Crisi, le scelte di Governi e banche centrali

In un articolo pubblicato la scorsa settimana abbiamo analizzato il pensiero del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sul nuovo corso della banca centrale. Concludiamo l’approfondimento esaminando alcuni passaggi relativi alla crisi e alle scelte di Governi e banche centrali. La recessione del 2009 ha determinato una forte caduta degli utili per le banche italiane. E questa è una conferma di un principio già ricordato: nelle stagioni recessive le banche e le imprese subiscono i medesimi danni ed escono dalla crisi solo giocando di conserva: come di conserva dovrebbero giocare gli attori che dominano le politiche monetarie e le politiche fiscali; cioè le banche centrali ed i Governi, che agiscono per conto e in rappresentanza degli Stati nazionali. La caduta degli utili aveva compromesso la possibilità di rafforzare patrimonialmente le banche italiane, che presentavano, sotto questo profilo, un certo grado di fragilità. Fragilità latente ma che, in previsione di una lunga e difficile stagione di fuoriuscita dalla crisi del 2008, presentava caratteri di relativa pericolosità. Da questo legame critico, tra debolezza del conto economico e fragilità dello stato patrimoniale della banca, stiamo progressivamente uscendo nel caso italiano. Si tratta di una constatazione di Visco che è stata sottovalutata dai primi commenti apparsi sul suo intervento: “Negli ultimi anni abbiamo chiesto alle maggiori banche italiane un significativo rafforzamento patrimoniale; esso è stato conseguito, anche in momenti difficili, prevalentemente attraverso la raccolta sul mercato di capitali privati, per quasi 20 miliardi. La strada percorsa in pochi anni è notevole. Il patrimonio di migliore qualità (core tier 1 ratio) dei cinque maggiori gruppi ha raggiunto in media il 9,5 per cento degli attivi ponderati; era il 5,7 per cento a fine 2007, prima della crisi. Il divario che, seppur ridotto, ancora separa il grado di capitalizzazione delle nostre grandi banche da quello medio dei maggiori concorrenti esteri risente di modalità di calcolo delle attività ponderate per il rischio non omogeneo tra i diversi ordinamenti. Nelle sedi della cooperazione internazionale sono stati avviati lavori, da noi fortemente sostenuti, per ridurre queste differenze, anche attraverso meccanismi di peer review; in Europa l’adozione del single rulebook andrà nella stessa direzione”. Sul fatto che la scelta di indicatori segnaletici del livello di rischio, i quozienti di bilancio, non sia risolutiva di una efficace comparazione quando siano diverse le metodologie di classificazione delle voci di bilancio, esiste una forte continuità tra queste affermazioni di Visco e la pressione che Mario Draghi ha svolto, nei suoi anni alla Banca d’Italia: quando era anche chairman del Financial Stability Board. Ma Visco aggiunge anche una ulteriore descrizione, nella sequenza con cui descrive la dinamica delle raccomandazioni dell’Eba e lo svolgersi, molto faticoso, della creazione e dell’affermazione della European Financial Stability Facility (Efsf). Una descrizione che ripropone la questione del timing nei momenti in cui bisogna agire coordinando adeguatamente, nel tempo e nelle dimensioni, le scelte dei Governi e quelle delle banche centrali. “La raccomandazione sul capitale delle banche emanata lo scorso 8 dicembre dall’Autorità bancaria europea (Eba), parte di un più ampio pacchetto di misure approvato dal Consiglio europeo a fine ottobre, mirava a rendere il sistema più resistente a fronte delle elevate tensioni sul rischio sovrano e della possibilità che si verifichino altri shock. Essa non cambia le regole prudenziali e contabili in vigore; non disincentiva l’investimento in titoli sovrani, poiché il buffer di capitale a fronte del rischio sovrano è riferito ai titoli posseduti alla fine di settembre.
