Economia & Dintorni


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Entra in Costituzione il principio del pareggio di bilancio

In questo modo l’Italia si è avviata verso l’allineamento con il Fiscal Compact, ossia il Trattato sull’Unione di bilancio che dal 2013 regolerà, con leggi più ferree, le politiche economiche dei singoli governi. Uno dei punti del Fiscal Compact è la “regola aurea” del pareggio di bilancio per cui il rapporto deficit/PIL dei paesi membri non potrà avere un disavanzo superiore allo 0,5 per cento. Chi non rispetta questa regola verrà punito con una multa pari allo 0,1 per cento del PIL. Confermate le sanzioni già esistenti per chi supera il deficit del 3 per cento, che però ora saranno “semiautomatiche”, ossia potranno essere bloccate solo da un voto a maggioranza qualificata dei paesi membri. Secondo la letteratura, l’applicazione di questo principio ha effetti contrastanti sull’economia di un paese.

I premi Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama, hanno affermato sia che “Inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto “avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. “. Sia che nell’attuale fase dell’economia“ è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole”…… “ anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa, poi, comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza. “

Così il nostro ordinamento costituzionale si ispirerebbe ad una precisa concezione economica secondo cui la ricetta per la crescita consiste di 3 elementi: libertà dei mercati, politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione e divieto per lo Stato di qualsiasi intervento in “deficit spending” sull’economia. Tale modifica alla Costituzione può comportare situazioni nelle quali la stessa possa andare in contrasto con altre articoli costituzionale che richiederebbero interventi volti al sostentamento della spesa per la salute (dall’art. 32 della Costituzione) e al diritto allo studio (dall’art. 34 della Costituzione) o di sostentamento del reddito a favore dei lavoratori in caso di malattia/infortuni (dall’art. 38 della Costituzione) qualora gli stessi non permettessero di chiudere il bilancio in pareggio. Non si potrà sostenere la domanda per far ripartire l’economia. Il rigore economico, infatti, in una situazione di crisi produce recessione e peggiora i conti pubblici.

Inoltre , l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio, potrebbe impedire allo Stato di effettuare gli investimenti volti a migliorare le condizioni generali di produzione, la produttività e la crescita economica. Secondo molti economisti quindi viene resa illegale la teoria keynesiana. In realtà a ben vedere la situazione attuale, questa non è la conseguenza di un fallimento del libero mercato, in quanto questo è il grande assente della storia economica del Novecento e del nuovo secolo, in cui gli economisti più influenti sono stati keynesiani, monetaristi o neoclassici. Tutti accomunati, aldilà delle divergenze di opinioni su diverse tematiche, dal favorire forme più o meno intense di interventismo da parte dello Stato. Inoltre si può affermare che la Teoria Generale di Keynes sia stata abusata da chi l’ha voluta mettere in pratica, potrebbe essere una conseguenza della “presunzione fatale” (per dirla con Hayek) sulla quale è basata la teoria keynesiana, ossia che il governo, meglio se guidato o ispirato da tecnocrati, sia in grado di indirizzare l’economia verso la crescita e la piena occupazione manovrando le leve fiscali e monetarie.

Ma cerchiamo anche di vedere il lato positivo dell’inserimento in costituzione del pareggio in bilancio, ciò dovrebbe spingere i Governi a ottimizzare l’utilizzo delle risorse cercando quindi di eliminare o almeno ridurre gli sprechi. In questo senso si inserisce la spending review si tratta dell’analisi dei capitoli di spesa nell’ambito dei programmi delle attività da attuare da parte dei singoli dicasteri al fine di individuare le voci passibili di taglio, per evitare inefficienze e sprechi di denaro. Il focus di questa azione di bilancio è quello di pervenire a un più efficiente controllo nell’utilità effettiva della spesa pubblica. Le difficoltà di una tale operazione di razionalizzazione della spesa pubblica riguardano principalmente i rapporti con i vari dicasteri che sono poco propensi ad effettuare tagli nelle loro spese correnti. I ministeri della Giustizia, dell’Interno, dell’Istruzione, della Difesa e degli Esteri sono stati i primi a presentare dati ed analisi. Da parte loro, però, è arrivato un netto rifiuto a un’altra decurtazione di risorse, già ridotte all’osso. Per il Presidente del Consiglio è necessario porsi un obiettivo preciso ed ambizioso. Come risparmiare 20-25 miliardi di Euro. Si potrebbe iniziare colpendo la sovrapposizione dei sistemi informatici diversi tra ministeri, comuni, regioni; gli altissimi affitti che le amministrazioni pubbliche pagano, nonostante l’enormità di immobili statali sfitti; gli enti come le Comunità montane, le Autorità di bacino e i Consorzi vari, che non solo spendono fior di quattrini pubblici, ma che spesso ingolfano il procedimento amministrativo. Inoltre si potrebbe intervenire spingendo a definire degli accordi quadro nel settore sanitario, così da uniformare su tutto il territorio nazionale il costo dei beni che vengono acquistati. ……………….spendere meglio è possibile tanto quanto avere il bilancio in pareggio!!!!!!

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Come cambia il Mercato del Lavoro

La riforma del mercato del lavoro si pone come obiettivo, sottolineato anche nell’articolo 1, di “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione”.

Il ministro Fornero ha parlato di una riforma che presenta  molti più vantaggi che svantaggi, soprattutto a livello macro, con quello che ha definito “un guadagno netto per la collettività”. Ovvero, “un mercato del lavoro capace di dare più occupazione”. Ha parlato inoltre dell’esigenza di arrivare ad una maggiore produttività del sistema nel suo complesso sostenendo che: “Abbiamo cercato di tenere conto degli interessi di tutto il Paese – ha poi sottolineato il ministro -, e non singole categorie . E di fare una riforma che sia per il medio e lungo periodo. Non è una riforma per il 2012 o il 2013. E’ una riforma che guarda al futuro”.

La riforma da un lato dà una stretta alla flessibilità in entrata, rendendo più costosi i contratti a termine e punendo gli abusi sulle collaborazioni a progetto, il lavoro a chiamata, le associazioni in partecipazione e le partite Iva, e dall’altro aumenta la flessibilità in uscita, intaccando il tabù dell’articolo 18.

Partiamo dalla modifica dell’articolo 18 cardine della riforma, nella quale si distinguono 3 tipi di licenziamenti: discriminatori, disciplinari ed economici.

Per i licenziamenti discriminatori non cambia nulla rispetto alla precedente versione del governo, ma anche rispetto all’attuale articolo 18. Questi licenziamenti sono sempre nulli e prevedono sempre il reintegro.

In relazione ai licenziamenti disciplinari, non muta nulla rispetto alla precedente versione Fornero, tranne l’entità dell’indennizzo: da 12 a 24 mensilità (era tra 15 e 27). Per il resto il disegno di legge conferma la modifica dell’attuale articolo 18 che prevede sempre il reintegro nel caso manchi la giusta causa o il giustificato motivo.

