Parte da Napoli, sabato 29 e domenica 30 ottobre, alla Mostra d’Oltremare, “Finalmente Sud!”, il percorso di formazione organizzato dal Partito democratico che durerà un anno e sarà dedicato a duemila giovani democratici provenienti dalle regioni del Mezzogiorno. I lavori inizieranno alle 15.30 con l’introduzione del segretario del Pd Campania Enzo Amendola e la presentazione del progetto da parte di Annamaria Parente, responsabile Formazione politica del Pd.
Seguiranno gli interventi del segretario Pier Luigi Bersani, Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud.
I lavori della plenaria, che si chiuderanno domenica alle 13.30, con gli interventi del responsabile del Mezzogiorno del Pd Umberto Ranieri, del presidente del partito, Rosy Bindi e del segretario Bersani, saranno affiancati da alcune sessioni di lavoro. In particolare, sabato, dalle 18 alle 20, si svolgerà l’incontro ‘Pensare il Sud’, con la partecipazione di Luca Bianchi, vice direttore Svimez, Paola De Vivo, professore di Sociologia economicaall’Università Federico II di Napoli, Nerina Dirindin, docente di Economia pubblica e Scienza delle Finanze presso l’Università di Torino, Alberto Tulumello, sociologo economico dell’Università di Palermo, Paolo Frascani, ordinario di Storia economica all’Università Orientale di Napoli e Margherita Scarlato, professore di Politica economica presso l’Università Roma Tre.
Partito democratico
Parte dalla Mostra d’Oltremare Finalmente Sud
Di Redazione il Denaro – martedì 25 ottobre 2011Postato in: News

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Il Sud
al Centro
Il pozzo del paese
Anche questa volta, per la nostra rubrica che desidera congiungere il cammino di più regioni, ci innestiamo in una giornata dal messaggio intenso e chiaro.
E’ una Domenica particolare, questa del 2 novembre. Perché è stampata
nel cuore di ciascuno di noi. Una visita al cimitero, una preghiera commossa, un ricordo affettuoso per chi ci ha preceduti. Per chi ha lasciato
un segno indelebile nella nostra vita. Ma è insieme portatrice di una riflessione acuta sul senso futuro del nostro camminare. Più limpida è infatti la meta, più svelto è il passo. Ma è anche tragico il contrario: confusione di meta fa rima con divisione, frammentazione, mormorazione. In questo sguardo verso mete lontane, il presente si carica di eternità. Anzi,
è la speranza ad attrarre il futuro dentro il presente. Già cambia il presente,
se è toccato dalla realtà futura. Le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future. E’ papa Benedetto che parla e scrive di queste cose, da rileggere con passione, affinando il nostro sguardo sul futuro, che ci avvolge e rincara di speranza ogni cosa. Anche e soprattutto
il mistero del dolore. Perché su questo enigma, sul mistero del male
corrono subito le domande dei giovani. E di tutti noi, in ogni terra
ed in ogni tempo. Perché speranza e male sono un binomio inscindibile,
unico, mai chiarito del tutto. Sempre bisognoso di luce.
Ci chiediamo infatti se il dolore,nella vita, sia un incidente di percorso oppure una componente essenziale (e perciò educativa!) della vita. E non basta rispondere con teorie. E’ dentro il pozzo del cuore che dobbiamo saper dare una risposta a questa fondamentale domanda.
Ecco perché mi piace raccontarvi una storia vera, che viene narrata
da Gianni Rodari, in uno dei suoi tanti libri, che rispecchiano i
nostri sentimenti. E’ ambientata durante la guerra e la narro anche in riferimento alle tante commemorazioni che si faranno
in questi giorni Con cuore di pace..!
“In una cascina sparsa nell’immensa Pianura Padana vivevano
undici famiglie, raccolte attorno ad un unico pozzo. Era un pozzo
strano, perché la carrucola per avvolgervi la corda c’era, ma non c’erané corda né catena. Ognuna delle undici famiglie, in casa, accanto al secchio, teneva appesa una corda;
e chi andava ad attingere acqua,la staccava e la portava al pozzo.
E quando aveva fatto risalire il secchio, staccava la corda dalla
carrucola e se la riportava gelosamente a casa.
Un solo pozzo ed undici corde. Famiglie divise, continui dispetti…
e piuttosto che comprare insieme una bella catena e fissarla
alla carrucola perché potesse servire per tutti, avrebbero riempito
il pozzo di terra e di erbacce. Scoppiò la guerra e gli uomini
andarono sotto le armi, raccomandando alle loro donne tante cose e anche di non farsi rubare le corde.
Poi ci fu l’invasione tedesca, gli uomini erano lontani, le donne
avevano paura, ma le undici corde stavano sempre al sicuro nelle undici case.
Un giorno un bambino della cascina andò al bosco per raccogliere
un fascio di legna e udì un lamento da un cespuglio. Era un
partigiano ferito ad una gamba ed ol bambino corse a chiamare sua
madre. La donna era spaventata e si torceva le mani, ma poi disse:
“Lo porteremo a casa e lo terremo nascosto. Speriamo che qualcuno aiuti il tuo babbo soldato, se ne ha bisogno. Noi non sappiamo nemmeno dove sia e se è ancora vivo!
