New Media Topics

New Media Topics di Alfredo Cafasso Vitale di Alfredo Cafasso Vitale
Descrizione:
Ingegnere dell'informazione e giornalista pubblicista


4

New Media, arte ed attivismo politico

Thomas Struth - Times Square - Press Play

In un febbraio freddo, molto più freddo del solito, ci siamo spostati tra Torino e Berlino per approfondire un tema che ci interessa molto: la relazione intensa che intercorre tra arte, mass media, comunicazione ed attivismo politico.

Si è assistito recentemente ad una svolta documentaria dell’arte contemporanea, per cui gli artisti sempre più spesso creano opere basate su realtà sociali esistenti, fatti o eventi di rilevanza pubblica. Ma l’artista, non si limita al racconto ed all’informazione, ma piuttosto, cerca di analizzare la relazione tra l’evento e la sua rappresentazione, veicolando consapevolezza personale e collettiva della realtà, attraverso un lavoro di analisi del ruolo politico e sociale delle immagini.

Intorno a questi temi, Irene Calderoni, ha curato alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, una interessantissima mostra, Press Play, inaugurata con una conferenza di Richard Armstrong,  direttore del Museo Guggenheim di New York, con la presenza di opere di sedici artisti internazionali, alcuni molto famosi ed altri emergenti, che hanno analizzato, appropriandosene, i contenuti e le strategie dei media dell’informazione, sovvertendoli al fine di svelarne  i meccanismi di funzionamento.

Nel percorso della  mostra, che continuerà fino al 6 maggio, gli artisti si interrogano su quello che è lo statuto dell’immagine, ed il rapporto con la realtà. Non è una classica critica della manipolazione da parte dei media, ma piuttosto una riflessione molto sofisticata, mediata dagli artisti, sul modo in cui la realtà viene trasformata in immagine. Ne risulta un caleidoscopio di idee, mediante il quale essi mostrano di essere allo stesso tempo osservatori, mediatori e produttori di contenuti.

Il lavoro di Alessandro Quaranta (Torino 1975) , The handy holes watchers parade , è estremamente interessante. Risultato di una sua residenza al Cairo durante la Primavera araba, presente e testimone agli eventi, ha fatto un  lavoro poetico e politico, su supporto video, in cui mostra come  la tecnologia dei cellulari in questo caso, ma anche la messa on line in diretta di quelle immagini, ha trasformato il rapporto tra la realtà ed il giornalismo perché,  i protestanti sono diventati i primi creatori di immagini della loro stessa rivolta.

Uno shift paradigmatico, viene quindi richiesto ai professionisti dell’informazione, il citizen journalism ed il crowdsourcing, infatti, con la ridefinizione del ruolo di spettatore come agente attivo di produzione dei contenuti,  implica la necessità di una redifinizione del ruolo del giornalista professionista, che deve spostarsi di più verso un lavoro di approfondimento e reportage, piuttosto che al puro routinario rimbalzo di agenzie.

Alessandro Quaranta -The handy holes watchers parade - Press Play

Dal freddo e la neve di Torino ci siamo spostati, verso un freddo ancora più intenso, quello berlinese, per seguire la 62° Berlinale. Qui ci siamo imbattuti in un bellissimo documentario di Alison Klayman, Ai Wei Wei: Never Sorry, risultato di due anni di riprese seguendo l’artista cinese lungo il suo percorso di artista ed attivista.

Percorso, in questi anni, nelle sue stesse parole, trasformatosi in una sorta di partita a scacchi con le autorità del suo Paese, risoltasi con una detenzione e la conseguente censura della sua attività online fino al prossimo giugno.

