La bella storia di san Paolino da Nola

San Paolino

Ponzio Meropio Anicio Paolino, Vescovo di Nola e santo, è stato definito da Benedetto XVI un “Padre della Chiesa”. Nacque a Burdigala (Bordeaux), in Gallia, nel 355 e morì a Nola il 22 giugno del 431. Per trattarne vita, opere e miracoli mi servo ampiamente dell’ottimo contributo di Serafino Prete pubblicato nella “Bibliotheca Sanctorum”.
La sua era una ricca famiglia senatoriale cristiana, che lo avviò agli studi nella stessa città di Burdigala, centro culturale importante della Gallia del IV secolo, come discepolo del poeta Ausonio, il più illustre maestro della fiorente scuola burdigalense.
Nel 381 Paolino era governatore della Campania (consularis sexfacalis Campaniae): a questa data risalgono i suoi primi contatti con Nola e con il culto del martire s. Felice, presso la cui tomba, il 14 gennaio di ogni anno, convenivano pellegrini da ogni parte; al martire Felice, fin da allora, Paolino consacrò la sua vita come a suo patrono.
Tornato in patria, intorno agli anni 383-384, dopo una breve sosta, si portò in Spagna, dove sposò Terasia, una pia nobildonna di Barcellona, da cui ebbe il figlio Celso, morto prematuramente.
Scrive Serafino Prete: «In seguito ritroviamo i due coniugi in Aquitania, dove alternavano il soggiorno nei loro ricchi possessi di campagna con i diversivi che loro offrivano le molteplici relazioni sociali e culturali con il mondo aristocratico e poetico del tempo».
Pure al medesimo periodo potrebbe assegnarsi la conoscenza che Paolino fece di Ambrogio, cui egli dice di sentirsi obbligato per il nutrimento di fede da lui ricevuto, anche se non è improbabile che l’incontro dei due si fosse verificato prima, in occasione di un breve soggiorno di Paolino a Milano, durante il viaggio di ritorno dalla Campania, dopo l’abbandono dell’ufficio e della carica di governatore.
L’avvenimento che chiude questo periodo della vita di Paolino è il suo Battesimo: non sappiamo precisamente in quale anno, sicuramente prima del 389. Questo fu l’anno che segnò una svolta decisiva nella sua vita: la sua totale conversione al Cristianesimo, l’abbandono della Gallia per la Spagna e la rottura con il maestro pagano Ausonio. Questa conversione totale alla humilitas e paupertas cristiane sgorgava anche da dolorose esperienze e lutti familiari: la morte del fratello avvenuta in tragiche circostanze non ben conosciute e la perdita del piccolo Celso ad appena otto giorni dalla nascita. Paolino decideva così la sua completa dedizione a Cristo. Ha scritto Benedetto XVI: «L’incontro con Cristo fu il punto di arrivo di un cammino laborioso, seminato di prove».
Intorno al 393 Paolino, non ancora quarantenne, venduto il suo patrimonio – il Martirologio Romano attesta: “… da nobilissimo e ricchissimo che era si fece povero e umile per Cristo …” – diede inizio alla sua nuova vita. L’anno successivo, per l’insistente desiderio di quella comunità cristiana, a Barcellona, il giorno di Natale fu ordinato sacerdote, onore che egli accettò con la condizione di non rimanere legato a quella Chiesa. Il sogno da tempo vagheggiato di trasferirsi a Nola, presso la tomba di s. Felice, divenne realtà: nel 395 egli, con la moglie Terasia, compagna ormai della sua vita monastica e con alcuni amici e discepoli, raggiunse Nola, dove si stabilì, dando così vita ad una piccola comunità cristiana.
Questi cristiani di Nola, “uniti corpore mente fide”, vivevano con Paolino partecipando alla vita comunitaria, ispirata alla humilitas e alla paupertas, caratteristiche della spiritualità paoliniana, nella preghiera in comune presso la sepoltura di s. Felice, sedendo tutti alla stessa mensa, membri ed ospiti, nel nome di Gesù Cristo. Si trattava di una “originale esperienza ascetica”, di una “fraternitas monacha”, come la definisce Piero Bargellini.
L’annuo ricorso della festa di s. Felice era motivo di grande gioia per la comunità, che poteva ascoltare i componimenti poetici (carmina natalicia) che Paolino preparava per l’occasione; dal 394 in poi egli non mancò mai di rendere questo omaggio poetico al martire di Nola, che salutava suo “parens pater dominus patronus”. Nola divenne, ad opera di Paolino, un fervido centro di vita cristiana: la corrispondenza di Paolino ci ha trasmesso il ricordo di amici ed ammiratori che si recavano a Nola per rendergli visita e trattenersi con lui. Nola era testimone di un vero esempio di vera amicizia cristiana. «In questa [amicizia cristiana] Paolino fu un vero maestro, facendo della sua vita un crocevia di spiriti eletti: da Martino di Tours a Girolamo, da Ambrogio ad Agostino, da Delfino di Bordeaux a Niceta di Remesiana, da Vittricio di Rouen a Rufino di Aquileia, da Pammachio a Sulpicio Severo, e a tanti altri ancora, più o meno noti» scrive Benedetto XVI.

