Viaggio nel Corpo di Napoli

San Domenico Maggiore: arte, cultura e caffé

Nei bar che si affacciano sulla storica piazza nel cuore delle città è possibile incontrare artisti, intellettuali e ricercatori. Tanti gli immigrati provenienti dall’Africa e dallo Sri Lanka </strong


Piazza San Domenico Maggiore. Il “Gran Caffè Neapolis” è posto tra la libreria “ABC” che fa angolo con via Mezzocannone e la pasticceria “Scaturchio”, seguito dalla profumeria “Alex”, i cui cartelloni pubblicitari celano in parte il bellissimo portale in piperno e l’antica destinazione di quello storico locale “Poste e Telegrafi”.
Sono numerosi i punti vendita e di accoglienza affacciati sulla piazza intrisa d’arte, architettura, storia, commercio e incontri culturali: “le Marchand d’Odeurs – Bar à Parfums”, “Caffè San Domenico Maggiore”, “Caffè del Professore”, il “Ristorante Palazzo Petrucci” arredano e ravvivano l’altra parte della piazza, quella – diciamo – più raccolta.
Ci si ferma al “Neapolis” per una breve pausa; il locale si presenta nella sua moderna accoglienza, pulito luminoso e luccicante, con numerose vetrine riccamente esposte di bottiglie pregiate, monili di elegante manifattura, miniature in cioccolata della stessa piazza San Domenico e del Golfo di Napoli, vere e proprie sculture. In alcune discrete locandine si leggono una serie di appuntamenti culturali, alcuni già svolti altri da svolgersi: il 30 marzo “il mare il viaggio, le onde che bagnarono le culture”; il 27 aprile “il Medio Oriente, il seme dell’anima mediterranea”; il 25 maggio “l’Egitto dall’Africa a Piazzetta Nilo”; il 29 giugno “l’archeologia oggi, cosa c’è sotto gli strati moderni”.
Un’altra iniziativa culturale legata alla ‘scultura’ pare in via di programmazione; noto che poco distanti discutono il Maestro Giuseppe Corcione e un giovane distinto signore con la sciarpa che pare il proprietario.
Nessun paragone tra questo locale e altri distribuiti in altre aree del Centro Storico dove il primo impatto è un bancone trascurato e molto segnato dal tempo, tazze scheggiate e tiepide, bicchieri opachi portatori di acqua e chissà che altro, briciole di cornetti seminate qua e là nel consumo che attendono forse di germogliare in fusto.
E colui che appare il proprietario seduto dietro la cassa in un angolo scuro, la stanchezza sulle spalle e sopra le palpebre, ogni movimento scontato e ripetitivo, ma non l’arroganza di cacciar via un giovane dipendente “a nero”, solo perché ha osato domandare se per le scorse fatiche di Natale può avere qualche centesimo d’euro in più: che assurdità!, avrà pensato questo proprietario di bar; il giovane invece dovrà ritenersi fortunato perché non soffrirà dei rischi da monotonia lavorativa.
Al “Gran Caffè Neapolis”, dunque, sotto il gazebo posto all’esterno, vedo una signora seduta al tavolino, intenta a soffiare prima e sorseggiare poi una cioccolata calda. Alcuni quotidiani, tra cui scorgo “Il Denaro” e il mensile “L’Espresso Napoletano”, con alcuni libri, sulla sedia accanto alla sua m’incoraggiano ad avvicinarmi; immagino sia una docente universitaria, mi presento adocchiando il quotidiano economico, le chiedo se posso porle qualche domanda, come con altre persone incontrate nel corso del mio… viaggio nel Corpo di Napoli. La gentile signora fa un cenno affermativo anche se, spiega, ha molta fretta di entrare in Istituto (l’Orientale, quasi di fronte a noi): non mi sbagliavo, è proprio una docente. Le chiedo quindi il suo punto di vista sul come in zona sia ‘percepita’ la variegata platea degli immigrati.
L’intervistata entra in argomento con sorprendente capacità di sintesi, dopo la seconda occhiata al piccolo orologio dorato al polso: “Gli Africani – comincia – da qualunque parte provengano del Continente, a noi Napoletani ispirano istintiva simpatia, perché ci accomunano molte cose: come noi mercanteggiano su tutto, sono furbi, spiritosi, colorati, loquaci. Poi, i giovani Africani sono bellissimi, e si sa che l’occhio vuole la sua parte, e spesso colti: tanti senegalesi ambulanti o sudanesi che vendono quei loro oggetti meravigliosi, lucenti e colorati, di provenienza sono laureati! Al di là della differenza linguistica, ma quasi tutti parlano il francese o l’inglese, ci s’intende perché sono i loro sguardi a fare da traduttori…