Le indicazioni dell’Eba richiedono un rafforzamento del capitale, non la riduzione degli attivi. La misura è stata decisa in circostanze eccezionali, che richiedevano un difficile bilanciamento tra la necessità di sciogliere, senza incertezze e senza indugi, i dubbi del mercato sulla solidità delle banche europee e l’esigenza di evitare effetti pro-ciclici. L’Eba e le autorità nazionali hanno più volte chiarito che la raccomandazione è una misura una tantum, che non sarà ripetuta. L’Eba ha deciso di rimandare al 2013 il prossimo stress test sul sistema bancario europeo. La sequenza ottimale delle misure adottate dal Consiglio europeo avrebbe richiesto, prima o simultaneamente all’emanazione della raccomandazione Eba, il rafforzamento e la piena operatività della European Financial Stability Facility (Efsf), insieme all’attivazione di garanzie pubbliche europee sulle nuove passività bancarie a medio e a lungo termine. Se fosse stata subito rafforzata la capacità d’intervento europea, l’incertezza sull’evoluzione della crisi del debito sovrano in Europa si sarebbe ridotta, migliorando la valutazione dei titoli sovrani e la possibilità di reperire risorse sui mercati da parte delle banche. L’Eba si è impegnata a riconsiderare la necessità della costituzione del buffer in relazione all’attivazione dell’Efsf e al miglioramento delle quotazioni dei titoli sovrani”. Non serve aggiungere altro.
Riprendendo in parte quanto affermato nel precedente articolo, l’ultima raccomandazione di Visco è in materia di concorrenza tra le banche e tutela dei consumatori dei prodotti finanziari: “In un ordinamento che riconosce la natura d’impresa dell’attività bancaria, la concorrenza è lo strumento più efficace per garantire la protezione del risparmio e la tutela del cliente, con benefici per la stessa stabilità del sistema”. E quella stabilità rappresenta l’altra gamba rispetto alla liquidità che il sistema delle banche centrali europee) mette a disposizione delle banche e dei mercati finanziari per evitare ripercussioni sul credito alle imprese, ferma restando la responsabilità dell’impresa di realizzare e gestire investimenti e quella della banca di valutare il merito di credito in relazione alla capacità di reddito dell’impresa stessa. Una capacità che deriva dalla capacità dell’impresa di formulare progetti di investimento e realizzarli. Mentre il potere della banca, come diceva Joseph Schumpeter, resta quello degli Efori di Sparta: mettere a morte il Re.
Essendo l’imprenditore il centro del sistema dell’economia monetaria di produzione ed essendo la banca a scegliere se far credito ad un progetto realizzabile o negare quel credito trasformandolo in un progetto irrealizzabile perché razionato dal mercato finanziario. Una eco di questa interpretazione si legge nel discorso di Visco quando commenta le regole di Basilea, che danno alle banche la dimensione operativa nella quale esercitare la loro discrezionalità di valutazione e finanziamento delle imprese. (…)
Visco non si ferma solo al richiamo di una responsabilità delle banche verso la crescita degli investimenti imprenditoriali. La sequenza dello sviluppo economico non si ferma all’impresa ed ai suoi eventuali successi. Lo sviluppo merita di essere chiamato come tale solo quando promuove la realizzazione compiute della capacità e delle conoscenze degli uomini e delle donne, che quei progetti di investimento riescono a concludere effettivamente. Visco conclude: “Le banche dovranno dimostrare di saper svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, in una gestione sana e prudente, con acuita capacità selettiva. Lo richiede la loro stessa ragion d’essere; è cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario. È al contempo necessario che si accresca l’impegno al riequilibrio dei bilanci e alla rimozione dei nodi strutturali che condizionano l’efficienza e la redditività del sistema bancario italiano.
Siamo convinti non solo che si debba ma che si possa guardare con fiducia alla capacità dei nostri intermediari di affrontare questa sfida con successo; con pari fiducia guardiamo a una politica economica che, volta alla stabilità finanziaria e orientata alla promozione di un ambiente favorevole a una crescita bilanciata dell’economia, consenta di accrescere le opportunità di investimento, di ritornare rapidamente a creare nuove e permanenti occasioni di lavoro”. Un banchiere centrale che guarda con fiducia la lunga catena di relazioni, che lega la banca centrale alla crescita dell’occupazione, ha certamente un imprinting indubitabilmente anglosassone e non renano. Meglio così, per l’Italia come per l’Europa. Visto che il principale e comune obiettivo degli Stati Europei dovrebbe essere quello di ridimensionare la percezione che l’area dell’Euro sia un pericoloso focolaio della crisi finanziaria globale.

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Massimo Lo Cicero


Giornale numero: 042 - Pagina: 31