Infine per i licenziamenti economici l’articolo 18 prevedeva sempre e solo il reintegro nei casi di insussistenza del motivo del licenziamento. La prima versione della riforma presentata dalla Fornero rivoluzionava il principio e stabiliva che, quand’anche fosse stata dimostrata l’insussistenza del motivo, il lavoratore avrebbe preso sempre e solo un indennizzo tra 15 e 27 mensilità. In seguito è  stata aggiunta una tutela contro gli abusi: nel caso in cui il lavoratore avesse dimostrato che il licenziamento economico nascondeva motivi discriminatori o disciplinari, ne sarebbe stata applicata la relativa disciplina.
Solo nell’ipotesi in cui il giudice accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento economico, ci sarà il reintegro a favore del lavoratore.

In definitiva il giudice può scegliere tra reintegro e indennizzo quando il motivo non sussiste, ma per concedere il primo c’è bisogno che il motivo sia “manifestamente insussistente”.

In relazione alla parte contrattualistica, l’idea è quella di combattere il «dualismo» tra ipergarantiti e iperflessibili. La Fornero sottolinea che “Vogliamo ridurre l’area della precarietà contrastando la flessibilità cattiva”. La riforma punta su 4 leve: rendere più costosi i contratti a termine; premiare la stabilizzazione degli stessi; punire gli abusi sui contratti più precarizzanti; facilitare i licenziamenti, in particolare per motivi economici, cosicché il contratto dominante non sia percepito dalle imprese come duraturo e indissolubile come è accaduto finora con l’articolo 18.

Quindi l’idea centrale è che attraverso la stretta sulla flessibilità in entrata e una relativa maggiore facilità di licenziamento, si arrivi a un aumento delle assunzioni a tempo indeterminato, passando appunto per la fase iniziale dell’apprendistato. Obiettivo ambizioso quello che si pone il governo visto che la stabilizzazione esiste laddove l’impresa è in crescita e dove le strutture sociali a contorno risultano favorevoli.

Bisogna comunque sottolineare in modo positivo  il fatto che dall’entrata in vigore della legge i contratti “a progetto” e le collaborazioni “ripetitive” vengano considerate forme di lavoro subordinato, ma sulle partite Iva si poteva e si doveva fare di più. Positiva anche l’idea di aumentare i contributi per i lavoratori temporanei, in quanto è molto più probabile che dovranno utilizzare gli ammortizzatori sociali.

Infine la riforma degli ammortizzatori e l’introduzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impego) che non cancella la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga ma interviene sulla vecchia mobilità. Il governo sostiene che con la riforma degli ammortizzatori aumenterà la platea dei beneficiari e dovrebbe valere circa 1,8 miliardi l’anno. Ne potranno usufruire i lavoratori dipendenti, ma anche gli apprendisti e gli artisti purché possano contare su due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio. Sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia, per un tetto massimo di 1.119 euro lordi al mese.

In conclusione per ridurre davvero il dualismo ci sarebbe voluto un intervento molto più drastico sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e sul percorso verso la stabilità.  La ristrutturazione dell’articolo 18 non permette di eliminare i vincoli tra dipendenti e datori di lavoro. Questa riforma nella sostanza non convince i sindacati, infatti la Camusso sottolinea che:” Il ddl pomposamente definito ‘riforma del lavoro in una prospettiva di crescita’ contiene forse la riforma ma non la prospettiva di crescita – afferma la segreteria Cgil – e in particolare sul tema della precarietà la distanza tra il testo presentato rispetto agli annunci propagandistici del governo è evidente e rischia di arretrare i risultati ottenuti nel confronto con le organizzazioni sindacali”. Ma non convince neanche Confindustria che lo boccia senza appello, infatti in un’intervista al Financial Times, il presidente uscente Emma Marcegaglia liquida l’ultima versione della riforma come “very bad”: “Pessimo, non è quello che abbiamo concordato. Sarebbe meglio non avere niente, oppure cambiarlo in Parlamento”, perché “questa riforma del lavoro non è quello di cui ha bisogno il Paese”.

Tanto rumore per niente.

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Io sono un metalmeccanico che fa automobili……..

Io sono un metalmeccanico che fa automobili…questa è una delle frasi di Marchionne durante l’intervista fatta dal Corriere della Sera. Beh, in prima battuta potrei dire che è l’unico metalmeccanico che non si lamenta dello stipendio e che ha la residenza in Svizzera.

Ma qual è la vera situazione del comparto automobilistico in Italia?

Nell’arco dell’ultimo decennio, in Italia il settore ha perso progressivamente terreno sino a dimezzare la sua produzione, con conseguenti ripercussioni negative sui livelli occupazionali.

La filiera italiana dell’auto, con oltre 2mila 300 imprese, realizza un fatturato complessivo di 42 miliardi e occupa circa 170mila addetti. Secondo l’Oica (organizzazione che raggruppa i produttori mondali di auto) la produzione del 2001 era pari a poco meno di 1.271.780 unità mentre nel 2010 ci si attesta a  573mila. Il 2011 è stato ancora peggio. Siamo scesi del 13% (meno di 500mila unità), mentre paesi come la Germania e la Francia hanno aumentato la produzione rispettivamente del 10% e 6%.

L’Anfia – l’associazione nazionale della filiera automobilistica aderente a Confindustria – dichiara che l’industria italiana nel suo complesso, incluso quindi il settore dell’auto, paga un deficit di competitività rispetto ad altri paesi, nostri tradizionali competitors, come la Germania e la Francia. Sulla capacità di concorrere delle nostre imprese incidono una burocrazia ossessiva, un fisco pesante, un sistema giudiziario inefficiente. Non si parla di salari. Infatti i salari italiani sono i quintultimi in Europa e con un tasso di crescita più basso (rapporto «Labour market statistics» di Eurostat).

Inoltre, il 2009 è stato l’anno in cui la produzione di auto nei paesi emergenti ha superato quella europea e statunitense.

La Cina, tra il 2008 ed il 2010, ha raddoppiato la produzioni di vetture (da 6,7 a 13,9 milioni di unità) ed è divenuto il primo produttore mondiale di automobili. L’America Latina ed alcuni paesi dell’Est Europa hanno raddoppiato la propria quota di produzione continentale: Slovacchia, Repubblica Ceca e Slovenia sono divenuti luoghi privilegiati di produzione. Nell’Est europeo la produzione è cresciuta a un tasso medio del 19% nel periodo 2002-2008 come contraltare in Europa occidentale, nello stesso periodo, si è evidenziato una riduzione del 2% circa e la quota di produzione sul totale di autoveicoli fabbricati nel mondo si è ridotta dal 35% del 2000 al 25% del 2010.

È chiaro che la soluzione al “problema italia” sia da ricercare nell’incapacità di innovare.

Capacità che è legata a doppio filo alla dimensione aziendale media italiana (dove quindi l’art. 18 non è presente) ma anche alla forte immissione di flessibilità ( con l’introduzione dei co.co.co., co.co.pro. etc) che è stata fatta in questi anni. Molti ritenevano che queste tipologie contrattuali potessero aiutare la crescita delle imprese italiane in caso di crisi o di stallo di vendite ma hanno avuto che un impatto negativo sugli incentivi ad accumulare capitale umano specifico, non investendo in formazione specifica.

