Brevettato sistema innovativo per riciclare gomme senza inquinare. Lo sviluppo italiano del prototipo affidato al campano Carannante
Sono quasi dieci le tonnellate di pneumatici che avvelenano ogni anno il pianeta. Tra gli scarti commerciali le materie plastiche sono tra gli inquinanti più difficili da gestire. E tra le materie plastiche le vecchie gomme fanno la parte del leone. Non solo per la quantità di pneumatici riversati sul pianeta (oltre 3 miliardi, 250 milioni solo nell’Unione Europea), quanto per il fatto che tuttora non esista al mondo alcun sistema di smaltimento. O meglio, quelli adoperati sono un palliativo e, secondo molti osservatori, rappresentano per certi versi una cura peggiore del male. Perché? Perché vengono stoccati o accumulati in discariche dove impiegano più di un secolo prima di essere completamente smaltiti; perché i pneumatici non si compattano facilmente e dopo un certo numero di anni ritornano in superficie, rendendo così la discarica instabile, costosa e difficile da bonificare; e, ultimo ma non ultimo, perché anche quando vengono riciclati ci sono dei danni per l’ambiente. Uno dei metodi utilizzati, tanto per fare un esempio, è quello della pirolisi, ovvero della degradazione termica in un’atmosfera inerte. In questo modo il materiale viene scisso in una componente solida, una liquida e una gassosa, dalle quali diventa possibile estrarre energia. Unico (non tanto piccolo) inconveniente è che durante la trasformazione si rilasciano nell’aria elevate quantità di diossina. Lo stesso accade quando il riciclo avviene attraverso la tecnologia a microonde. Insomma, il riciclo delle vecchie gomme è un affare molto complesso cui la tecnologia non ha ancora dato una risposta ecologicamente sostenibile. Una prima scommessa in tal senso arriva dall’Italia.
Giorgio Pecci, chimico esperto di trattamento delle materie plastiche per anni in forza alla Montedison, ha brevettato un nuovo processo di smaltimento in grado di rivoluzionare il mercato. “Non si tratta – precisa infatti il ricercatore – di un processo sostenibile solo da un punto di vista ambientale, ma di un processo molto conveniente anche da un punto di vista economico”. Un primo impianto pilota è stato realizzato due anni fa a Chiavenna e i primi risultati, certificati dall’Università di Bologna e di Pisa, sono positivi.
Il sistema si chiama “cracking termodinamico”, permette di scindere le molecole complesse o gli idrocarburi in molecole più semplici attraverso la rottura dei legami del carbonio presenti nei materiali di fabbricazione delle gomme. “In questo modo – spiega Pecci – riusciamo ottenere la completa decomposizione della plastica senza alcuna emissione nell’atmosfera”.
Il segreto processo, per dir così, sta nel fatto che la trasformazione avviene per attrito e non per combustione, in ambiente totalmente privo di ossigeno e a temperatura non superiore ai 350-400 gradi. In queste condizioni non si ha la formazione di gas né, tanto meno, di prodotti ossidati simili a diossine. “I prodotti da trattare – continua il chimico – vengono selezionati, macinati e alimentati in un reattore. All’uscita dal reattore si ha un sistema di distillazione frazionata dal quale si ricavano gas che per compressione danno luogo a Gpl, e idrocarburi, simili al gasolio commerciale”. Unico residuo è una specie di carbone in polvere, utile alla combustibile per caldaie a vapore, oppure come additivo per la produzione di guaine isolanti o fondi stradali. Più nello specifico, l’alta temperatura, insieme all’assenza di ossigeno all’interno del reattore, causa il cracking molecolare della sostanza, cioè la formazione di prodotti organici composti da catene molecolari di carbone legate ad altre molecole di idrogeno. Si tratta di prodotti analoghi agli idrocarburi naturali e quindi diventa impossibile che si creino dei derivati della diossina. Pecci è di Ferrara, la società che ha comprato il suo brevetto (e dicui fa parte), la Cracking Energy Machines Ltd, ha sede a Londra, eppure nella rivoluzione del riciclo delle gomme c’entra anche Napoli. Responsabile dello sviluppo del brevetto in Italia è Luigi Carannante: “Sarebbe un grande segnale – dice – se la nostra Regione riuscisse a ospitare questo tipo di impianti. A prposito del riciclo e dei rifiuti, si parlerebbe di Napoli e della Campania non più come parte di un problema, ma come attori di una soluzione”.

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