Ai Weiwei - Never Sorry - Berlinale 2012

Ai Wei Wei, da artista, ha capito il profondo potenziale dei nuovi media, e dopo il grande rifiuto alla partecipazione alla cerimonia di inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino (per i quali aveva progettato lo stadio  soprannominato: Nido d’uccello, 鸟巢, niǎocháo), perché ripudiava l’uso propagandistico che ne faceva il regime, ha iniziato una serie di campagne in rete, insieme alla produzione di alcune opere esposte all’estero (come Sunflowers Seeds, esposta alla Tate Modern di Londra), creando una strettissima connessione tra arte, comunicazione ed attivismo, che fa arrivare a pensare che l’essenza stessa della sua arte, sia la comunicazione.

Molte altre però, sono le cose che andrebbero dette su questo artista.

Per esempio che è tra i firmatari del manifesto Charta 8, per cui il premio Nobel Liu Xiaobo sta ora scontando una pena di undici anni, oppure che ha realizzato un’indagine sulle cause del crollo degli edifici scolastici nel terremoto di Sichuan, in collaborazione con l’ambientalista Tang Zuoren, facendo un forte uso dei social networks, concretizzatasi in un’aperta accusa di corruzione nei confronti delle autorità locali.

Che, nel corso di una mostra a Chengdu, capitale della stessa provincia del Sichuan, è stato picchiato dalle forze di polizia tanto da subire un trauma cranico, o che l’opera d’arte esposta in quella occasione era una lista dei 5000 bambini uccisi dal terremoto del 2008, risultato delle segnalazioni raccolte online.

Insomma, Ai Weiwei è un personaggio molto scomodo per il governo cinese, soprattutto dal momento che ha un grande successo di pubblico e critica, sia in occidente che a livello nazionale. Nella cerchia dei suoi ammiratori cinesi è nominato con un’espressione che si potrebbe tradurre come “Dio Ai” e le sue opere, incentrate sulla collisione tra memoria e cultura tradizionali con la società, sono fonte d’ispirazione per molti attivisti cinesi e non. Per questo, gli attacchi alla sua persona e ai suoi diritti da parte delle autorità si sono moltiplicati nel corso degli ultimi tempi.

Solo tra l’ottobre del 2010, quando è stata ultimata l’installazione londinese Sunflower Seeds, ed i primi mesi del 2011, ad esempio, il governo cinese ha ordinato la demolizione dello studio dell’artista appena costruito a Shangai (novembre 2010) e impedito ad Ai Weiwei di lasciare lo Stato (inizio dicembre 2010), per timore che partecipasse alla cerimonia di consegna dei Nobel al posto del prigioniero Nobel Liu Xiaobo.

«Non c’è libertà di stampa in Cina, non c’è una giustizia indipendente e non c’è la possibilità di dibattere o esprimere il proprio dissenso nei confronti del governo. Per questo mandano la polizia a fare lavori come questo», ha detto Ai riferendosi alla demolizione. Queste sono le ragioni che hanno sempre spinto l’artista a rifiutare il concetto de l’art pour l’art e ad identificare il suo lavoro con il proprio impegno politico e sociale.

AiWeiWei - SunflowerSeeds - Tate Modern

La stessa Sunflower Seeds rappresenta i semi di quel popolo che la propaganda di regime raffigurava come un campo di girasoli rivolti verso il sole (verso Mao), il miracolo dell’interazione tra l’individuo e la moltitudine, la potenzialità rivoluzionaria della collettività, ma soprattutto (cosa non meno importante dei suoi molteplici livelli di lettura) ha coinvolto nella sua realizzazione centinaia di persone che sono state pagate per collaborare, lavorando con le tecniche tradizionali e in condizioni sicure ed eque. Il risultato quindi, oltre alla creazione di un gigantesco tappeto di semi per la Tate, è stato, nelle speranze dell’autore, quello di rendere i cittadini più consapevoli dei propri diritti.

Alison Klayman, nelle sue parole alla presentazione del film,  ha documentato tutto ciò, incluso l’arresto e liberazione di Ai Wei Wei, cercando di non sovrapporre un suo giudizio.