Oggi sembra necessario un’inversione di tendenza per riprendere il percorso di crescita.

Maggiori garanzie contrattuali per chi viene assunto a tempo determinato ed una politica volta al sostegno degli investimenti per un rafforzamento della produttività. Solo coordinando gli interventi in modo sincrono si può superare la cronica mancanza di una politica industriale a lungo termine che tuteli sia il lavoratore che le imprese. Solo allora sarà possibile presentare piani industriali sostenibili sia per le aziende che per il Paese.

Attualmente il piano industriale di FIAT evidenzia che gli stabilimenti italiani stiano perdendo peso rispetto a quello polacco di Tychy e quello serbo di Kragujevac. Infatti tutti gli stabilimenti, tranne Cassino, hanno visto ridurre le previsioni sui volumi produttivi. Simbolico il caso di Pomigliano, dove la produzione 2012 stimata nella scorso trimestre era di 202mila 700 unità. Tendenza alla de-localizzazione seguita anche dagli altri gruppi automobilistici mondiali.

In questo momento l’Italia ha l’opportunità di sfruttare il suo essere il low-cost dell’Unione Europea ed un brand ancora forte. È il momento di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel riassetto geografico mondiale delle quattro ruote.

Se fossi un metalmeccanico, lotterei per lavorare in un azienda che oggi pensa alle auto del futuro. Altrimenti dovrei espatriare in Nord Africa per continuare a produrre le auto del passato…a meno di non avere residenza in Svizzera.

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La tragedia greca

La Grecia può fallire?

I timori sono reali, soprattutto internamente. Lo dimostra la decisione presa in questi giorni da Atene di cambiare tutto lo Stato maggiore del suo esercito.

Sembra una manovra strana ma a pensar bene è legittima.  La Grecia è già fallita.

Lasciata a se stessa l’economia greca non sarebbe più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso del denaro preso a prestito  attraverso l’emissione di titoli di Stato, agli stipendi per i dipendenti pubblici.

Questa situazione è stata determinata da decenni di politiche economiche assistenzialiste finanziate con l’incremento incontrollato del debito sovrano. Un debito celato agli organi di controllo del Patto di Stabilità della UE attraverso la falsificazione dei dati comunicati dal governo greco.

Una volta scoperto il nocciolo,la UEha imposto l’adozione di misure di austerità finalizzate alla contrazione del deficit pubblico e concentrate principalmente su tagli alla spesa ed incremento delle entrate tributarie (giugno 2011).

L’adozione di queste politiche ha generato un forte malessere sociale e la contrazione del PIL superiore alle previsioni. Ciò ha spinto i creditori internazionali a richiedere l’adozione di nuove e più severe misure tra cui l’introduzione di una tassa patrimoniale sugli immobili, la cessazione dal servizio di 30.000 dipendenti pubblici, il taglio degli stipendi di circa il 50%. Nuove politiche recessive, tensioni sociali ancora più forti.

In questo momento,la Grecianon ha più il potere di autodeterminare le proprie politiche economiche, finanziarie e fiscali. Il suo futuro è legato alla decisione che altri (pochi) Paesi stanno prendendo sul suo conto. Il noto orgoglio nazionalistico ellenico non fa che aggravare il quadro.

Gli organismi che hanno già messo mano alla tasca e che potrebbero continuare sono 3: UE, BCE e FMI. E le loro decisioni ricadono sempre sugli stessi Paesi.

Se per i primi due è facile capire che le economie trainanti dell’Europa sono anche quelle con un maggior peso nelle decisioni (Francia e Germania), per il terzo è necessario chiarire qualche elemento.

Il Fondo Monetario Internazionale, attivo dal 1946, è un’organizzazione composta dai governi di 186 Paesi con vari fini, tra cui:

  • promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio evitando svalutazioni competitive;
  • dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili con adeguate garanzie le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti.

Gli organi principali del F.M.I sono il “Consiglio dei Governatori” a composizione plenaria, il “Consiglio Esecutivo”, composto dai 24 Direttori Esecutivi e il “Direttore Operativo”, il penultimo è stato il famigerato Strauss-Kahn.

Il Consiglio dei Governatori si riunisce di norma una volta l’anno e le sue funzioni sono in gran parte delegate al Consiglio Esecutivo, che siede permanentemente.

Dei membri del Consiglio Esecutivo 5 sono permanenti e appartengono ai 5 Stati che detengono la quota maggiore (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito) mentre gli altri sono eletti dal Consiglio dei Governatori sulla base di un sistema di raggruppamenti di nazioni (non necessariamente su base regionale).

Il Direttore Operativo viene eletto dal Consiglio Esecutivo e lo presiede.

Il FMI dispone di un capitale messo a disposizione dai suoi membri e il voto all’interno dei suoi organi è ponderato a seconda della quota detenuta. Questo fa sì che, considerato che per prendere le decisioni più importanti sono necessarie maggioranze molto alte (i 2/3 o i 3/4 dei voti) gli Stati Uniti e il gruppo dei principali Paesi dell’Unione Europea si trovano ad avere un potere di veto di fatto, presi singolarmente (nel caso della maggioranza dei 3/4) o insieme (maggioranza dei 2/3).

In poche parole, Francia e, soprattutto, Germania possono orientare ogni sorta di decisioni di prestito per salvarela Grecia. Questospiega perché la Germania detti le condizioni al governo greco e perché sarà difficile per la Merkel organizzarsi una vacanza nell’Egeo di qui a qualche anno.

Il fallimento della Grecia però avrebbe conseguenze devastanti per il sistema economico europeo.

A partire dagli anni´90, il mercato ellenico si è proposto come tramite verso le economie emergenti delle regioni limitrofe (dai Balcani al Caucaso) ed ha attirato perciò l’attenzione di capitali europei, americani e giapponesi. Far saltar l’economia greca significherebbe far saltare contestualmente un’altra fetta dell’economia europea. Basti pensare che cinque delle trenta banche bulgare sono di proprietà greca, e chela Greciaè da tempo un importante partner economico della Bulgaria.

Chi ha investito in Grecia vedrebbe ridotto drasticamente il valore del proprio denaro (che siano titoli di stato o attività produttive). Bisogna però sottolineare come gli investimenti diretti esteri in Grecia si siano già drasticamente ridotti passando dagli oltre 3 miliardi nel2008 a281 milioni nel 2010 (dati netti rispetto ai disinvestimenti).

L´Italia si colloca al settimo posto nella graduatoria dei principali paesi investitori in Grecia, preceduta nell’ordine da: Lussemburgo, Olanda, USA, Francia, Regno Unito e Germania.

Infine gli effetti collaterali del fallimento greco sull’Euro sono ancora tutti da valutare.

La moneta unica europea ne uscirebbe rafforzata? O la dimostrata fallibilità del sistema economico europeo farebbe abbandonare l’Euro come moneta rifugio, sottoponendolo al rischio di speculazioni finanziarie? E poi gli USA accetterebbero un euro più debole in un momento in cui vogliono far ripartire la propria economia?

