Editoriale

Per andare dove vogliamo andare da che parte dobbiamo andare?

Il tono e i contenuti del confronto politico tra il presidente della Regione Stefano Caldoro e il principale partito di opposizione, il Pd, fanno ben sperare. Alla Festa dell’Unità di Telese Terme, fino a qualche anno fa inviolabile tempio dei raduni di Clemente Mastella, è andato in onda un interessante e forse inevitabile tentativo di concentrare le forze sulle effettive necessità del territorio.
Stabilito che la lotta alla criminalità e alla sua capacità d’infiltrarsi in ogni corpo sociale sarà impegno comune giocato sul campo della responsabilità e non su quello – finora assai più praticato – della demagogia, resta da immaginare in che modo volgere in forza la nostra debolezza passando dalla difesa all’attacco; dalla messa in ordine dei conti agli investimenti, dal rigore allo sviluppo.
Caldoro non fa mistero di aver scelto – una scelta forse obbligata – di abbracciare un modello comportamentale (sacrifici, sacrifici, sacrifici) che a molti sembra incomprensibile di fronte allo stato comatoso dell’economia ma che promette di far compiere uno scatto appena le condizioni lo consentiranno. E le condizioni, appunto, sono quelle intorno alle quali il presidente sta lavorando.
Il Pd del giovane e pragmatico Enzo Amendola accetta lo schema e spinge naturalmente per una sua veloce definizione. I casi disperati nel campo delle imprese sono troppi perché si possa ancora indugiare sulle analisi e gli strumenti. Il quadro occupazionale fa prevedere un autunno-inverno tanto caldo come non si ricorda da anni. Associazioni imprenditoriali e sindacati incalzano.
Una cosa è certa: dallo Stato centrale, che versa in una crisi di azione e legittimazione che lo rende poco affidabile, non bisogna aspettarsi granché ma giusto il riconoscimento dei fondi dovuti e il rispetto minimo degli impegni assunti. Per il resto occorrerà far da soli, magari inaugurando quel laboratorio del buon governo al quale anche il neo sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, talvolta fa riferimento.
Insomma, il tempo dei tatticismi e delle promozioni personali è finito. La durezza dei vincoli esterni e l’urgenza dei problemi interni obbligheranno a fare di necessità virtù. Per offrire anche noi un piccolo contributo alla riflessione e alla coesione delle forze chiamate ad agire stiamo allestendo con primarie istituzioni un evento che ponga domande sulla direzione da dare all’impegno collettivo.
E poiché il forte bisogno di ripresa parte da Napoli, già scossa dall’iniziativa giubilare voluta e condotta tra mille difficoltà ma anche tra belle sorprese dal suo Arcivescovo Crescenzio Sepe, non potevamo che mutuare da due icone della nostra miseria e della nostra nobiltà – Totò e Peppino – la frase che a tutti viene in mente in frangenti come questi: Per andare dove vogliamo andare, da che parte dobbiamo andare?

Alfonso Ruffo


Giornale numero: 10 - Pagina: 7