San Paolino

Il ritmo comunitario era tipicamente monastico, ma Paolino, che a Barcellona era stato ordinato sacerdote, prese ad impegnarsi pure nel ministero sacerdotale. Questo gli conciliò la simpatia e la fiducia della comunità cristiana di Nola che, alla morte del vescovo, verso il 409, volle sceglierlo come successore sulla cattedra di Nola.
In quanto tale volle ampliare lo spazio del Santuario di San Felice con una nuova Basilica, che fece decorare in modo che i dipinti, illustrati da opportune didascalie, costituissero per i pellegrini una catechesi visiva. Così egli spiegava il suo progetto in un Carme dedicato a un altro grande catecheta, san Niceta di Remesiana, mentre lo accompagnava nella visita alle sue Basiliche: «Ora voglio che tu contempli le pitture che si snodano in lunga serie sulle pareti dei portici dipinti … A noi è sembrata opera utile rappresentare con la pittura argomenti sacri in tutta la casa di Felice, nella speranza che, alla vista di queste immagini, la figura dipinta susciti l’interesse delle menti attonite dei contadini» (Carme XXVII). Per questo Paolino è collocato da Benedetto XVI “tra le figure di riferimento dell’archeologia cristiana”.
Paolino muore a Nola il mattino del 22 giugno 431.
La tomba di Paolino fu posta accanto a quella del martire e suo patrono s. Felice. Nei primi anni del secolo XI il corpo fu trasferito a Roma, nella chiesa costruita dall’imperatore Ottone III all’Isola Tiberina. Nel 1908 però s. Pio X autorizzò il ritorno del corpo di Paolino a Nola, dove giunse il 14 maggio 1909. Lo stesso pontefice estese la festa del santo alla Chiesa universale.
Dopo la conversione da artista pagano ad artista cristiano, una “nuova estetica” (Benedetto XVI) governava la sua sensibilità; in un verso del Carme XX Paolino scrive: “Per me l’unica arte è la fede, e Cristo la mia poesia”. Egli ci ha lasciato 51 Epistulae, delle quali il numero più cospicuo è costituito dalle tredici a Severo in cui è concentrata la migliore parte di quello che Paolino ha detto sopra il tema della amicizia cristiana; 31 Carmina, dei quali il gruppo più noto ed importante è costituito dai quattordici carmina natalicia in onore di s. Felice.

Maria Chiara Celletti, nella “Bibliotheca Sanctorum”, si sofferma sulla iconografia di s. Paolino. Il centro della iconografia paoliniana è certamente Nola, dove Paolino alimentò, durante il proprio episcopato, la gloria del suo protettore s. Felice, elevando in Nola una cattedrale dai ricchi mosaici di stile ravennate che Paolino stesso esaltò nei suoi versi. Nel duomo di Nola, consacrato a San Felice, vi è una cappella dedicata a Paolino contenente la cassa che ne custodisce le ossa e un busto reliquiario di argento del XVII secolo. Si ricorda inoltre che, festeggiando la ricorrenza del santo (22 giugno), nella città sono portati in processione otto “gigli”, pinnacoli alti oltre venti metri, su cui è dipinta l’effigie del vescovo, e un modello di barca con la stessa immagine. Questo in ricordo del ritorno di Paolino dall’Africa, dove, secondo la tradizione, si era recato a liberare dalla schiavitù un giovane nolano, ritorno accolto con grande gioia e offerta di gigli da parte del popolo nolano.

L’inno di san Paolino

Eugenio Russomanno