È evidente che gli interessi a non lasciar andarela Greciasono molteplici ma i comportamenti dei diversi Paesi hanno remato contro una possibile ed auspicabile ripresa.

D’altro canto i governanti devono misurarsi con i rispettivi elettorati che non accettano volentieri di cedere parte del proprio benessere per riparare agli errori di altri Paesi.

Che sia necessario un “governo tecnico” anche dell’Unione Europea per permettere alla BCE di salvarela Grecia? Magari iniziando a comprare sul mercato titoli europei come ha fattola Fedcon i titoli di Stato Usa? (180 miliardi di euro contro 1.500 miliardi di dollari).

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Il mercato del lavoro, comincia la partita

Nei giorni scorsi, Emma Marcegaglia ha anticipato la volontà di presentare al governo un confronto tra il mercato del lavoro italiano e altri Paesi. Confindustria non affronta il tema “in modo ideologico”, ha spiegato: dai dati emergono “anomalie nel sistema italiano” sulle flessibilità in uscita, “il reintegro in altri paesi europei non viene utilizzato”. Al governo “portiamo solo un confronto tra l’Italia ed altri Paesi Europei, dimostrando similitudini e difformità”.

La leader degli industriali, sottolinea che “l’anomalia si vede sull’effettivo utilizzo del reintegro, che negli altri Paesi viene utilizzato solo in caso di licenziamenti discriminatori” per esempio su sesso o religione, “come in Francia”.

Quindi la Marcegaglia ha fatto un affondo contro il “famigerato” articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori secondo cui il lavoratore può ottenere la sospensione del licenziamento in attesa del pronunciamento della magistratura. Il giudice, in assenza dei presupposti di “Giusta causa” o “Giustificato motivo”, può dichiarare l’illegittimità del licenziamento e ordinare la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio.

Nelle aziende che hanno fino a 15 Dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere se riassumere il dipendente o pagargli un risarcimento. Può, quindi, rifiutare l’ordine di riassunzione, conseguente alla nullità del licenziamento.

La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che, nel primo caso, il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).

A questa posizione il governo, durante il primo incontro con le parti sociali che si è tenuto oggi 23 gennaio a Palazzo Chigi,  ha risposto dicendo che alla riforma del lavoro servono “soluzioni strutturali” che non si riducano alla riforma dell’articolo 18. Riforme che siano condivise. A tutela il governo non utilizzerà il decreto legge, sarà una riforma discussa e votata in  parlamento.

Il presidente del Consiglio Monti ha dichiarato di voler partire
dal rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali puntando a “un sistema integrato su due pilastri”, sul modello della cassa integrazione per le riduzioni temporanee di attività, e con un sostegno al reddito per chi ha perso il lavoro. L’idea è di arrivare a un contratto unico, che “evolva con l’età piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età”.
Il documento presentato dal governo si divide in cinque i capitoli: tipologie contrattuali; formazione e apprendistato; flessibilità; ammortizzatori sociali; servizi per il lavoro.

In particolare, il lavoro flessibile dovrà costare di più, mentre la conversione da contratto a tempo determinato a indeterminato sarà favorita con la graduazione degli sgravi contributivi anche in rapporto alla formazione svolta.
Questa posizione sembra in linea con quanto dichiarato da l’ex governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel novembre del 2010: “Le riforme attuate (sul mercato del lavoro, ndr.), diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”.

Ed è in linea con l’analisi della riduzione della capacità di crescita sperimentata da molti paesi europei negli ultimi anni. Una delle cause individuate è la diffusione dei contratti a termine.

La riduzione della crescita dell’efficienza produttiva (2,7% nel periodo 1974-1994, 1,3% per gli anni 1995-2006) nel si è realizzata proprio nel periodo in cui molti paesi europei hanno messo il ”piede sull’acceleratore” in materia di riforme volte ad accrescere la flessibilità del mercato del lavoro. Riforme realizzate riducendo le garanzie a protezione dell’impiego dei lavori a termine, mantenendo invece sostanzialmente inalterate quelle relative ai contratti regolari. E il risultato è stato una grande diffusione dei contratti a termine nel periodo 1995-2007.

In Italia, dove il tessuto industriale è caratterizzato da imprese specializzate in settori tradizionali e impiego di tecnologie e organizzazioni gestionali mature, il continuo ricorso al lavoro temporaneo comporta anche un ritardo degli investimenti in innovazione e in competenze, frenando così le potenzialità di crescita produttiva.

L’approccio sistemico del governo sembra adatto alla struttura industriale italiana e potrebbe arrivare a risultati ben più importanti dell’attaccare il totem dell’articolo 18.

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Manovra lacrime e…………………..lacrime!!! …..non solo freddi tecnocrati

Qualche giorno fa è stata presentata la manovra fiscale del nuovo governo Monti. Una manovra il cui nome è stao scelto con cura per far meglio digerire agli Italiani i sacrifici loro richiesti: la “manovra salva Italia”.

È sicuramente una manovra di lacrime e le prime sono state versate da uno degli autori, il ministro del lavoro Fornero, mentre illustrava la deindicizzazione delle pensioni rispetto all’inflazione.

Partiamo dalla pensioni. Dal 2012 spariscono di fatto le pensioni di anzianità e scatta il calcolo dell’assegno con il sistema contributo pro-rata per tutti. Salta la finestra mobile, ma l’età minima di pensione per gli uomini sarà elevata a 66 anni e per le donne a 62 anni. A prescindere dall’età si potrà accedere alla pensione «anticipata» con 42 anni e un mese di contributi per gli uomini e 41 anni e un mese per le donne. Viene rivisto anche il meccanismo di indicizzazione degli assegni all’inflazione: per le pensioni fino a due volte il minimo (circa 950 euro al mese) la perequazione sarà integrale, ma tutte quelle di importo superiore resteranno ferme.

Evidenze: La nuova fascia pensionabile è tra 66 e 70 anni ed è molto più stringente rispetto a quella assunta dal sistema contributivo svedese (da61 a 67 anni) che tutti ritengono il sistema pensionistico di riferimento. Tale tipo di intervento potrà dare risultati nel breve-medio periodo, ma a regime il suo impatto è tendenzialmente inutile in quanto il minor numero di pensionati generato dalla posticipazione del pensionamento è compensato dal maggiore importo unitario delle prestazioni.

La chiave di volta della manovra è costituito dalle imposta sugli immobili che si chiamerà Imposta Municipale Unica (IMU) che il federalismo fiscale riserva ai Comuni. Tale imposta sarà anticipata al gennaio 2012 e saranno tassate saranno anche le prime case. L’aliquota di base dell’Imu è stata fissata allo 0,76%, ma per la prima casa sarà ridotta allo 0,4%, con la possibilità per i singoli comuni di alzare o ridurre l’aliquota base di 0,3 punti e quella agevolata sulla prima casa dello 0,2%. Per le prime case si possono dedurre i primi 200 Euro di imposta.

