Il mondo in ansia per la tempesta perfetta

Quando si registrano dinamiche nuove ma le politiche restano vecchie, sono sempre gli interessi della finanza e dell’economia a prendere il sopravvento


Con la distruzione delle “Torri gemelle” (11 settembre 2001, 2.917 vittime) il mondo sembrava essere precipitato in un irreversibile “profondo nero”. La storia appariva infilata in un tunnel senza uscita. La “terza guerra mondiale”, combattuta con armi non più convenzionali ma capaci di un terrificante annientamento di massa, veniva percepita come “fine corsa” per l’umanità. Il decennio successivo ha dimostrato invece che anche le previsioni negativamente più attendibili, portavano con sé un ampio margine di approssimazione. Al posto delle “Torri” è sorto un pezzo di “città nuova” che ha ridato respiro al mondo rimettendo al centro il diritto insopprimibile dei cittadini ad esistere e ad avere un futuro.
Parallelamente alla ricostruzione materiale e fortemente simbolica che veniva dall’America, una guerra (invisibile finché non si è incominciato a fare il conto delle vittime) ha attraversato Stati e Continenti. Una guerra “sotto traccia”, ma più concreta di quelle tradizionali, ha investito i campi dell’economia e della finanza. Nuovi simboli, nuove armi. I “debiti sovrani” al posto di bastioni e cittadelle fortificate da abbattere, le agenzie di rating al posto delle “superate” bombe atomiche. Una guerra combattuta a distanza ma con effetti ravvicinati per tutti, con le “borse” che in un minuto possono distruggere miliardi (di dollari e di euro). Una “tempesta perfetta” si addensa sempre più sui Continenti, per molti aspetti più distruttiva del terrorismo e del fanatismo fondamentalista. C’è il rischio di un collasso globale. Un osservatore ha riadattato così una celebre frase di Bismarck: “Il mondo sembra diventato una nave carica di pazzi”. Non ci sono territori da conquistare, confini da ridisegnare, Stati da inventare. Il punto di arrivo è il predominio della finanza e dell’economia, naturalmente con tutte le strumentalizzazioni che le vicende comportano. La globalizzazione ha allargato i confini, nessuno può dire “fermate il mondo perché voglio scendere”. La concretezza degli interessi determina micidiali fibrillazioni e provoca scontri sanguinosi. Il Mediterraneo e la fascia nordafricana sono investiti da uno tsunami geopolitico dalle conseguenze ancora non bene classificabili.
Per ora tre “faraoni” sono stati abbattuti: dall’Egitto alla Tunisia alla Libia. Ma mentre il destino di Mubarak e di Ben Alì appare definitivamente segnato, quello di Gheddafi mantiene qualche margine, ancorché molto debole, di incertezza. Il raìs non si trova nonostante la taglia di 1,6 milioni di dollari posta sulla sua testa. Protetto da tuareg e predoni del deserto, sembra imprendibile. Gheddafi, che in arabo significa “il bombardiere”, ora viene bombardato da tutte le parti, fra la Cirenaica e la Tripolitania, ma lui resiste. La Nato e l’Onu non hanno ancora deciso l’attacco finale.
La destabilizzazione va oltre il Mediterraneo. Si estende e si allarga al Marocco e all’Algeria, alla Giordania e allo Yemen, all’Iraq e all’Iran, al Bahrein e al Quatar, all’Arabia Saudita e alla Siria dove la potente famiglia Assad pratica repressioni violente (già tre mila le vittime) protetta dalla Cina e dalla Russia.
Le folle insorgono con giovani e studenti in prima linea, si invocano istituzioni democratiche e diritti fondamentali. Ma appena i dominatori autocrati vengono detronizzati, sorgono nuovi allarmi e nuovi interrogativi: è sempre scontro fra occidente e oriente?, fra regimi rappresentativi e sultanati?, fra militari e notabili?, fra caste e popoli?. Gli islamici restano inchiodati sulle loro posizioni oppure si aprono alla modernità?. Tramontata l’idea di un “compromesso storico”, un osservatore europeo, forse condizionato dalla provenienza, ritiene che, nell’Africa mediterranea, si stiano imponendo i “fratelli musulmani”, quelli che “lasciano incendiare le chiese e picchiare a morte chi non rispetta il digiuno durante il Ramadan”.
Non aperture alla democrazia e alla tolleranza, ma consolidamento delle caste, soprattutto militari. L’esito della “primavera araba” appare, perciò, incerto anche perché è sempre più incerto il destino delle altre parti del mondo che contano e che non rinunciano affatto al loro ruolo primario.
Così il Giappone (nonostante i rovesci e la crisi del nucleare) e la Cina che si pone come alternativa al dollaro perché è il principale creditore degli Stati Uniti. Così gli Stati Uniti, che sono a rischio default, e dove la crisi dei numeri minaccia la rielezione del presidente Obama. Per nulla marginale la perdurante tensione fra Israele e Palestina specie dopo il naufragio del tentativo di Abu Mazen di ottenere dall’Onu il riconoscimento dello Stato Palestinese. La teoria dei “due popoli due Stati” è ancora soltanto un auspicio.
Pesa, sullo scenario internazionale, l’incertezza con cui si muove l’Unione Europea sempre più “vaso di coccio fra vasi di ferro”. Alla mancanza di una politica estera condivisa dai 27 Stati, si è congiunta la mancanza di una comune politica economica. Via via la depressione ha agganciato Portogallo, Spagna e Grecia (qui una volta si sarebbe detto “se Atene piange, Sparta non ride”). Ora si può dire “se la Grecia piange, gli altri che fanno?”, a cominciare dall’Italia che uno storico nostro contemporaneo vede “talmente ripiegata sul suo caotico ombelico da non avere più energie per vedere quel che accade intorno”. “Gl’“indignados” rappresentano il nuovo modello della protesta generalizzata.
Quando si registrano dinamiche nuove ma le politiche restano vecchie, sono sempre gli interessi della finanza e dell’economia a prendere il sopravvento. I nostri destini sono nelle mani delle Banche Centrali (Stati Uniti, Euroarea, Asia soprattutto Giappone e Cina). Le guerre in atto sembrano finalizzate non a conquiste di democrazia e civiltà, ma al controllo dei giacimenti di gas naturale e di petrolio, di fonti energetiche e opere infrastrutturali secondo le ferree logiche che vedono nell’economia e nella finanza il motore primo che tutto il resto muove. Dietro la finanza e l’economia corrono gli interessi della politica. Obama in America punta a raddrizzare i numeri per poter rimanere alla Casa Bianca. Sarkosy si precipita a Tripoli perché vede a rischio la sua permanenza all’Eliseo. Cameron conta sulla Libia per contenere gli assalti di liberali e laburisti. Ma la stabilizzazione planetaria oltre che di finanza ed economia ha bisogno di politiche nuove e di aperture culturali adatte ai tempi nuovi.
Forse le cose andranno meglio, in tutti e cinque i Continenti, se la cultura tornerà in primo piano con tutta l’attenzione dovuta, naturalmente, ai disegni e strategie della politica, alle esigenze della finanza e dell’economia. Forse, così, la “tempesta perfetta” potrà diventare “imperfetta” e rimanere soltanto un pericolo possibile.

Giornale numero: 189 - Pagina: 2