In definitiva, ci sembra oggi sempre più chiaro che la prospettiva e lo sguardo sugli eventi del quotidiano, nei paesi in rivolta ed in quelli in cui i diritti vengono regolarmente schiacciati, rappresentino l’ideale campo comune tra arte, comunicazione e mondo dei media.

Un campo comune che, nel nostro Paese, nei due decenni che  sono appena terminati sembra non aver fatto germogliare alcun seme.

0

Weconomy: web co-opetition, competere cooperando

Nel 2008, Barack Obama veniva eletto sull’onda dello slogan: “Yes, we can”, due anni dopo Noam Chomsky

pubblicava, “America, no we can’t”. Il we, rimane il centro del discorso, e non solo nel

cyberspazio, dove sembra essere uno zeitgestrend, che totalmente incarna lo spirito del tempo.

Una serie di saggi recentemente pubblicati negli States, da neuroscienziati e sociologi, mettono in dubbio che

gli uomini siano egoisti per natura e mostrano che tendiamo invece a cooperare. La logica evoluzionistica, non è

più quella della competizione, ma piuttosto quella della collaborazione.

Anche i trend economici sembrano andare in questa direzione. La civiltà digitale impone infatti nuove economie

più aperte e partecipative, trasparenti e fatte di condivisione, reputazione e collaborazione, dice Thomas

Bialas, curatore del testo Weconomy.

Le logiche alla base di meccanismi di crowdfunding, pratica che si ispira al crowdsourcing pensato da

Robinson ed Howe, forniscono secondo il Wall Street Journal, una possibile alternativa al capitale di rischio.

Piccole cifre su idee di progetto da parte di una moltitudine di piccolissimi investitori, rendono realizzabili

idee altrimenti non finanziate.

Piattaforme basate su questo principio si moltiplicano

in diversi settori. IndieGoGo, per il cinema, Sellaband per la musica e Kickstarter

per ogni tio di progetto artistico e culturale.

Per la pubblicità, Zooppa.com, mette a disposizione una piattaforma che si propone di realizzare un nuovo

modello pubblicitario, basato su campagne realizzate da utenti della community, siano essi professionisti o

meno. Zooppa, che già conta centomila utenti, e centocinquanta campagne realizzate per marchi come Google,

Nestlé o Microsoft, lancia concorsi a cui possono partecipare tutti gli utenti registrati.

Nel mondo della moda, Nextstyler, offre una strategia simile. Si lancia un concorso al quale i giovani

stilisti partecipano con un bozzetto. La community, valuta i lavori sottoposti, ed il vincitore vede il suo

vestito realizzato senza costi, ottenendo una percentuale delle vendite, che vengono fatte direttamente sul

negozio online del sito. Gli utenti di questa community creano, votano, producono e comprano.

Marina Gorbis, executive director, dell’Institute for the Future di Palo Alto, ha recentemente dichiarato:”

Abbiamo inventato le tecnologie sociali, ora reinventiamo le organizzazioni sociali”. Un’economia We,

oltre al profitto materiale, deve produrre anche profitto sociale, culturale ed ambientale, promuovendo una

vera crescita.

0

Torre del ruido: lost in numbers.

Berlino, la mia nuova città di elezione, Kreuzberg il mio quartiere. La settimana scorsa,

in Oranienstrasse, allo spazio NGBK (Neue Gesellschaft für bildende Kunst), mi sono imbattuto in una bellissima

mostra: Other Possible Worlds – Proposals on this Side of Utopia.

Molti aspetti del vivere sociale, del linguaggio, delle immagini e delle realtà della

società contemporanea, sono stati analizzati, elaborati e presentati da alcuni artisti, utilizzando diversi

media, aprendo uno spazio di riflessione multidimensionale, che mi ha totalmente coinvolto.

