Scuola, le ragioni della civetta

Scuola, le ragioni della civetta di Elisabetta Giustini di Elisabetta Giustini
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Il nuovo ministro? Parla un’altra lingua

Francesco Profumo, responsabile dell’Istruzione dopo la Gelmini, ha un lessico assai diverso da quello del suo predecessore. Nella sostanza, però, il progetto di rinnovamento resta lo stesso: promuovere l’apprendimento delle tecnologie e dell’inglese


La ministra Gelmini ci aveva abituati a un linguaggio politico riconoscibile e consueto; credo di poter estendere il riferimento anche ai suoi colleghi del precedente governo. Così come l’impressione iniziale del nuovo sta, tra l’altro, nella maggiore attenzione da porre all’uso corrente della terminologia che utilizza.
Il lessico del ministro Profumo chiede a volte di essere decodificato non solo ai profani, ma anche a coloro che, pur lavorando nella scuola, sfiancati dalla moltitudine di leggi, decreti, circolari, spesso disarmanti e contraddittorie, finiscono col chiudere l’orizzonte personale e della classe dentro i confini dell’aula o, tutt’al più, dell’edificio scolastico in cui operano.
E il paragone con la scuola viene naturale alla mente, quando, nel commento a un voto, durante un’interrogazione o nel colloquio con un genitore, il riferimento all’appropriato uso delle parole da parte di uno studente, al suo modo di esprimerle, all’uso della terminologia tecnica, costituiscono il primo e il più importante giudizio di un insegnante.
L’obiettivo irrinunciabile nello studio di una disciplina consiste nell’atto difficilissimo di appropriazione del suo linguaggio specifico, che rende familiari i suoi contenuti, ne favorisce il sapere e ne sviluppa la mentalità. E il linguaggio assume il senso per la matematica, per la storia, per la filosofia, per le scienze, etc…
Perché il linguaggio è la rivelazione dell’essere, ci ricorda Levinas, e l’essere non è, se non sa dar corpo al pensiero in parole significative da comunicare, pena l’ignoranza di sé e gli altri.
Il rimprovero più comune rivolto a scuola allo studente sta per la forma del tema che scrive o per l’esposizione orale di un argomento, quando l’una o l’altra sono confusi, approssimativi, poveri. Rivelano idee confuse, povere, superficiali, senza contenuto, senza vita.
Il paragone con la politica viene ancora naturale, se il termine assume il significato aristotelico della forma sociale della polis nella vita di relazione, dove si misura nella parola il vuoto o la sostanza delle cose.
Gli ultimi sono stati anni per la scuola di annunciate trasformazioni in termini di riforme ordinamentali; quelle che si sono succedute, da Berlinguer a Moratti, che pretendevano quelle trasformazioni e anche fondi per sostenerle, si sono abrogate a vicenda a colpi di leggi e decreti, essendo state partorite da governi avversi.
Poi riesumate e spogliate di presunte megalomanie, furono ricondotte a più miti consigli dalla affermazione che con la “cultura non si mangia”, scaturita forse più dalla necessità di far tornare i conti pubblici, che da convinzioni personali.
No, non abbiamo assistito a cambiamenti radicali su quel versante, nonostante i fiumi di parole versate ad accompagnare i preannunciati e poi smentiti cambiamenti. L’anno scolastico comincia ancora a settembre per tutti, con qualche variazione del giorno di avvio da una regione all’altra, per effetto delle regionali competenze; i giorni sono duecento per tutta la nazione e per effetto delle statali competenze; gli studenti sono legati ad una classe dall’inizio alla fine di un ciclo, con poche eccezioni di ripetenze; il tempo si divide in trimestri o in quadrimestri, con scrutini intermedi e finali; il professore spiega e interroga, salvo casi eccezionali di lezioni alternative lasciate alla libertà d’insegnamento e alla illuminata iniziativa di qualche collegio dei docenti; l’anno si conclude con una promozione o una bocciatura, in alternativa il giudizio sospeso con i corsi di recupero.
Che cosa è cambiato? Nulla, dal punto di vista dell’utente di una scuola.
E torniamo al punto di partenza, cioè il nuovo lessico ministeriale.
Le linee progettuali del ministro, nell’immediato non possiamo pretendere altro, suscitano curiosità e buoni sentimenti, ma anche qualche sforzo di comprensione per interpretarne il significato genuino, oltre che la fattibilità in questo momento non breve, secondo le previsioni, di ristrettezze economiche.
L’uso delle nuove tecnologie nell’insegnamento per una formazione più innovativa, è uno dei nuovi propositi ministeriali, ma lo fu anche negli anni ‘80, con il Piano Nazionale Informatica in tutte le scuole patrie, e l’indimenticabile cavallo di battaglia (insieme a “impresa” e “inglese”) del ministro Moratti.
