Pari opportunità: l’impresa fa la differenza

Le università devono promuovere soprattutto ricerca e alta formazione. Negli ultimi anni, però, gli atenei sono diventati attori della crescita dei territori


Quando si mette in gioco la competitività aziendale, la cultura svolge un ruolo di primo piano nelle scelte e quando l’azienda deve poter contare sul talento, ovvero su personale altamente qualificato che sappia rispondere rapidamente alle necessità produttive, la scelta deve essere libera da idee preconcette sulle capacità di uomini e donne.
Questa riflessione è tanto più vera quanto più piccola è l’impresa e più limitate sono le risorse finanziarie e umane.
Dare valore alle differenze significa saper vedere e dare spazio alle capacità e competenze specifiche di ciascuno.
Un’azienda attenta alle pari opportunità comprende che le priorità lavorative di ciascuno cambiano nelle differenti fasi della vita e considera la flessibilità e la conciliazione tra vita privata e vita professionale un tema che riguarda tutti e tutte.
Vari studi quantitativi e qualitativi indicano che la diversificazione professionale e un maggiore equilibrio tra uomini e donne ai livelli decisionali, migliora la produttività e la creatività e aumenta il numero di clienti.
Le donne oggi costituiscono la maggior parte del personale altamente qualificato rappresentando fino al 60 per cento dei laureati europei, la maggior parte del mercato in quanto prendono sino all’80 per cento delle decisioni in merito all’acquisto dei beni di consumo, comprese quelle su merci “tradizionalmente maschili” come ad esempio le automobili e rappresentano il 49 per cento degli utilizzatori di computer in Europa.
Il termine ‘womenomics’ (traducibile in italiano come ‘econodonna’), fa riferimento alle donne come ad uno dei principali motori di crescita economica. Le donne costituiscono una delle tre forze portanti del XXI secolo, le tre “W”: Weather, Women and the Web (Clima, Donne e Web).
Tuttavia, la maggior parte delle donne si sente sottorappresentata e ritratta
negativamente dalle campagne di marketing e pubblicità; le parole non bastano a far crescere la civiltà e ciò per cui quotidianamente bisogna impegnarsi è che esse si traducano in comportamenti e azioni.
Le aziende devono intuire e seguire gli andamenti del consumo, cogliendo tutte le sfumature dell’universo donna, in tutte le fasi della vita, oltre gli stereotipi.
Un primo passo è cominciare a valutare se la propria impresa sa leggere i bisogni e le aspettative della sua clientela al femminile, sia come target di marketing diretto che nella sua influenza sulle decisioni d’acquisto.
Un’indagine svolta dall’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi ha calcolato che nel 2007 il “mancato collegamento” con le aspettative della clientela femminile abbia causato ai produttori e dettaglianti di prodotti elettronici di largo consumo una perdita di circa 900 milioni di Euro.
L’indagine riporta che circa una donna su tre ritiene che la pubblicità di tecnologia non risponda alle sue aspettative. Solo il 9% reputa importante che i prodotti abbiano un aspetto femminile (in maniera stereotipata).
Opinioniste e consumatrici, si sentono ‘offese’ dalla pletora di prodotti rosa proposti invece dei prodotti di design elegante e curato che avrebbero preferito vedersi proporre.
E questa insoddisfazione va ben oltre il settore dei prodotti elettronici!
È necessario, dunque interrogarsi sul proprio stile di marketing e orientare l’attenzione, dalle indagini di mercato, alla progettazione dei prodotti fino alla comunicazione, a clienti uomini e clienti donne in modo attento e specifico.
Le competenze non hanno genere, il valore non ha genere, la cultura non ha genere, questo accade quando l’impresa fa la differenza!

*componente del Comitato Pari Opportunità dell’Unione Industriali di Napoli, Università del Sannio

Daniela Chiariello


Giornale numero: 026 - Pagina: 38