L’ultima opera del percorso, quella del trentottenne artista cubano, Yoel Diaz Vazquez, che

vive e lavora a Berlino, intitolata Torre del Ruido ( Torre del Rumore), è quella che mi ha maggiormente

colpito. Una torre fatta da decine di monitor, su ciascuno dei quali si esprime un rapper della scena

underground dell’Havana, ritratto nel suo contesto domestico, cantando la sua visione del contemporaneo

quotidiano cubano. Nell’avvicinarsi all’opera si percepisce una sorta di cacofonia. Man mano che si avanza, ci

si focalizza su di un numero ridotto di stimoli, e facendo ulteriore astrazione, si riesce ad isolare le singole

voci. Il lavoro è una metafora del conflitto tra il contesto pubblico, in cui il discorso si riduce a mero

rumore, ed un contesto più privato ed intimo in cui si può parlare ed essere uditi.

L’opera ha aggiunto, con il suo forte potenziale visivo, un altro elemento alla mia riflessione in corso, anche

in questo blog, sui contenuti in Internet, gli autori, i fruitori, ed il mare magnum della Rete in cui cerchiamo

tutti di trovare una rotta.

Da un lato, Internet ha messo a disposizione potenti strumenti e facili veicolazioni di

contenuti, favorendo la nascita di modalità ed ambienti come il citizen journalism, le micro web Tv, la

blogosfera, gli ambienti wiki di costruzione e classificazione della conoscenza, gli spazi di salvaguardia delle

minoranze linguistiche in Twitter ( sono 90 le minoranze che “cinguettano”), le rivoluzioni nonviolente mediate

dalla Rete. Il tutto, in una tensione socio-tecnologica democratizzante, che rappresenta una delle espressioni

più forti della cultura di questi primi anni del terzo millennio.

Dall’altro però, il valore di tutto questo ad oggi si misura molto, forse troppo, in

termini quantitativi, di meri numeri.

Che così operino, i motori di ricerca come Google, è noto e lo abbiamo già messo in

evidenza. Ma oggi anche tra gli autori ed i fruitori dei contenuti della rete, rischia di innescarsi un

meccanismo del ranking.

Quanti motori di ricerca visualizzano i contenuti, ed in che posizione?
Quanti followers si sono aggiunti ( o sono andati via) su Twitter dopo la pubblicazione

dell’ultimo post sul blog?

Quanti I Like, ha messo insieme questo testo che stiamo leggendo per documentarci, e che

ranking ha in Google?

Tutto ciò può far perdere di vista le motivazioni più profonde che per molti erano alla

base della presenza in Rete: condivisione, partecipazione, spirito indie, riempimento e fruizione degli spazi

dello spettro culturale contemporaneo, che i media tradizionali non riescono a riempire.

Inoltre, in questo mondo sempre “on”, siamo tentati a non trattare nessun contenuto in

profondità. Quando l’informazione è troppa tutto è lettura interruptus. Gli strumenti di creazione sono migliori

di quelli per la classificazione e la ricerca dei contenuti.

Rischiamo, insomma, di trasformarci in tanti rappers digitali, lost in numbers.
0

La Nuvola: chiaroscuri nel cielo di Internet.

Foto di Marcello Galetti

Il Nist, National Institute of Standards and Technology statunitense, ha definito tecnicamente il cloud

computing come un modello architetturale che abilita l’accesso on demand, tramite la rete, ad un pool condiviso

di risorse di elaborazione configurabili come reti, server, storage, applicazioni e servizi, che possono essere

erogate e liberate in modo rapido con limitate attività di gestione. Le parole chiave del modello sono quindi:

on demand self service, accesso alla Rete onnipresente e continuo, raggruppamento di risorse location

independent, elasticità rapida, pay per use. I meccanismi di delivery sono sostanzialmente tre Software as a

Service (SaaS), Platform as a Service (PaaS), Infrastructure as a Service

(IaaS).