I Cinesi destano sospetto perché ‘lontanissimi’ da noi: ci sembrano tutti uguali, appaiono una comunità chiusa al loro interno, peraltro vastissimo numericamente; totale incomunicabilità linguistica, e poi spesso – ingiustamente – diventano il simbolo di chi toglie lavoro.
L’aspetto estetico del commercio ambulante cinese può destare molta contrarietà: invadente, rumoroso, sgraziato, piccolo… che fatica per occhi non di lince! e poi di pessima qualità, al punto che per dire che una merce non vale niente si dice ‘E’ cinese!’. Anche le donne dell’Europa dell’Est destano un certo sospetto, se non ostilità: belle, bionde e giovani sono accusate come ‘rovina-famiglie’.
Poi spesso ti mollano all’improvviso, anche dopo anni, per un datore di lavoro che dà pochi spiccioli in più di te, perciò si sono fatte la fama di inaffidabili. Indiani Shrilankesi e Filippini sono… gli ‘aristo-immigrati’: eleganti, pacifici – in prevalenza sono buddhisti, non a caso – bonaccioni, affidabili, puntuali.
A volte i maschi sono un po’ bugiardi, ma con intelligenza, malizia e senza malvagità, con molto sense of humor decisamente inglese – la colonizzazione del Regno Unito ha lasciato forti tracce… Shri Lanka, la lacrima dell’India, era detta Cylon… quindi sempre simpatici e facilmente perdonabili. Grande senso della famiglia, e della gerarchia familiare; grande rispetto per il “Vecchio” della famiglia, il saggio della casa… com’era anche per noi un secolo fa – aggiunge la professoressa, e mentre parla disegna cerchi nell’aria con le mani dalle lunghe dita – Le giovani donne, poi, sono bellissime, con quelle lunghe trecce nere di capelli che non tagliano dalla nascita.
E quando camminano, le donne di questo Oriente sembrano le principesse delle fiabe, per il loro incedere lento ed elegante, talvolta superbo. L’unica pecca, per me, il suono del loro parlare, simile al…‘gloglottare’ dei tacchini; ma qualche fanciulla riesce a renderlo persino musicale!” ride la professoressa e, finalmente in silenzio, sfila in confidenza dal mio pacchetto rosso vicino al block notes una sigaretta, che subito le accendo; mentre aspira si nota la lingua segnata dalla calda e cremosa bevanda.
Una descrizione sintetica, e insieme panoramica e puntuale della presenza di immigrati a Napoli e in particolare nel Centro Storico ci viene da Giancamillo Trani, Vicedirettore della Caritas di Napoli: ”Premesso che quello partenopeo è il centro storico più grande d’Europa – parte della Sanità e arriva fino alla Riviera di Chiaia – non è semplice fornire una visione definita. In provincia di Napoli, le prime tre comunità migranti sono di origine Ucraina, Sri Lanka e Cina. A queste, aggiungerei senz’altro le comunità provenienti da Romania, Marocco, Polonia, Albania, Bulgaria, Algeria e Tunisia, senza dimenticare quelle più sedimentate: Capo Verde, Filippine, Senegal, Nigeria. E questo – sottolinea Trani – per ciò che concerne le nazionalità più rappresentative. Ma venendo più nello specifico a Napoli città – continua il Vicedirettore della Caritas – secondo l’Istat, i residenti stranieri al 01 gennaio 2011 sarebbero 29.428, ovvero il 35,6% dei residenti migranti nell’intera provincia partenopea.
Secondo le mie personali conoscenze, nel centro cittadino risiedono in primis tantissimi Srilankesi, qualcuno parla addirittura di 8.000 persone, specialmente nel Rione Sanità, ma anche a ridosso di Piazza Dante, nella zona conosciuta come il Cavone.
Nella zona della Ferrovia troviamo, oltre che Maghrebini, soprattutto immigrati dell’Africa subsahariana e molti Cinesi. Nei quartieri Spagnoli, oltre ad una nutrita colonia di latino-americani – Dominicani, Peruviani e così via, vivono molti orientali, Cinesi e Filippini soprattutto”.
Si saluta telefonicamente il cortese Vicedirettore Trani, con l’impegno di risentirci presto per ulteriori approfondimenti. Intanto, si comincia a cercare di ‘scoprire’ la comunità cinese di Napoli, che secondo la professoressa (f.de.a.) presenta caratteri di auto isolamento e diffidenza…

Franco D'Angelo


Giornale numero: 030 - Pagina: 38