Start Cup Campania 2012, riparte la gara tra i ricercatori. Parlano i vincitori delle scorse edizioni del Premio: I nostri progetti? Aspettiamo ancora risposte dalle Università
Tanta buona volontà ma ancora pochissimi fatti. Gli atenei campani scommettono di buon cuore sui giovani ricercatori intenzionati a fare impresa ma, per ora, fanno quasi di tutto per perdere la posta in gioco. Il fatto è questo. Da due anni a questa parte i sette atenei della Regione promuovono “Start Cup Campania”, un premio per l’innovazione finalizzato a mettere in gara idee d’impresa nate in ambito accademico. Si tratta di una autentica business plan competition, il cui obiettivo – come si legge nel sito ufficiale – “è quello di sostenere la ricerca e l’innovazione tecnologica finalizzata allo sviluppo economico e alla nascita di imprese ad alto contenuto di conoscenza”. A dare ulteriore valore al concorso si aggiunge la chance offerta ai vincitori di partecipare al contest più importante del settore, il Premio Nazionale per l’Innovazione, promosso sotto l’egida della Presidenza della Repubblica. A pochi giorni dalla pubblicazione del bando dell’edizione 2012 abbiamo pensato di verificare quale fosse, al di là delle belle intenzioni, lo stato delle imprese campane nate in ateneo. A cominciare dai vincitori delle due scorse edizioni di “Start Cup Campania”. Ne emerge un quadro tutt’altro che promettente.
“Dopo la vittoria conseguita nel 2010, abbiamo avviato le pratiche per diventare uno spin off, per diventare cioè un’impresa e poter agire come tale sul mercato, ma tuttora siamo in attesa di una risposta definitiva da parte dell’ateneo”. Lucia Altucci, docente di Patologia generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università di Napoli e leader “EpiC” (Epigenetic Compounds), il team campano premiato nella prima edizione del concorso interateneo, parla chiaro. “EpiC” mira a intercettare “molecole intelligenti” da usare nelle terapie antitumorali, ovvero proteine in grado di regolare l’attività dei geni e quindi, nel caso dei tumori, di far riacquistare alle cellule “impazzite” la capacità di morire. L’ambizione della Altucci è quello di far diventare il suo gruppo un’azienda di riferimento nel campo del drug discovery. Per poterlo fare è però necessario che il suo gruppo si costituisca in uno spin off. E qui casca l’asino. “Costituire formalmente uno spin off richiede dei passaggi complessi, bisogna redigere un business plan, uno statuto, bisogna cioè avere delle competenze specifiche”.
Il discorso è così ovvio da risultare banale. Quel che tuttavia banale non è, è che l’Ateneo di riferimento non si sia dotato di un ufficio che aiuti i ricercatori a compiere i passaggi burocratici richiesti per creare un’impresa. O meglio, “un ufficio del genere esiste ma solo in teoria, perché – denuncia la Altucci – nella pratica vieni lasciato da solo”. “C’è un ufficio per il trasferimento tecnologico che dovrebbe occuparsi di questo ma allo stato attuale – continua – fornisce solo delle indicazioni su quello che si dovrebbe fare, senza però effettuare un autentico tutoraggio. Cioè mi si dice questo punto non va bene, ma non c’è nessuno che ti indica come concretamente correggere il passaggio formale incriminato”. Il rischio, in questo modo, è innescare una serie di ping pong burocratico-amministrativi. Cosa puntualmente accaduta ad “EpiC”: il team della Sun ha presentato domanda prima dell’estate del 2011, ha ricevuto una prima risposta da parte dell’Ateneo in dicembre con l’indicazione di alcune correzioni, cui è seguita una nuova domanda corretta alla quale si attende una (si spera) definitiva risposta da parte dell’università. “Abbiamo spesso pensato di lasciar perdere, e se non lo abbiamo fatto è solo perché dopo tutto il tempo passato su carte e cartacce per imparare come riempire i moduli del caso, sarebbe stato un peccato gettare alle ortiche tutto questo lavoro”.
Se i ricercatori vengono di fatto lasciati soli proprio quando intendono misurarsi con il mercato è chiaro che tutto il gran parlare sul matrimonio tra innovazione e imprese è solo retorica. Anche il team “Nyborg Mat”, vincitore della seconda edizione di “Start Cup Campania”, conferma le difficoltà incontrate dai predecessori. “Quando abbiamo chiesto all’ufficio competente del nostro ateneo come fare per diventare uno spin off – dice Clauda Altavilla, assegnista presso l’ateneo di Salerno e leader del gruppo specializzato in nanotecnologie – abbiamo avuto delle indicazioni molto generiche. Per questo ci siamo organizzati in proprio, affidando una parte del nostro team a specialisti in economia”.
Gli specialisti in questione sono Roberto Parente, docente di Management dell’innovazione presso l’Università degli Studi di Salerno e Rosangela Feola, specialista in Ricerche aziendali, che di queste competenze hanno fatto tesoro fondando una società specializzata, l’I2C srl, che offre servizi per la valutazione e lo sviluppo di nuovi business basati su tecnologie innovative. Ma è possibile che gli atenei non abbiano pensato a delle facilitazioni di sorta?
Che qualcosa non vada per il verso giusto lo ammette anche Mario Sorrentino,ordinario di Business planning e creazione di impresa presso la Facoltà di Economia della Sun e responsabile dell’Ufficio di trasferimento tecnologico dell’ateneo. “Stiamo potenziando le nostre attività – dice – finora non ci sono stati i mezzi necessari per poter pensare di dedicare a ogni ricercatore un consulente che potesse redigerne un piano per la costituzione d’impresa. Va comunque detto che non è un male, per i docenti che abbiano intenzione di cimentarsi nel mondo imprenditoriale, cominciare ad avere a che fare con la redazione di un business plan. Anche questo fa parte della formazione”. Sorrentino, che su questo tema ha sviluppato numerosi volumi, tra cui uno specificamente dedicato agli “Spin-off da ricerca in Campania. Settori strategici e politiche di intervento” (curato insieme a Pierfrancesco Capozzi), è tuttavia ottimista. Anche in considerazione di “Campania in Hub”, azione promossa dall’Agenzia regionale per l’Innovazione.
“L’agenzia ha stimolato il rafforzamento, presso tutti gli atenei regionali con competenze scientifiche (tutti tranne il Suor Orsola e l’Orientale, ndr.), dei rispettivi uffici di trasferimento tecnologico e, soprattutto, li fornirà dei mezzi necessari per poter funzionare adeguatamente. Credo che entro due anni il numero degli spin off potrà arrivare anche a raddoppiare”. Che si fosse giunti a un punto di non ritorno lo testimoniano, come sempre, i numeri. Degli 873 spin off attivi in Italia, solo 32 sono quelli campani, nemmeno il 3 per cento. Si tratta di un numero molto basso, addirittura deprimente se si considera che la Campania dispone di sette università per una platea di ricercatori di circa 9000 ricercatori. Numeri che la Puglia, l’Umbria, le Marche e la Sardegna, tutte più in alto nella classifica delle imprese di ateneo, possono solo sognare.

Guarda il promo