L’Imu sarà applicata sul valore catastale degli immobili, calcolato in base a nuovi coefficienti di moltiplicazione. Per ottenere il valore, la rendita catastale di un appartamento dovrà essere moltiplicata non più per 115,5, o per 126 se si tratta di seconde case, ma per 160, ciò si concretizza in una rivalutazione degli estimi catastali di un buon 60%, come ha detto il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.

Evidenze: forse si poteva fare qualcosa di più aumentando l’eventuale aliquota per i possessori di un numero di abitazioni superiore a due con un corrispondente aumento della franchigia.

Non è stata introdotta la patrimoniale ma sono stati previsti interventi sul patrimonio, non solo con l’IMU ma anche con l’introduzione di una tassa sullo stazionamento e il rimessaggio delle grandi imbarcazioni (superiori a dieci metri di lunghezza), una tassa di possesso sugli aerei ed elicotteri privati, un superbollo aggiuntivo sulle auto con potenza superiore ai 170 cavalli.

Un piccolo intervento è stato effettuato con l’introduzione di prelievo una tantum aggiuntivo dell’1,5% sui fondi rimpatriati lo scorso anno con lo scudo fiscale (sui quali è stata già pagata una tassa del 5%).

A ciò si aggiunge la tassazione delle liquidazioni dei manager, la cui quota del Tfr che supera il milione di euro non sarà più sottoposta a tassazione separata, ma finirà nell’Irpef. E ci si pagherà un’imposta del 43%.

Evidenze: ci saremo aspettati un intervento più duro sui capitali scudati, alla fine sono pur sempre evasori!!!

Nulla è stato fatto sull’Irpef/Irpeg anche perché in Italia pressione fiscale è più alta rispetto a tutti i principali paesi europei, infatti il rapporto gettito fiscale/reddito prodotto è superiore al 43%. La scelta di chiedere un contributo alle persone fisiche è stata al contrario indirizzata soltanto verso un sostegno alla spesa sanitaria delle regioni. Gli enti territoriali potranno, infatti, aumentare le addizionali Irpef: l’aliquota potrà essere elevata dallo 0,9% all’1,23 per cento.

Evidenze: l’intervento ci sembra in linea per non costipare ulteriormente i redditi dichiarati e rappresentano ulteriori incassi per gli enti territoriali sempre a corto di denari.

È invece previsto l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto: sarà del 2% (dal 21 al 23%) dal primo settembre 2012. Sarà a copertura della clausola di salvaguardia e da attuare “solo nel caso in cui sia necessario”.

Evidenze: speriamo che tale intervento non debba vedere la luce in quanto andrebbe a restringere il valore dei consumi di un’economia già in asfissia.

Confermato il nuovo limite di € 1000 per l’uso del denaro contante (La soglia è abbassata a 500 euro per i pagamenti effettuati da pubbliche amministrazioni per stipendi e prestazioni d’opera).Il decreto contiene anche nuove norme contro l’evasione fiscale. Non con interventi punitivi, ma con una serie di incentivi e agevolazioni per i professionisti e le piccole imprese che accettano la piena tracciabilità dei propri ricavi. E con l’esclusione categorica di ogni possibile condono.

Evidenze: forse si poteva porre un limite inferiore ma va nella giusta direzione.

Per correggere i conti scatta un aumento delle accise su benzina e gasolio, che saliranno di 8,2 e 11,2 centesimi di euro al litro. Nel solo 2011 è la quinta volta che si mette mano alle accise. Da aprile a oggi la sola accisa è cresciuta in tutto di 14 centesimi al litro per la benzina e 17 centesimi per il diesel. Compresa l`Iva il rincaro arriva a oltre 16 centesimi per la verde e 20 centesimi per il gasolio. Le somme così recuperate serviranno a rifinanziare il trasporto pubblico locale. Secondo quotidianoenergia.it, considerando anche l’effetto moltiplicatore dell’iva, “l’impatto sui prezzi al consumo sarà di quasi 10 centesimi per la verde e di 13,6 centesimi per il gasolio .Rialzi sono previsti anche per il gpl”.

Evidenze: ci aspettavamo un intervento simile ma sembra che quasi nulla sia cambiato rispetto ai governi precedenti.

Riduzione dei componenti delle varie Authority operanti in Italia, dalla Consob al Garante per la concorrenza ecc. ecc. E’prevista inoltre la soppressione dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, dell’agenzia per il terzo settore, dell’agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, dell’ente nazionale per il microcredito e dell’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Sono inoltre soppressi gli enti previdenziali Inpdap ed Enpals; le loro funzioni passeranno all’Inps.

Evidenze: in questo caso i risparmi sono minimi, ma diamo il tempo per una revisione per l’eliminazione o almeno riorganizzazioni di una serie di enti ridondanti.

Infine l’introduzione del bollo dello 0,1% su tutti gli strumenti finanziari, dalle polizze ai fondi comuni. Nel 2012 tutti coloro che hanno un investimento finanziario, dal conto titoli al fondo sino alle polizze (sono esenti i fondi pensione ed i fondi sanitari), pagheranno all’Erario l’uno per mille del valore di mercato del loro patrimonio. Un prelievo progressivo visto che dal 2103 salirà (stabilmente) all’1,5 per mille. Ma la novità introdotta consiste nel metodo del conteggio della consistenza del capitale, cioè si parte dal valore di mercato e, solo in mancanza di un prezzo, si ricorrerà al valore nominale o di rimborso.

Evidenze: l’intervento così strutturato manca di progressività ed impatta indiscriminatamente su tutti i contribuenti.

In conclusione, la manovra impatta sostanzialmente su tutti ceti, e visto l’incipit del governo Monti, il principio di equità non è stato rispettato.  

Passiamo a vedere il “pacchetto sviluppo” del Governo. Si svilupperà su tre direttrici: competitività delle imprese, apertura del mercato e ammodernamento del sistema Paese. Il ministro Passera ha evidenziato le misure, mirate soprattutto ad accelerare la crescita dimensionale: “Abbiamo deciso un primo intervento fiscale per favorire chi mette capitale nell’azienda per crescere, consolidarsi e fare investimenti, attraverso una sigla che si chiama Ace: si premia fiscalmente il capitale che si mette nelle aziende…….Abbiamo deciso di defiscalizzare l’impatto dell’Irap su risultati delle imprese”. Con l’introduzione del meccanismo denominato Ace si interviene con un’azione di 1 miliardo di euro nel 2012, 1,5 nel 2013 e 3 nel 2014.

Per ciò che concerne l’accesso al credito, uno dei problemi più importanti per le imprese, Passera ha preannunciato un forte rafforzamento del Fondo di garanzia, con almeno 20 miliardi di credito a disposizione delle Pmi.

Diversi sono gli altri interventi in arrivo. Si parte dalla rinascita dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero soppresso dal Governo Berlusconi l’estate scorsa, in quanto si è sottolineata la centralità del processo di internazionalizzazione per la crescita delle imprese, passando a misure volte ad incentivare l’efficienza energetica, la semplificazione.  