Ancora oggi però lo invochiamo come la grande novità, che spesso si scontra, dopo trent’anni di corsi e corsetti, con la motivazione dei docenti a mettersi e a mettere in discussione il proprio modo di far lezione. Senza considerare che da molti anni l’aggiornamento continua ad essere facoltativo e a carico degli interessati. Quali interessati? Dovrebbero essere gli insegnanti interessati ad aggiornare e approfondire il bagaglio culturale personale, in ambito disciplinare, ma anche in quello più declinato verso l’insegnamento, con la ricerca delle tematiche emergenti in campo psicopedagogico e didattico. Di fatto la lezione centrata sulla parola è un classico per tutte le stagioni.
Le famiglie dovrebbero essere interessate alla formazione degli insegnanti, perché possano scegliere la scuola che offre le migliori strategie didattiche, per garantire il successo formativo dei loro figli. Il servizio “Scuola in chiaro”, che renderà pubblici, a partire da questo mese, i dati di ogni istituzione scolastica, contribuendo ad una operazione di trasparenza e diffusione delle informazioni, dovrebbe dare conto anche della formazione in itinere dei docenti che vi lavorano. Gli studenti dovrebbero essere interessati, che non vorrebbero vivere la scuola come il pegno da pagare per diventare adulti.
Dunque tutti i cittadini di uno stato dovrebbero essere interessati alla formazione continua e obbligatoria degli insegnanti e farsene garanti per i ritorni in termini economici, di qualità del servizio e di risparmio di risorse.
Non si risolverebbero tutti i problemi della scuola, ma si potrebbe contribuire a ridurre le complicate azioni di recupero della dispersione scolastica e degli abbandoni, che si traducono spesso nella ricerca di altre vie per assumere un qualche ruolo nella vita; si traducono anche in sperperi diseducativi di denaro speso per riparare danni già fatti dagli stupefacenti, da incidenti stradali disabilitanti, da esperienze di carcere mortificanti.
Ora sembra ripartire il salto di qualità, nella speranza che determini anche il cambiamento radicale nella pratica didattica quotidiana quel miliardo di fondi europei destinati al Sud, come motore per il rilancio del più ampio “progetto paese”, orientato, secondo le intenzioni del ministro a fare delle scuole anche dei centri di aggregazione per i cittadini, scuole ristrutturate e messe in sicurezza…
Altra affermazione da decodificare.
Il ministro richiama all’autonomia responsabile delle istituzioni scolastiche. La dichiarazione va per l’appunto chiarita e rientra nell’ordine di quei cambiamenti forti di gestione dei sistemi scolastici, che mette in relazione tutte le azioni e le persone interessate al funzionamento di una scuola.
L’autonomia responsabile di una scuola riconduce al concetto di relazione. La scuola fonda la sua credibilità sulla chiarezza e sulla trasparenza del linguaggio che usa per comunicare con i suoi utenti. La scuola credibile rende conto del suo operato.
Diverso è il concetto da quello che riconduce alla scuola che conosciamo, di stampo tradizionale, garante di sé per il solo fatto di essere una Istituzione, che ha il compito di erogare istruzione, secondo norme e principi stabiliti e che ne garantisce il funzionamento, nel rispetto di regole indiscutibili e della indiscutibile tradizione.
Connaturata all’autonomia è l’esigenza di dimostrare, in modo trasparente, il ritorno educativo che la scuola è capace di assicurare, valorizzando al meglio le risorse a disposizione, umane, finanziarie e di contesto sociale. Qui sta la novità.
Ma la rendicontazione sociale non è un semplice atto di comunicazione dei risultati della scuola. La rendicontazione sociale riflette una certa filosofia di responsabilizzazione in ordine a chi, di che cosa ed in che modo la scuola deve rispondere del proprio operato per il miglioramento degli apprendimenti degli studenti.
E’ un processo volontario che nasce dalla consapevolezza del dovere di render conto agli interessati circa l’uso che viene fatto dell’autonomia.
E’ far chiarezza a se stessa della bontà dell’offerta che pianifica per incontrare le esigenze formative del territorio. In termini tecnici si chiama “bilancio” il processo volontario attraverso il quale un’organizzazione, pubblica o privata, profit e non profit, valuta e comunica ai suoi utenti, comportamenti, risultati e impatti delle proprie scelte e del proprio agire in rapporto alla missione ed ai valori etici posti a fondamento dell’attività istituzionale.
Il Bilancio sociale presuppone il concetto di responsabilità ed il dovere di coinvolgimento degli utenti a tutto campo, dall’analisi dei bisogni e delle aspettative alla costruzione del consenso intorno alle scelte, fino al monitoraggio ed alla comunicazione dell’effettiva creazione di valore.
Mettere al centro del Bilancio sociale la scuola intesa come entità istituzionale autonoma, significa dimostrare la capacità della scuola di realizzare un equilibrio tra missione educativa e disponibilità delle risorse per sostenere quella missione nel dialogo politico costruttivo di un territorio.