Questo, in breve, il modello tecnico. Vediamo ora qualche cifra. A fine 2008 il 69% degli americani, usavano una

qualche forma di cloud computing. Nei soli Stati Uniti, secondo l’ultimo report In-Stat, si passerà dagli

attuali 3 miliardi di dollari di investimenti nella Nuvola, a 13 miliardi nel 2014, mentre recenti stime Idc

prevedono che la crescita del cloud in Italia esploderà nel 2011 con un incremento del 44% rispetto al 2010. Nei

prossimi cinque anni, secondo Idc, il numero dei server virtuali triplicherà. I ricavi globali dei servizi cloud

cresceranno del 30% annuo fino al 2014, toccando quota 22,3 miliardi di dollari, nel 2010 erano 10 miliardi. La

spesa delle aziende italiane nel cloud è stata di 110 milioni di euro nel 2010, secondo Idc, e salirà a 150

milioni nel 2012. E potremmo andare avanti così a lungo, con le cifre di un trend esplosivo.

In realtà, la Nuvola porta con sé una serie di implicazioni non solo economiche, ma anche filosofiche,

politiche, di sicurezza e di privacy. I giorni del personal computer sono ormai contati, stiamo

lentamente scivolando verso l’invisible computer, ed in questo passaggio è quel “personal” che rischia

di diventare sempre più immateriale.

Internet ha già portato a compimento una sostanziale mutazione culturale. Eppure, sembra che questa mutazione

sia inarrestabile. Con l’arrivo dei nuovi consorzi come Internet2, con elevatissime performance connettive, la

Rete aprirà sempre più agli e-commons ed all’e-science. L’e-learning sta riconfigurando il concetto di classe,

la ricerca a distanza quello di Università. La digitalizzazione sta trasformando le biblioteche e la cosiddetta

tele-presenza, le sale convegno. La connessione ovunque sta annullando la distinzione spazio-temporale tra

lavoro e vita. Le interazioni umane sono quotidianamente filtrate attraverso una realtà nuova, invisibile,

globale , che va oltre il controllo di ogni singolo utente.

Ma qualcosa, nella Nuvola, squarci che non portano il sereno, sta accadendo nelle ultime settimane. Le ripetute

incursioni nella Nuvola di Sony, con le serissime conseguenze per la sicurezza e la privacy di decine di

milioni di utenti. Quello che pochi giorni prima era accaduto ad Amazon. In Italia, l’incendio dei server Aruba,

con le conseguenze, tra l’altro, sulla posta certificata degli utenti. Si stanno, quindi, aprendo spazi di

riflessione, fino ad ora soffocati dall’entusiasmo unanime ( o quasi) verso il trend esplosivo.

La Nuvola, per dirlo con le parole di James Carroll, giornalista bostoniano, è una di quelle metafore che

trasporta in sé implicazioni di senso. Le nuvole, erano l’immagine del Paradiso, idealizzazione post mortem, di

gratificazione per pochi. In contrasto con la materialità terrena, piuttosto denigrata. Parallelo simile, si

tende a volte a fare nel mondo high-tech, tra l’immaterialità pura della Nuvola, e la materialità grezza del

“cervello umano”. Ma le nuvole portano con sé anche una connotazione di invito al valore del mistero, paradosso

ed ambiguità che resterà per sempre estraneo al mondo delle macchine.

Sembra, che stia sempre più prendendo corpo Valdrada, una delle Città Invisibili, di Calvino, il più

visionario dei nostri scrittori. Città che si specchia in un lago, in un suo doppio. Tutto quello che accade a

Valdrada, trova riscontro in eventi nell’altra Valdrada, a volte lo specchio incrementa il valore delle cose, a

volte lo ignora. I cittadini di Valdrada sanno che ognuna delle proprie azioni, si rispecchia nel suo doppio,

immateriale, e questa consapevolezza li trattiene dal soccombere al caso od all’oblio.

