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Inchiesta / Centri di competenza dieci anni dopo
Trombetti: La fase due? E’ il mercato

Per Luigi Nicolais, l’ex assessore e ministro che promosse l’esperienza dei distretti della conoscenza, questi ultimi “hanno fallito riguardo al rafforzamento del settore industriale ad alto tasso innovativo“ e hanno bisogno di essere rilanciati. Guido Trombetti, attuale titolare della delega dell’Università e della Ricerca a Palazzo Santa Lucia, è d’accordo: “Dopo una fase di avvio durata anni – spiega – i Centri hanno ormai le competenze per sottoporsi alla legge della domanda e dell’offerta“

Razionalizzati, ripensati, potenziati, chiusi. Non si può dire che sul futuro dei centri di competenza le posizioni non siano variegate. Sul trascorso, invece, sono tutti d’accordo: sono stati dei formidabili aggregatori dell’offerta di conoscenza prodotta a livello regionale. Anche chi sostiene che rappresentano ormai unmodello superato, come Tommaso Russo, docente di Biologia Molecolare alla Federico II e project leader di Gear, uno dei 3 centri attivi nel campo delle biotecnologie, ne riconosce il ruolo strategico. Anzi, può apparire paradossale, ma per lui vanno chiusi proprio perché hanno funzionato. “I centri sono nati per uno sopo ben preciso — spiega – vale a dire organizzare un settore della ricerca mettendo a sistema tutte le sue potenzialità. Dire che a distanza di dieci anni se ne sente ancora il bisogno è come dire che si è fallito. Si può forse organizzare a oltranza? A un certo punto è necessario fare il punto della situazione, un bilancio, e capire se si è effettivamente riusciti amettere a sistema il settore”. “E’ ora — aggiunge – che i dipartimenti sappiano camminare con le proprie gambe”. Non stupisce che Gear stia per sciogliersi. Così come non stupisce che di parere diametralmente opposto siano i responsabili delle strutture che invece godono di ottima salute in termini di progetti, di internazionalizzazione e di stabilità finanziaria. E’ questo il caso di Amra, centro di competenza nel settore dell’Analisi e del Monitoraggio del Rischio Ambientale, che può vantare al suo attivo più di 40 progetti (regionali, europei, extra-europei e, caso raro, finanziati anche da aziende e industrie private). “Questo tipo di ragionamento non mi suona nuovo, ma in tutta onestà non riesco a capirne il fondamento”, afferma l’amministratore delegato Igino Della Volpe. “Se ben gestiti — dice — queste strutture sono e non possono che essere dei facilitatori del lavoro svolto dalle università e ciò per almeno tre ordini di motivi: eseguono un insostituibile lavoro di scouting; svolgono un lavoro tecnicoamministrativo che pochi dipartimenti possono permettersi; garantiscono la solidità della gestione finanziaria dei progetti, cosa non secondaria in questi tempi di
vacche magre nel settore della ricerca”. Che i distretti della conoscenza inventati dieci anni fa da Luigi Nicolais rappresentino un’arma fondamentale a fianco degli atenei campani nel nevralgicomercato della ricerca e dell’innovazione è tuttavia confermato dai fatti. Tra le cosiddette Regioni della Convergenza (Campania, Puglia, Sicilia e Calabria) la nostra si è imposta come quella con maggiori capacità progettuali. La capacità attrattiva si è ulteriormente incrementata in seguito al cambio di statuto dei centri, ora diventati società consortili. Anche se per bocca dello stesso Nicolais si poteva fare di più. “I centri avevano due obiettivi: organizzare l’offerta della conoscenza e rafforzare il settore industriale ad alto tasso innovativo, se il primo è stato raggiunto sul secondo s’è fatto poco”. “Eppure la consequenzialità tra queste due fasi del progetto — precisa – era già prevista nel piano originario, solo che dopo un primo sforzo nessuno ci ha più creduto davvero”. Avrebbe dovuto esserci una fase due, che purtroppo non c’è stata. Deluso da chi lo ha succeduto, sebbene dello stesso colore politico, pare raccogliere la speranza di Nicolais l’attuale governo regionale. “La creazione dei centri regionali di competenza — dice Guido Trombetti, assessore regionale all’università – aveva l’obiettivo di sviluppare le reti di trasferimento tecnologico tra imprese e organismi di ricerca. Una volta superata la fase di start up dovevano essere in grado ampiamente di reperire autonomamente risorse per sé e per le strutture a loro collegate”. “Se guardiamo la progettazione pervenuta alla Regione nell’ambito del Por — continua Trombetti – e delle misure del Programma Operativo Nazionale Ricerca e Competitività si scopre che varie idee progettuali che arrivano dalla Campania vedono come protagonisti alcuni
Centri Regionali di Competenza”.
Su quella che Nicolais chiama fase due Trombetti dice con chiarezza: “Il nostro compito è continuare a favorire lo sviluppo di un percorso di rafforzamento della domanda provenienti dalle imprese, in particolare di quelle piccole e medie, e il legame di queste ultime con il mondo della ricerca. Proprio per perseguire questo scopo si è avviato lo sviluppo dell’Agenzia regionale dell’innovazione che interagirà anche con i CRdC così come con gli altri attori del sistema regionale”. Con la solita franchezza, l’assessore entra anche nel merito della polemica (spesso sotterranea) secondo cui i centri avrebbero finito per fare concorrenza sleale ai dipartimenti. “Il fenomeno dei centri si inserisce in una regione
leader, come la Campania, in materia di ricerca e innovazione, si può dire dunque che i CRdC hanno le competenze per presentarsi sul mercato dopo aver attraversato una fase di avvio durata diversi anni. E’ proprio con questa capacità che possono garantire il loro futuro, senza affatto costituire un’occasione di concorrenza con gli atenei e i centri di ricerca rispetto ai quali hanno una missione di affiancamento”.

CRISTIAN FUSCHETTO


Giornale numero: 187 - Pagina: 7