Inoltre è stata annunciata la creazione di una autorità nei trasporti per accompagnare il processo di liberalizzazioni: il ministro ha messo in risalto l’importanza della concorrenza nel processo di ripresa dell’economia, annunciando «regole per aprire il mercato», a cominciare da settori come la farmaceutica.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha aggiunto che  attraverso la deducibilità integrale dell’Irap-lavoro si punta a favorire le imprese che assumono lavoratori e lavoratrici per un importo di 1,5 miliardi nel 2012 e 2 miliardi nel 2013 e nel 2014.

Sono anche previsti  interventi a favore di donne e giovani per un miliardo di euro per ciascuno degli anni del periodo considerato.

Infine, durante una riunione al CIPE,  sono stati sbloccati una serie di investimenti che darebbero un altro po’ d’ossigeno al sistema Italia.

Non sembra tanto ma è molto più di quanto s’è visto negli ultimi anni e i mercati, UE e non solo, apprezzano.

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Marx è ancora attuale?

Marx prevedeva un’evoluzione sociale del sistema capitalistico di tipo dicotomica tale da scindere la società in due sole classi: la borghesia e gli operai. La conseguenza di tale scissione, che avrebbe contrapposto una minoranza parassitaria ad una stragrande maggioranza di sfruttati, si sarebbe conclusa con la presa del potere da parte di coloro che di fatto producono ricchezza e ne sono espropriati. Questa presa di potere che avrebbe inaugurato l’avvio di un lungo processo di cambiamento economico, sociale e culturale che si avrebbe portato al comunismo, cioè la dittatura del proletariato.

La conclusione della teoria marxista sarebbe stata la proletarizzazione della società, nel Manifesto si legge: “I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tentano di fare girare all’indietro la ruota della storia.” Proprio in conseguenza dello sviluppo capitalistico, anche questi ceti sarebbero stati costretti ad allearsi con gli operai. Sempre nel Manifesto egli scrive: “Quelli che furono finora i piccoli ceti intermedi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.”

Per Marx tale previsione si sarebbe realizzata in tempi molto brevi e riteneva che l’embrione della rivoluzione sociale fossero già presenti a fine ‘800. La sua analisi del capitalismo nasce da una critica dell’economia classica, che definisce come oggettive le leggi che regolano la produzione e la distribuzione dei beni. Nello stesso tempo però Marx ritiene che tale logica (della riproduzione e dell’accumulazione del capitale) si realizzi inducendo i capitalisti a funzionare come pedine di un ingranaggio. Quindi la conseguenza a cui era  giunto è che il capitalismo ha una vocazione autodistruttiva, proprio per la rigidità quasi meccanicistica delle leggi del capitalismo.

La sua previsione nono si è verificata in quanto Marx, forse ingannato dalla suo astio ideologico nei confronti del capitalismo e soprattutto convinto della sua natura  contingente, non aveva  tenuto conto della flessibilità del sistema e della sua capacità di compensare la concentrazione dei capitali con una ridistribuzione, sotto forma di reddito da lavoro e di previdenza, atta ad impedire l’immiserimento della massa della popolazione.

Inoltre l’aumento della produttività dovuto ai progressi tecnici e il commercio estero, vale a dire la rapina a danno dei paesi sottosviluppati, si sono realizzati rapidamente e continuamente dall’800 ad oggi. Tutto ciò  ha però consentito di diminuire o almeno di contenere lo sfruttamento lavorativo e di consentire un lento ma graduale miglioramento dei salari. Ciò, associato agli interventi previdenziali dello Stato, ha prodotto un aumento del tenore di vita e una riduzione delle tensioni sociali, vale a dire la crescita anzichè l’immiserimento progressivo dei ceti medi.

Tale situazione ha subito un sterzata dalla crisi petrolifera degli anni ’70, che mise in discussione il Welfare in Europa e in Giappone, e rilanciò il modello liberista che si è affermato in USA e GB nel corso degli anni ’80. Un altro  motivo di tale “sterzata” è il decollo industriale di paesi in precedenza sottosviluppati, che ha inasprito la concorrenza che si è tradotto in una serie di ristrutturazioni aziendali basate unicamente su tagli dei costi a carico della forza lavoro. A tutto ciò si aggiunge il processo delle  multinazionali che hanno dislocato la produzione nei paesi dove potevano utilizzare materie prime  e contare sul basso costo della manodopera.

Tutta questa congerie di elementi ha portato all’avvio della globalizzazione con uno sviluppo illimitato del capitalismo che è culminato nel boom dell’economia statunitense e della Borsa nel corso degli anni ’90.

Tale boom nascondeva però i germi dell’attuale crisi strutturale dei nostri sistemi economici ed investe in modo profondo la classe operaia che, in nome della flessibilità, deve adattarsi a condizioni di lavoro che sono sempre più incentrate sullo sfruttamento e sulla precarietà, non salvaguarda, come è accaduto in passato, la classe media, soprattutto una sua componente importante: quella che ha un reddito pressoché fisso. Il ceto impiegatizio, sia privato che pubblico, è stato infatti investito esso stesso dall’ideologia della flessibilità, che comporta, per chi lavora, una richiesta di prestazioni sempre più elevate da fornire, indipendentemente dalle regole contrattuali, con lo spettro del licenziamento sul collo. La piccola borghesia, che, in nome della sua tradizionale parsimonia, forniva un contributo importante agli investimenti in borsa, ha visto falcidiati dalla crisi i “sudati” risparmi. A ciò occorre aggiungere, in particolare per il vecchio continente, la crescita dei prezzi e delle tariffe dei servizi, e la prospettiva di un allentamento progressivo della protezione offerta dallo Stato sociale, che è in crisi.

Questa situazione si è sostanziata nell’immiserimento di una classe molto ampia della popolazione che sta velocemente  perdendo le sue sicurezze e sta lentamente slittando verso la fascia della povertà relativa. Buona parte della “media borghesia” europea che, negli anni precedenti, vivevano decorosamente, hanno ormai difficoltà ad arrivare alla fine del mese, e cominciano a indebitarsi.

Considerando questi aspetti, le previsioni di Marx sembrano avviate ad avverarsi un secolo e mezzo dopo l’uscita del Manifesto, esse si realizzano in nome di una concentrazione dei capitali verso l’alto, che riguarda una fascia ragguardevole di ceti abbienti, il cui prezzo però non è più solo lo sfruttamento, la precarietà e la disoccupazione operaia, ma anche un progressivo slittamento verso il basso, verso la fascia della povertà relativa, del ceto piccolo-borghese.

La società occidentale non si sta dunque proletarizzando, ma di sicuro scindendo in due categorie: quella dei ricchi, il cui patrimonio aumenta anche nei periodi di crisi, e quella di una vasta fascia della popolazione, maggioritaria, che vive, se non nella miseria, nell’insicurezza, nella precarietà e nella paura del futuro, costretta comunque a ridurre il tenore di vita. Questo situazione non è da attribuire alla crisi attuale ma  la spaccatura si è realizzata preliminarmente negli Stati Uniti, negli anni ’90, vale a dire nel periodo di un boom e di una produzione di ricchezza che non ha riscontro nella storia dell’economia. Non si tratta dunque di una conseguenza della crisi intervenuta nel 2000, ma di una linea di tendenza del sistema capitalistico, impossibile da interpretare se non si riconduce, mutatis mutandis, all’analisi di Marx.