0

Bolle di libertà: le mille strade dei social-ferments sul web

Un ottantatreenne professore bostoniano, Gene Sharp, fondatore della Albert Einstein Institution, insegnante di

scienze politiche all’University del Massachusetts a Dartmouth, relatore a seminari di Harvard, autore del

pamphlet: “ Dalla dittatura alla democrazia”, sembra avere un ruolo non secondario in quanto accaduto in Nord

Africa negli ultimi mesi.

Gene Sharp

Il suo messaggio, colto nella sua totalità dai ribelli egiziani e tunisini, aveva gettato semi

in Egitto dove, qualche anno fa, il Centro Internazionale sul Conflitto Non-violento, tenne un workshop al

Cairo. Tra il materiale distribuito allora, c’era il suo paper “198 metodi di azione non violenta”.

La blogger ed attivista egiziana, Dalia Ziada, che partecipò al workshop, e poi organizzò sessioni analoghe in

autonomia, ha dichiarato che attivisti che avevano seguito questi seminari erano presenti nell’organizzazione di

entrambe le rivolte in Tunisia ed Egitto. Del resto le idee di Sharp, avevano guidato già i movimenti in Bosnia,

Estonia, Myanmar e Zimbabwe.

Sharp non ha un profilo Facebook, e non usa, se non quando deve proprio, l’e-mail.Per questo la sua assistente

ha predisposto istruzioni manoscritte vicino al suo Mac. Ma il suo messaggio e la sua introspezione nella

società e nelle dinamiche del potere sociale si sono propagate sul web, via blogs e social networks, con una

penetrazione che prima dell’esistenza di questi media era inimmaginabile.

È per questo che Internet viene considerato un pericoloso avversario politico, anche nel nostro Paese, che non a

caso non ne finanzia l’infrastruttura.

I regimi totalitari, come quelli Nord Africani, guardano allo sviluppo della politica partecipata in rete con

terrore, non esistono infatti scorte o blindature che possano salvare un rais dalla valanga di messaggi,

documenti, foto ed immagini, che la rete è capace di generare.

In realtà, questi regimi autoritari, la Cina in primis, riescono ad operare (o quantomeno ci provano), un

controllo sull’accesso a contenuti ritenuti “sensibili” con una gamma differenziata di strumenti che vanno dalla

messa al bandodelle realtà ritenute più pericolose ( operando sugli IP dei siti principali e di quelli mirror),

attraverso l’inserimento in una black list permanente o temporanea. I provider, che in questi paesi sono spesso

vicino ai regimi, attuano procedure di esclusione di chi è incluso nell’elenco. La censura può prevedere anche

il metodico tracciamento di chi raggiunge siti off-limits, esegue ricerche con parole chiave “pericolose”, o

pubblica sui social network contenuti sgraditi. La schedatura, non difficile, viene spesso integrata dalla

mappatura relazionale dei soggetti in reciproco contatto.Alcuni di questi sistemi sono bypassabili, da chi

conosca l’IP del web di interesse, o imposti i propri browser a servirsi di DNS stranieri, diversi da quelli in

automatico forniti dal server.

Del resto anche realtà come Google, non sono scevre da questi meccanismi di censura e schedatura, clamorosi

qualche anno fa quelli operati in Cina.

Ma proprio un manager di Google, Wael Ghonim, di origini egiziane, è rientrato dagli USA nel suo Paese per

partecipare a quella da lui definita Rivolta 2.0. Il regime ha arrestato Ghonim, ma il popolo di Twitter ha

internazionalizzato l’evento, al punto che qualche settimana dopo Wael è stato rilasciato. Il regime ha reagito

chiudendo il “rubinetto” ad Internet, operando cioè una drastica riduzione di banda, ma la Rivoluzione 2.0, è

continuata sui cellulari, via sms, e quando anche le potenze di queste reti sono state ridotte, altre

contromosse sono state studiate, fino alla vittoria della piazza Tahrir.