Nascosero il partigiano nel granaio e mandarono a chiamare il
medico, dicendo che era per la vecchia nonna. Le altre donne della
Cascina, però, avevano visto la nonna proprio quella mattina, sana
come un galletto ed indovinarono che c’era sotto qualcosa. Prima
che fossero passate ventiquattr’ore tutta la Cascina seppe che
c’era un partigiano ferito in quel granaio e qualche vecchio contadino disse: “Se lo sanno i tedeschi,verranno qui e ci ammazzeranno. Faremo una brutta fine!”.
Ma le donne non ragionarono così. Pensavano ai loro uomini
lontani, pensavano che anche loro, forse erano feriti e dovevano
nascondersi e sospiravano. Il terzo giorno una donna prese un salamino del maiale che aveva appena finito di macellare e lo portò alla Caterina, che era la donna che aveva nascosto il partigiano e le
disse: “Quel poveretto ha bisogno di rinforzarsi. Dategli questo salamino!”.
Dopo un po’ arrivò un’altra donna con una bottiglia di vino, poi la
terza con un sacchetto di farina gialla per la polenta, poi una quarta
con un pezzo di lardo e prima di sera tutte le donne della cascina
erano state a casa della Caterina e avevano visto il partigiano e gli
avevano portato i loro regali, asciugandosi una lacrima.
E per tutto il tempo che la ferita impiegò a rimarginarsi, tutte le
undici famiglie della Cascina trattarono il partigiano come se fosse
un figlio loro e non li fecero mancare nulla.
Il partigiano guarì, uscì in cortile a prendere il sole, vide il pozzo
senza corda e si meravigliò moltissimo.
Le donne, arrossendo, gli spiegarono che ogni famiglia aveva
la sua corda, ma non gli potevano dare una spiegazione soddisfacente.
Avrebbero dovuto dirgli che erano nemiche tra loro, ma questo non era più vero, perché avevano sofferto insieme ed insieme
avevano aiutato il partigiano.
Dunque non lo sapevano ancora, ma erano diventate amiche e sorelle e non c’era più ragione di tenere le undici corde.
Allora decisero di comprare una catena, coi soldi di tutte le famiglie
e di attaccarla alla carrucola.
E così fecero. Ed il partigiano cavò il primo secchio d’acqua ed era come l’inaugurazione di un monumento.
La sera stessa il partigiano,completamente guarito, ripartì per la montagna!”
La storia conforta ed ammonisce tutti noi. Perché sentiamo che
proprio il dolore, quell’enigma che sembra uccidere la speranza,
spesso diviene, nelle misteriose
pieghe della vita, l’occasione di una vita nuova.
Quella cascina dall’unico pozzo ma dalle undici corde, gelosamente
difese, fotografa con acutezza certe nostre situazioni locali. Certi
nostri paesi divisi. Ebbene, sarà il dolore a creare nuove forme di solidarietà. E saranno le donne le prime a costruirle, proprio partendo dal loro cuore di madri e di spose. Erano sì nemiche. Ma l’aver sofferto insieme, l’aver aiutato insieme quell’uomo fragile e ferito, le aveva rese amiche e sorelle.
E’ il mio augurio per questo mese di novembre, segnato da ricordi
di dolore e di sofferenza, perché sia un mese di rinnovata solidarietà.
Per abbandonare le nostre corde singole, che creano divisioni e
comprare anche noi l’unica catena di speranza, che ci tiene uniti attorno all’unico pozzo. Sarà questa visione che forse riporterà serenità anche nelle nostre scuole, dove le tante corde frammentate stanno creando inimicizie e divisioni.
Sia il volto dei nostri ragazzi, sia il bisogno di futuro e di speranza
che abita nei loro cuori, a darci il gusto di una catena di solidarietà
da appendere all’unico pozzo, dove anche il Signore Gesù ha sostato,stanco per il viaggio. Cresca una nuova passione di verità e di amore, perché chi ama, non cerca il proprio interesse; perché chi
ama non gode dell’ingiustizia, ma la verità è la sua gioia.
GianCarlo Maria Bregantini vescovo
” Diventato vescovo di Locri (Gianfranco Bregantini), ha messo in campo la voce ufficiale della chiesa contro la ‘ndrangheta, una dichiarazione di guerra alla malacarne, una lotta tenuta alta finché è stato presente, poi è svigorita. Solo i giovani si sono organizzati in più sigle, muovendosi con modalità spontaneistiche talune manipolate da furbi personaggi. Qualcuno ha preso la scorciatoia della facile visibilità mediatica, da specialista dell’antimafia. pag. 229
Purtroppo poi si è scritto più che agito, parlato più che organizzato, fatto rete sui siti internet più che nella realtà, promosse marce spettacolo più che progressi della società.
Un’antimafia virtuale fa male alla Calabria. Non è ancora tempo di tirare le somme , ma di certo l’aver spostato quel vescovo altrove è stato come raffreddare il ferro caldo della lotta alla ‘ndrangheta, come dover ripartire di nuovo pag. 230…..
don Giacomo Panizza: “Qui ho conosciuto purgatorio inferno e paradiso “ la storia di un prete che ha sfidato la mafia. Feltrinenelli Milano 2011