Questa diversa distribuzione dei redditi è corroborata da dati statistici, infatti nel sito dell’ISTAT siamo riusciti a trovare il dato relativo al Indice di Gini sulla concentrazione dei redditi. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.

 Dall’analisi di questi dati si evince:

  1. L’Italia presenta un valore pari a 0,315 a un livello simile alla Polonia e all’Estonia anche se inferiore a paesi come Grecia(0,331) e Spagna (0,323);
  2. Nel ambito del bel paese l’indice di diseguaglianza dei redditi varia da un minimo di 0,263 in Abruzzo a un massimo di 0,335 in Sicilia. Tra le regioni in cui il valore è superiore alla media nazionale si trovano anche Campania, Lazio e Molise.

In Italia, quindi, la diseguaglianza tra i redditi più elevati e quelli più bassi è in costante crescita, e resta ben al di sopra della media dei Paesi occidentali. Nel nostro Paese, scrive l’organizzazione, lo stipendio medio del 10% più ricco è oltre 10 volte superiore a quello del 10% più povero (49.300 euro contro 4.877). Inoltre, la quota di reddito nazionale complessivo detenuta dall’1% più ricco è passata dal 7 al 10% negli ultimi 20 anni

Quindi nei paesi dove la crisi economica e finanziaria è scoppiata prima l’indice risulta essere più elevato, questo è un segno che la mancanza di equità sociale opera come freno per l’intera economia. Quindi solo paesi dove l’equità sociale, una migliore distribuzione dei redditi ed una corretta imposizione fiscale basata  sui principi esposti nell’art. 23 della costituzione (“Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge” e nell’articolo 53 (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”).

Solo coniugando lo sviluppo con l’equità si può ottenere uno crescita armonica del Ns paese che da troppi anni vive di sotterfugi fiscali che altro non fanno che aiutare i “soliti noti”.

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Indebitati mani e piedi

Cos’è lo spread? Altro non è che la differenza, in termini percentuali, tra il tasso d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano e quello dei titoli tedeschi di pari durata. A fine 2010 lo spread tra rendimento di BTP italiani e tedeschi era attestato a 195 punti ed oggi è schizzato a 570 punti fino ad arrivare a 590 punti il 9 novembre. Questo significa che l’Italia si è impegnata a pagare un interesse superiore del 5,9% rispetto a quello tedesco.

Sul mercato finanziario, tali differenze sono assimilabili a quote per le scommesse sulla solidità economica e finanziaria degli stati. Un meccanismo inquietante ma inevitabile perché gli stati non possono fare a meno di ricorrere al mercato per far finanziare le proprie attività attraverso l’emissione di titoli dui debito pubblico.

La grande crescita del debito italiano è figlia degli anni ’80, periodo nel quale è passato da 95 milioni di Euro a 805 milioni di euro nel 1992.  A quel punto il Governo Amato dovette affrontare una difficile situazione finanziaria che ebbe il suo punto critico nel luglio del 1992. Il governo emise un decreto da 30.000 miliardi di lire in cui veniva deliberato  il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari per un “interesse di straordinario rilievo” in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”. Nell’autunno dello stesso anno fu varata una manovra finanziaria “lacrime e sangue” da 93.000 miliardi di lire (contenente tagli di spesa e incrementi delle imposte), per frenare l’ascesa del deficit pubblico, e la prima riforma delle pensioni. Il governo cadde a seguito della vicenda del decreto Conso.

Tutto ciò non fermò la cavalcata del nostro debito che all’inizio del 1994 si attestò a 941 milioni di euro. Stiamo parlando di valore del debito in termini assoluti, ma vediamo come si è sviluppato in termini percentuali rispetto al PIL . La crescita è stata continua sino al 1994, anno in cui il rapporto si è attestato a 121,8%. Da quel momento in poi le politiche di contenimento hanno avuto effetti positivi che si sono sostanziate in una graduale riduzione sino al 2004 quando ha toccato 103,9%.  Dal 2007 ad oggi il valore è cresciuto velocemente sfondano quota 119%

Secondo la Banca d’Italia, nel 1995 il 90% del debito pubblico era nelle mani di investitori italiani. Questo rapporto tra stato ed investitori nazionali ha rappresentato il più forte legame tra gli Stati e i loro popoli. In questo modo  i cittadini, essendo creditori dello Stato, erano cointeressati alla gestione delle finanze pubbliche. Lo Stato, dal canto suo, era in un certo senso “obbligato” a fare buon uso dei fondi introitati attraverso il debito. Gli obiettivi di governanti e governati finivano così per coincidere. Per coprire il deficit senza aumentare il debito si sarebbero potute aumentare le tasse, ma così i governi avrebbero perso voti. Quindi i nostri governi hanno creduto più opportuno indebitare lo Stato, lasciando i soldi in tasca agli italiani e illudendoli che avrebbero potuto riempirsele investendo in Bot e Btp. Così facendo le tasse non potevano che aumentare comunque, poiché aumentando il debito, aumentano gli interessi da pagare. Con l’aggravante di appesantire il bilancio statale con un onere per gli interessi che oggi supera gli 82 miliardi di euro annui. Ogni incremento dell’1% sui tassi d’interesse ci costa 18 miliardi in più. Nel frattempo ci hanno guadagnato i ricchi e ci hanno perso i lavoratori dipendenti che possedevano solo il 10% del debito complessivo. Un debito che era sottoposto ad una tassazione ridicola, fissata in un’aliquota unica del 12,5% dalla riforma Visco sul finire degli anni Novanta.

Inoltre rendimenti così alti dei BTP decennali rendono ancora più difficile il rientro del debito in quanto il monte interessi continua a crescere ( cioè la quota che lo Stato paga per l’acquisto del debito) e ciò  distoglie ulteriori risorse finanziare per eventuali politiche di crescita.

Dal 1995 ad oggi la percentuale del nostro debito pubblico detenuto da soggetti non residenti è progressivamente cresciuta dal 10% all’attuale 56%. Un Paese che sottoscrive il debito pubblico di un altro, oltre ad investire la propria liquidità e garantirsi un flusso di cassa pluriennale,  ricava un effetto positivo che produce conseguenze di lungo periodo aumentandone il potere negoziale. Per esempio la Cina ha sottoscritto il debito greco ha chiesto l’uso del porto del Pireo e che le future navi in dotazione alla marina di Atene siano comperate in Cina. Il debito ha l’effetto di incrementare le esportazioni dal Paese creditore al debitore, favorendo la competitività delle proprie industrie e orientando le scelte commerciali (e strategiche) del debitore a proprio vantaggio.

La Francia detiene 511 miliardi del nostro debito, pari al 30% del debito stesso e al 20% del PIL d’oltralpe. Che conseguenze potrebbe avere, o ha già avuto?

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La patrimoniale………alla francese

In questi giorni, gli Italiani si stanno ponendo un inquietante interrogativo: dove prenderanno i soldi?

Già perché il nuovo governo dovrà prendere questa decisione prima di tutte le altre.