Si sta aprendo un fronte, per i social media come Facebook, Twitter, Flickr e Youtube: come lasciar spazio al

loro crescente uso per scopi politici, salvaguardando la neutralità e conservando le pratiche e le policies che

hanno reso famosi questi strumenti al loro nascere.

Bisognerà pensare alla creazione di regole ed ai meccanismi di applicazione, che possano facilitare gli

attivisti in un utilizzo “proprio” di questi media. Spesso, tra l’altro, i contenuti non sono proprietari, si

pensi al caso di Sharp, presentato in apertura di questo post, e non tutti sono entusiasti come Sharp

dell’utilizzo che si fa dei propri contenuti a fini politici.

0

Not Only My Idea: dove sono finite le altre opinioni?

Eli Pariser, attivista politico democratico, ex direttore esecutivo di moveon.org, l’associazione americana che

ha lanciato, al tempo della guerra in Iraq, la fortunata campagna, Not In My Name, con cui il titolo del post

gioca, ci ha avvertito, in maniera chiara ed inequivocabile, nel corso del suo intervento alle TED (Technology

Entertainment and Design) Conference del mese scorso, di un pericolo crescente in Rete.

“L’editing algoritmico invisibile del web”, attraverso i risultati di ricerca personalizzati, gli update dei

siti di informazione e blogs (news feed) ed altri contenuti customized, minacciano di limitare la possibilità di

essere esposti a nuove informazioni, restringendo di conseguenza il nostro sguardo.

Infatti, sia i grandi motori di ricerca come Google, che gli aggregatori di notizie ed i social network, primo

tra tutti, Facebook, studiano ed implementano algoritmi sempre più sofisticati per la personalizzazione, sempre

più spinta, dei servizi agli utenti.

Pariser, rivolto alla platea di dirigenti Hi-tech dei maggiori motori di ricerca, social networks ed aggregatori

presenti alla Ted Conference, ha evidenziato alcune delle distorsioni che sono in atto.

Due utenti in diverse zone del Paese e con diversi interessi di navigazione in Internet, otterranno due diversi

risultati, dalla stessa interrogazione su Google, questo perché Google fornisce risultati sempre più basati sul

comportamento online passato dell’utente. Il motore di ricerca monitora infatti 57 indicatori per adattare e

personalizzare i risultati. Non esiste più un Google standard!

Inoltre, Pariser, che si descrive politicamente come progressista, segnala che ha da sempre adottato una

politica bipartisan nella scelta degli amici su Facebook perché gli interessava conservare uno sguardo aperto,

sulle priorità ed i punti di vista di entrambi gli schieramenti. Nel tempo si è accorto che accadeva qualcosa di

strano, i suoi amici conservatori su Facebook man mano sparivano, e questo a causa dell’algoritmo di Facebook

che li aveva “fatti fuori”, perché Pariser cliccava più spesso sui link degli amici liberal che su quelli dei

conservatori.

” Questo, ci sposta progressivamente verso un mondo in cui Internet ci mostra sempre più quello che ritiene ci

interessi e vogliamo vedere, ma non necessariamente quello che abbiamo bisogno di vedere”, afferma Pariser

sull’editing via algoritmo.

A causa di algoritmi che determinano quello che vediamo online basandosi sul nostro browsing, le nostre letture,

e lo storico dei clic, rischiamo di essere esposti a meno punti di vista, e ad un range più ristretto di

opinioni e fonti di contenuto, riafferma Pariser. Se si associano tutti questi filtri assieme, si ottiene una

sorta di bolla, un proprio universo d’informazione in cui ci si rinchiude. Ma, il problema è che non decidiamo

veramente cosa entri nella bolla e, soprattutto, non sappiamo cosa ne viene escluso.

Pariser, ha esortato gli executives presenti a farsi carico del fatto che gli algoritmi, inglobino, un senso di

vita pubblica e di responsabilità civica. Il problema è che gli algoritmi, non hanno incluso, il senso etico che

possedevano gli editors.

