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| Descrizione: Ingegnere dell'informazione e giornalista pubblicista |
New Media, arte ed attivismo politico
In un febbraio freddo, molto più freddo del solito, ci siamo spostati tra Torino e Berlino per approfondire un tema che ci interessa molto: la relazione intensa che intercorre tra arte, mass media, comunicazione ed attivismo politico.
Intorno a questi temi, Irene Calderoni, ha curato alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, una interessantissima mostra, Press Play, inaugurata con una conferenza di Richard Armstrong, direttore del Museo Guggenheim di New York, con la presenza di opere di sedici artisti internazionali, alcuni molto famosi ed altri emergenti, che hanno analizzato, appropriandosene, i contenuti e le strategie dei media dell’informazione, sovvertendoli al fine di svelarne i meccanismi di funzionamento.
Nel percorso della mostra, che continuerà fino al 6 maggio, gli artisti si interrogano su quello che è lo statuto dell’immagine, ed il rapporto con la realtà. Non è una classica critica della manipolazione da parte dei media, ma piuttosto una riflessione molto sofisticata, mediata dagli artisti, sul modo in cui la realtà viene trasformata in immagine. Ne risulta un caleidoscopio di idee, mediante il quale essi mostrano di essere allo stesso tempo osservatori, mediatori e produttori di contenuti.
Il lavoro di Alessandro Quaranta (Torino 1975) , The handy holes watchers parade , è estremamente interessante. Risultato di una sua residenza al Cairo durante la Primavera araba, presente e testimone agli eventi, ha fatto un lavoro poetico e politico, su supporto video, in cui mostra come la tecnologia dei cellulari in questo caso, ma anche la messa on line in diretta di quelle immagini, ha trasformato il rapporto tra la realtà ed il giornalismo perché, i protestanti sono diventati i primi creatori di immagini della loro stessa rivolta.
Uno shift paradigmatico, viene quindi richiesto ai professionisti dell’informazione, il citizen journalism ed il crowdsourcing, infatti, con la ridefinizione del ruolo di spettatore come agente attivo di produzione dei contenuti, implica la necessità di una redifinizione del ruolo del giornalista professionista, che deve spostarsi di più verso un lavoro di approfondimento e reportage, piuttosto che al puro routinario rimbalzo di agenzie.
Dal freddo e la neve di Torino ci siamo spostati, verso un freddo ancora più intenso, quello berlinese, per seguire la 62° Berlinale. Qui ci siamo imbattuti in un bellissimo documentario di Alison Klayman, Ai Wei Wei: Never Sorry, risultato di due anni di riprese seguendo l’artista cinese lungo il suo percorso di artista ed attivista.
Percorso, in questi anni, nelle sue stesse parole, trasformatosi in una sorta di partita a scacchi con le autorità del suo Paese, risoltasi con una detenzione e la conseguente censura della sua attività online fino al prossimo giugno.
Ai Wei Wei, da artista, ha capito il profondo potenziale dei nuovi media, e dopo il grande rifiuto alla partecipazione alla cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino (per i quali aveva progettato lo stadio soprannominato: Nido d’uccello, 鸟巢, niǎocháo), perché ripudiava l’uso propagandistico che ne faceva il regime, ha iniziato una serie di campagne in rete, insieme alla produzione di alcune opere esposte all’estero (come Sunflowers Seeds, esposta alla Tate Modern di Londra), creando una strettissima connessione tra arte, comunicazione ed attivismo, che fa arrivare a pensare che l’essenza stessa della sua arte, sia la comunicazione.
Molte altre però, sono le cose che andrebbero dette su questo artista.
Per esempio che è tra i firmatari del manifesto Charta 8, per cui il premio Nobel Liu Xiaobo sta ora scontando una pena di undici anni, oppure che ha realizzato un’indagine sulle cause del crollo degli edifici scolastici nel terremoto di Sichuan, in collaborazione con l’ambientalista Tang Zuoren, facendo un forte uso dei social networks, concretizzatasi in un’aperta accusa di corruzione nei confronti delle autorità locali.
Che, nel corso di una mostra a Chengdu, capitale della stessa provincia del Sichuan, è stato picchiato dalle forze di polizia tanto da subire un trauma cranico, o che l’opera d’arte esposta in quella occasione era una lista dei 5000 bambini uccisi dal terremoto del 2008, risultato delle segnalazioni raccolte online.
Insomma, Ai Weiwei è un personaggio molto scomodo per il governo cinese, soprattutto dal momento che ha un grande successo di pubblico e critica, sia in occidente che a livello nazionale. Nella cerchia dei suoi ammiratori cinesi è nominato con un’espressione che si potrebbe tradurre come “Dio Ai” e le sue opere, incentrate sulla collisione tra memoria e cultura tradizionali con la società, sono fonte d’ispirazione per molti attivisti cinesi e non. Per questo, gli attacchi alla sua persona e ai suoi diritti da parte delle autorità si sono moltiplicati nel corso degli ultimi tempi.
Solo tra l’ottobre del 2010, quando è stata ultimata l’installazione londinese Sunflower Seeds, ed i primi mesi del 2011, ad esempio, il governo cinese ha ordinato la demolizione dello studio dell’artista appena costruito a Shangai (novembre 2010) e impedito ad Ai Weiwei di lasciare lo Stato (inizio dicembre 2010), per timore che partecipasse alla cerimonia di consegna dei Nobel al posto del prigioniero Nobel Liu Xiaobo.
«Non c’è libertà di stampa in Cina, non c’è una giustizia indipendente e non c’è la possibilità di dibattere o esprimere il proprio dissenso nei confronti del governo. Per questo mandano la polizia a fare lavori come questo», ha detto Ai riferendosi alla demolizione. Queste sono le ragioni che hanno sempre spinto l’artista a rifiutare il concetto de l’art pour l’art e ad identificare il suo lavoro con il proprio impegno politico e sociale.
La stessa Sunflower Seeds rappresenta i semi di quel popolo che la propaganda di regime raffigurava come un campo di girasoli rivolti verso il sole (verso Mao), il miracolo dell’interazione tra l’individuo e la moltitudine, la potenzialità rivoluzionaria della collettività, ma soprattutto (cosa non meno importante dei suoi molteplici livelli di lettura) ha coinvolto nella sua realizzazione centinaia di persone che sono state pagate per collaborare, lavorando con le tecniche tradizionali e in condizioni sicure ed eque. Il risultato quindi, oltre alla creazione di un gigantesco tappeto di semi per la Tate, è stato, nelle speranze dell’autore, quello di rendere i cittadini più consapevoli dei propri diritti.
Alison Klayman, nelle sue parole alla presentazione del film, ha documentato tutto ciò, incluso l’arresto e liberazione di Ai Wei Wei, cercando di non sovrapporre un suo giudizio.
In definitiva, ci sembra oggi sempre più chiaro che la prospettiva e lo sguardo sugli eventi del quotidiano, nei paesi in rivolta ed in quelli in cui i diritti vengono regolarmente schiacciati, rappresentino l’ideale campo comune tra arte, comunicazione e mondo dei media.
Un campo comune che, nel nostro Paese, nei due decenni che sono appena terminati sembra non aver fatto germogliare alcun seme.









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