Parlando di tassazione le strade dovrebbero essere due, sui redditi prodotti o sugli stock di capitale.

In Italia, a differenza di altri paesi, non esiste un’imposta soggettiva (generale) sul patrimonio. Abbiamo invece alcune imposte reali (speciali), cioè su singoli cespiti patrimoniali come per esempio l’Imposta comunale sugli immobili, tassa di naturale pertinenza dei Comuni che fu introdotta nel 1993 come imposta straordinaria per poi diventare ordinaria.

Analizzando i dati Eurostat nel rapporto Taxation Trends in the European Union,  che descrive la diversa struttura dei sistemi fiscali dei paesi europei secondo diversi criteri (livello di governo, tipologia giuridica, ripartizione funzionale), possiamo evidenziare la distinzione che viene proposta tra imposte sui redditi (in particolare sul reddito delle imprese e degli autonomi) e imposte sugli stock. In Italia il peso di imposte sui terreni, sugli immobili e sul loro uso si attesta al 6,7% della tassazione totale che rappresenta una riduzione di  circa il 3% negli ultimi 15 anni, mentre nello stesso periodo in altri paesi come la Francia e Gran Bretagna è cresciuto attestandosi rispettivamente al 10,5% ed al 14,9%.

Quindi in Italia la quota di imposte sugli stock di capitale risulta inferiore a quella media degli altri grandi paesi europei.  

In generale, all’interno dell’UE vi sono differenze considerevoli rispetto alla media del 39,3% (rapporto tra gettito fiscale e PIL), ci sono paesi in cui si è al di sotto della soglia del 30%, come la Romania (28%) e la Lettonia (28,9%), e paesi in cui si sfiora il 50% come la Svezia (47,1%) e la Danimarca (48,2%). In Italia la tassazione arriva al 43,8%, in aumento dell’1% rispetto al 2000 (mentre nel resto d’Europa la tendenza è stata esattamente l’opposta).

Per quanto riguarda il lavoro l’Italia occupa la prima posizione con una quota pari al 44%, davanti al belgio (42,6%) e ai paesi scandinavi; negli ultimi anni il livello è leggermente aumentato. Mentre Germania e Francia non sono molto lontane dal livello italiano,la Gran Btetagnaapplica sul lavoro una tassazione del 26,1%.

Sembra quanto mai opportuno ri-bilanciare il prelievo aumentando queste imposte e riducendo quelle su altre tipologie di base imponibile (ad esempio, il lavoro nelle sue varie forme ed accezioni) in modo da “spingere” il sistema-Italia a produrre più che a godere di rendite

L’ipotesi di un ribilanciamento del tax-mix con una riduzione delle imposte sul lavoro e sui profitti e un incremento di quelle sul patrimonio immobiliare e mobiliare trova anche una sua giustificazione empirica sul piano dell’efficienza. Una recente analisi econometrica dimostra che le imposte sul patrimonio immobiliare e mobiliare sono meno negative per la crescita economica. Tale ricerca ipotizza un ranking delle diverse tipologie di imposte, da quelle meno a quelle più dannose perla crescita. Si evidenzia che le imposte meno dannose per la crescita sono risultate essere quelle sugli immobili, in quanto tendono a compensare il vantaggio fiscale dell’investimento in immobili derivante dalla deducibilità degli interessi sui mutui e dall’esenzione dall’imposta sui guadagni di capitale. Al secondo posto si trovano le imposte sulle transazioni, incluse quelle finanziarie, mentre risulterebbero più dannose per la crescita le imposte sui consumi e ancor di più quelle sul lavoro e sul profitto delle imprese.

L’ispirazione potrebbe venire d’oltralpe. La “impote de solidarité sur la fortune”, introdotta dal presidente François Mitterrand nel 1982 con l’obiettivo di sostenere la redistribuzione dei redditi, propone una tassazione un aliquota progressiva in relazione con l’ammontare del patrimonio.

Come tutti i tipi di imposizione presenta lo svantaggio di colpire solo il patrimonio «visibile», finisce per colpire il ceto medio-alto più dei grandi ricchi, ovvero coloro hanno maggiori strumenti di “camouflage” all’estero o in paradisi fiscali.

Queste considerazioni, però, non limitano la portata benefica per le casse dello stato e sopratutto per quel processo di bilanciamento dell’equità sociale attualmente latitante nel nostro paese.

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Risparmiamoci i politici “provinciali”

L’Unione delle province italiane ha diffuso un dossier in cui si evidenzia che le province spendono complessivamente circa 12 miliardi di euro all’anno.  La composizione della spesa è: 8,5  mld per spesa corrente, 3 mld per spese in conto capitale e mezzo miliardo per rimborso di prestiti.

Innanzitutto, bisogna sottolineare che non è possibile azzerare la spesa per rimborso prestiti: abolite le province, qualcuno dovrebbe accollarsela, onde evitare danni ai creditori.

La spesa in conto capitale è molto difficile da ridurre poiché prettamente dedicata a interventi di manutenzione, ampliamento, ristrutturazione e gestione del patrimonio immobiliare. Abolendo le province tali spese dovrebbero comunque essere sostenute.

Quindi dei 12 miliardi circa di spesa, circa 3,5 miliardi possono difficilmente essere risparmiati. Per ciò che attiene gli altri 8,5 miliardi di spese correnti (connesse ad acquisizioni di beni e servizi finalizzati all’esercizio delle funzioni amministrative di competenza delle province) l’eliminazione sic et simpliciter degli enti non comporta automaticamente la cancellazione delle stesse. Le funzioni tipiche delle province anche in base alla legge 42/2009 sono funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo, funzioni nel campo dei trasporti; funzioni riguardanti la gestione del territorio; funzioni nel campo della tutela ambientale; funzioni nel campo dello sviluppo economico relative ai servizi del mercato del lavoro. L’abolizione delle province potrebbe, comunque, comportare una riduzione sostanziale di tali spese a cui si devono aggiungere i vantaggi derivanti da economie di scala attraverso l’accorpamento di tali funzioni, ciò potrebbe comportare una riduzione di circa 1,8 miliardi.

Approfondendo l’analisi, pare come veramente aggredibile il cosiddetto “costo della politica” delle 110 province, con 858 assessori provinciali e 3.246 consiglieri. I consiglieri provinciali percepiscono un gettone di presenza per ogni seduta del consiglio e commissione alla quale partecipano, più volte alla settimana. Una stima di tali costi ci fa ipotizzare una riduzione dei stessi pari a circa 170 milioni di euro.

A questo valore si aggiungerebbe il risparmio legato ai costi delle consultazioni elettorali provinciali, cioè 250 milioni ogni 5 anni: 50 milioni/anno.

I risparmi effettivamente conseguibili molto verosimilmente sarebbero di circa 2 miliardi/anno.

Il valore può sembrare non roboante ma è una misura strutturale che consentirebbe l’allocazione di tali risorse per qualche capitolo di spesa altrimenti soggetto a taglio.

Economia & Dintorni di Luigi Cristiani & Diego D’Amo di Luigi Cristiani & Diego D’Amo