Il rischio finale , dice Pariser , è di ritrovarsi piuttosto che con “una dieta bilanciata” d’informazione,

circondati da “junk food”.

0

Noi e gli altri: la Francia.

In questo blog mi ripropongo di pubblicare, tra l’altro, una serie di post che chiamerò “Noi e gli altri”, dove

analizzerò lo stato dell’arte, le evoluzioni e le novità emergenti nel panorama New Media di altri paesi.

Cominciando dalla Francia.

Uno studio di McKinsey, pubblicato due settimane fa, fornisce una visione chiara del peso economico della

filiera Internet sul PIL dei nostri cugini d’Oltralpe. E-commerce, Internet providers, produttori di hardware e

software, pubblicità online… In tutte le sue componenti, il mercato Internet avrebbe generato nel 2010, 72

miliardi di euro pari al 3,7% del PIL. La filiera Internet pesa già oggi più di settori chiave dell’economia

francese quali l’energia, i trasporti o l’agricoltura.

Da qui al 2015, si prevede una crescita ulteriore, sostenuta dall’esplosione del commercio elettronico, che

dovrebbe arrivare a 129 miliardi di euro, pari al 5,5% del PIL.

Lo studio mette in evidenza anche le ricadute occupazionali di questo sviluppo. Dal 1995, sono stati creati

700000 posti di lavoro legati al mondo Internet, e dovrebbero esserne generati ancora 450000 nei prossimi cinque

anni.

Ancora più interessante la ricaduta di questa crescita del mondo Internet francese, per il mondo delle imprese,

in particolare per quelle con meno di 250 addetti. Accesso a nuovi mercati, riduzione dei costi

d’approvvigionamento e delle spese di marketing: l’utilizzo di Internet permetterebbe di realizzare dei guadagni

di redditività pari al 15% di media. Soprattutto, le imprese a forte “intensità web”, hanno conosciuto una

crescita due volte più rapida ed esportano due volte di più delle altre ( 4% del loro fatturato, a fronte del 2%

di quelle a bassa “intensità web”).

Dei successi dunque, sui quali bisogna, secondo lo studio, ulteriormente scommettere. Il potenziale del settore

risulta infatti, essere ancora sottoutilizzato. La Francia si situa a metà della scala dello sviluppo numerico

dei paesi dell’OCDE, 17° posto su 34, secondo McKInsey, distante da Gran Bretagna al 4° posto, USA al 7° posto

e Germania al 13° posto.

L’italia? AL 27 ° posto.

Meditiamo.

Tag: ,
0

News dal mondo

Negli ultimi anni i New Media

sono diventati parte della routine quotidiana di milioni di persone nel mondo che usano Internet ed i cellulari,

guardano la TV digitale e leggono i giornali on-line, che attraverso la rete raccolgono informazioni, giocano,

investono e spendono, mantengono le proprie relazioni sociali.

Nelle ultime settimane, con il

movimento di rinnovamento delle élites nel Mondo Arabo, ma già nelle ultime due campagne per la Presidenza

americana, i New Media hanno mostrato tutta la loro potenza nell’organizzazione e nella trasmissione del

pensiero politico e delle esigenze socio-economiche dei popoli.

Tutto questo stimola ad

interrogarsi sulle relazioni che intercorrono tra innovazione tecnologica nel campo dei media, comunicazione e

società.

Questo Blog che nasce oggi,

rappresenta insieme a milioni di altri, un rinnovato modo di raccogliere e trasmettere informazione, in maniera

interattiva, con una community di lettori/contributori, che speriamo grande, interessata e

stimolante.

I Nuovi Media sono per propria

natura, come dice Lev Manovich, caratterizzati dalla variabilità. In altri termini, si dice di essi che siano

mutabili o

liquidi.

Questa loro caratteristica intrinseca, rende necessaria un’analisi sul campo costante ed in continua

evoluzione, che ci proponiamo con il supporto della community di operare.

Partiamo!

Tag: ,