[ Viaggio nel Corpo di Napoli ]

Simboli e miti della tradizione

Inaugurata al Monte Manso la mostra di Giuseppe Corcione “Noi napoletani – afferma l’artista – abbiamo un dovere:
difendere il nostro passato artistico e riattualizzarne i valori”

…”nonostante si cerchi di sfregiare la poesia e la parola barcolli faticando a restare se stessa… non viene toccato il cuore del ‘fare poesia’…e fare poesia è mettersi alla ricerca…e… ascoltare con ‘orecchio pensante’ i suoni che fanno Napoli”. “E’ così anche per te?”- domando a Giuseppe Corcione, citando un passaggio che la giornalista Rita Felerico disse alla presentazione di un libro, dove lei era relatrice. “Cosa hai voluto creare, a cosa ti sei ispirato, quale significato rappresentano le tue opere, quale materiale hai usato?” Sorride Giuseppe “Tante belle domande in fila – replica – così parlerò solo io, poi tu metterai ordine, ok?. “Ci proverò “ rispondo.
“Innanzitutto” incomincia Giuseppe “per tutte le opere realizzate uso numerosi materiali, la cera, il legno, le stoffe, bronzo, ceramica, creta e particolari colori a olio impastati in numerose tonalità, tanti studi di ricerca e soprattutto l’ispirazione, dentro un’idea, quella del bene che vince sul male con giustizia.
Mi ispirano valori etici che purtroppo non sempre collimano con quanto ci circonda dove ‘l’essere economico’ pare sbaragliare ogni cosa. Non tutti , per esempio, sanno come ci ricorda Luigi Zoia, nel suo “Giustizia e bellezza”- “che tantissimi conoscono le vittorie della nazionale di calcio, ma quanti invece sanno che secondo le valutazioni dell’Unesco – tra il 40 e il 50% delle opere d’arte del mondo si trova in Italia…la parte essenziale della identità nazionale è estetica e si affida al Rinascimento, ma la coscienza collettiva non ha mai preso veramente atto. Questo è un peccato perché il consumismo fine a se stesso è onnipresente, pur essendo un controvalore. Questo fa si che la nostra cultura, le nostre tradizioni si indeboliscono mettendo a rischio anche il sentire collettivo, la nostra identità. Per fortuna, però, resistono ancora i simboli ed è su questi che bisogna impegnarsi per ricostruire un nuova coesione culturale con un’autentica educazione al bello, a scapito della bruttezza che è la diseducazione alla cultura, alla memoria collettiva per l’elevazione dei livelli di civiltà”. E allora gli domando di indicarmi proprio un esempio di bruttezza lui mi risponde mandando a memoria alcuni passaggi del libro di Luigi Zoia:”Basta guardarsi intorno al di fuori della meraviglia storica che è il Centro Storico, cosa vediamo…architetture esclusivamente improntate di utilitarismo, piatte, estreme nella loro bruttezza, casermoni adibite ad abitazioni, enormi e alte costruzioni che puntano all’ego dell’architetto nonché dell’interesse danaroso del costruttore, scempi urbanistici e ambientali distanti dall’uso delle mani e del cuore, lavoro che viene umiliato da interessi economici e commerciali sfrenati e insostenibili.” Parlami ora della tua mostra “Io ne so una più del…ovvero Simboli e Miti della tradizione messi a giudizio” che è stata inaugurata venerdì scorso 9 dicembre al ‘Monte Manso’, con Monsignor De Gregorio, il signor Questore, l’artista Consiglia Licciardi, una delle più belle voci canore femminili nel panorama nazionale, con la presenza di numerosi governatori del Manso, Alfonso Amendola, Antonio Caputo segretario della fondazione, l’editore Piero Graus con i suoi collaboratori, e tante altre, che hanno apprezzato quel classico che si incontra con una nuova forma contemporanea di produrre opere, lontane dall’attuale panorama ove regna in buona parte il caos, e la volontà di stupire invece di incantare e fare riflettere”-gli domando ancora .” Infatti- risponde Corcione – nelle opere che realizzo è presente anche un monito nei confronti della cosiddetta arte contemporanea, dove trovo poco studio, manualità, fantasia, nessun filo con il passato artistico, e noi artisti napoletani abbiamo un compito tra i tanti, quello di difendere le nostre risorse artistiche e provare a proporre altre senza snaturare i simboli della nostra identità”. Domando ancora di parlarmi delle opere esposte alla mostra e del loro messaggio. “Provo a illustrare – continua Corcione-l’atto simbolico di ‘velare’ San Gennaro, un tentativo di porlo sotto vuoto, perche è da proteggere per preservarlo nei tempi a venire, è un’operazione artistica piena di affetto nei confronti del Santo Patrono. Infatti il velo lievemente protegge, non copre e non nasconde.” L’uovo della vita “che se lo si osserva da una direzione appare un teschio e approfondendo lo sguardo si scopre che al suo interno dorme sereno un’infante, questa opera vuole rappresentare , nella sua molteplice simbologia , il trionfo della vita sulla morte, e dove l’orizzonte dell’esistenza si apre all’universo. Una tua opera cha sappia anche di ironia e perché no di scaramanzia, domando ancora. Sorride Corcione prima di rispondere:” Una chiocciola che va piano e lontana e che al posto delle sue ‘antenne’ prende forma una mano con un gesto scaramantico. Saluto l’artista Corcione, pensando che un conto è provare a spiegare le sue opere, un altro è osservarle, scoprirle e apprezzarle da vicino, come i vicoli del ‘corpo di Napoli’ credi di conoscerli ma scopri sempre cose nuove, come una colonna greca incastrata tra due costruzioni all’inizio di via Nilo, dove si passa distrattamente senza farci caso, oppure i reperti archeologici venuti alla luce durante gli scavi della nuova metropolitana della città, in via Tari poco distante dall’antica Università Federico II e cioè i resti di mura greche, vasellame e altri oggetti, oltre a una tomba contenenti resti umani. Viene alla mente il lavoro dell’ indimenticabile Bartolomeo Capasso, appassionato cultore e ricercatore di documenti relativi alla storia di Napoli e del meridione. Quando quasi cieco completò la stesura della sua ‘Napoli greco Romana’ , pubblicata postuma nel 1905, poi ristampata nel 1912 e ancora ristampata nel 1978 per conto dell’Editore Berisio. Qualche preziosa copia è ancora possibile trovarla se si è dotati di occhio ricercatore e acuto, in libreria in Piazza San Domenico Maggiore o addirittura su qualche bancarella di via San Biagio del Librai. Dunque il ‘corpo di Napoli’ quello di ‘sopra’ e quello di ‘sotto’ continua a restituirci e proporre sempre nuove meraviglie dove l’antico incontra il presente in un rincorrersi all’infinito come uno scrigno ricco di segreti.

a cura di Franco D'Angelo


Giornale numero: 242 - Pagina: 43