazione limitata del progetto complessivo, per cui si è pensato soltanto a organizzare e a potenziare il lato dell’offerta della conoscenza prodotta, ora è arrivato il momento di coniugare fattivamente l’offerta di conoscenza con il mondo produttivo. Si è perso del tempo e mi auguro che si decida di non perderne più”. “Anche se non sono più assessore da anni – conclude – continuo a seguire queste cose da vicino. Domani, per esempio, parto per il Canada dove sono stato invitato a un convegno proprio per discutere di questo modello di interconnessione tra ricerca e impresa”. Gli interlocutori chiamati in causa da Nicolais stanno intanto lavorando a un rilancio. La nascita, pochi mesi fa, della nuova agenzia regionale per il trasferimento tecnologico, Campania Innovazione, va nella direzione indicata a suo tempo da Nicolais. Che la seconda fase stia finalmente per partire?
4 – continua

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Ammetto di non conoscere bene la struttura giuridica dei centri di competenza, ma credo di aver capito lo scopo per cui a suo tempo furono pensati e realizzati dal professor Nicolais. Nel mondo moderno le Università, specie quelle tecnologiche, devono dialogare con l’industria sia per la formazione delle persone sia per le idee innovative che possono nascere nei dipartimenti e che hanno bisogno dell’organizzazione produttiva per essere diffusi su larga scala. D’altra parte spesso nell’industria si generano degli esperimenti che poi hanno bisogno di una migliore modellizzazione teorica. Si tenga presente che in California non sarebbe mai nata la Silicon Valley senza Stanford e Caltech e non esisterebbe, sulla East Coast, Boston’s Route 128 senza MIT e Harvard. Credo, però, che il tempo perduto sia dovuto alla miopia della politica ed alla debole struttura industriale della Campania, regione in cui le fabbriche hanno i centri decisionali altrove e da fuori impongono le scelte. Che ci piacciano o no.
Nel mio commento, per la fretta, ho usato il termine modellizzazione che nella lingua italiana non esistee va sostituito con il più accettabile modellazione. Chiedo scusa per l’errore.