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Gli alunni al tempo del socialnetwork

Come raccontano i mitologi, la dea greca Atena balzò dal cervello di Zeus, bella e armata, brandendo una lancia

d’oro zecchino. Protettrice di arti e scienze, dea della sapienza e della vittoria, seconda nella gerarchia

dell’Olimpo soltanto al supremo genitore, la bellicosa Atena rappresenta la luce dell’intelligenza e della

ragionevolezza. Conosciuta dai latini con il nome di Minerva, assumeva le sembianze della civetta, glaux,

dall’occhio rilucente, come la luna che riflette la luce del sole e che vede, nelle tenebre, dove i mortali non

vedono

 

A partire da oggi si apre l’angolo della scuola. Sì, ma quale? Elio Damiano, noto pedagogista, definisce la

scuola la rappresentazione della realtà.

Facile. Si tratta di raccontare la realtà! Allora una riflessione. Nell’evocare la scuola viene naturale

convergere, per abitudine, sul modello conosciuto e trasferito, per proprietà transitiva, a figli e ad alunni.

Dunque la domanda: gli interessati, quelli che la abitano, come la concepiscono? Quanto rimane della concezione

tradizionale nell’immaginario collettivo? Forse l’origine di molti disagi, che associamo alla scuola, sta nello

scollamento tra i punti di vista. Possiamo attribuire allo studente di oggi la stessa percezione che ne aveva

quello di ieri? E tra gli studenti, di oggi e della stessa fascia di età, quale la scuola di un liceale e quale

scuola per lo studente di un istituto tecnico o professionale? E’ l’impostazione, l’attrezzatura culturale,

l’umanità, che cambiano l’angolo visuale. E poi, come coniugare il punto di vista dell’alunno con quello

dell’insegnante? O meglio degli insegnanti, di diversa specie, ma tutte ugualmente non protette. I genitori poi?

Perché anche quelli sono di varia umanità. Abbiamo, tra gli altri, la categoria degli investigatori, che tutte

le settimane, alla stessa ora di ricevimento, ti inchiodano sul mezzo punto, non glielo avessi mai dato! La

categoria dei professori, quelli che, senza offesa, ti insegnano il mestiere…ecco perché il ragazzo rende poco.

Quella dei pre-destinati, poi, che attirano tutte le disgrazie, proprie e altrui. “Professoressa, però, un po’

di sensibilità, proprio sulla disperazione lo doveva interrogare!”. Come se fosse colpa mia se in quinta si

studia Kierkegaard! La categoria dei latitanti, che neanche le minacce di ritorsione sul minore, fanno comparire

al colloquio. E’ la paura della scuola, che li blocca, sempre per la proprietà transitiva. Sembra facile,

parlare di scuola, così come di strumenti e rimedi per farla funzionare. Facile è per chi non la sente dentro o

la vive di rimbalzo, attraverso i racconti dei ragazzi, le sentenze di esperti, veri o presunti, da rotocalco,

il ricordo di quel professore al quale proprio “non andavo giù”. Più facile parlare di divinità agli uomini che

non di uomini agli uomini: gli dei non sono mai stati visti, così non é possibile capire se uno sta dicendo il

vero o il falso mentre parla di loro . (Platone, Crizia). Più difficile è parlarne dall’ottica di chi ne conosce

i meccanismi, le funzioni, gli scollamenti, le contraddizioni, le persone. Per questo è difficile, dall’ottica

dell’insegnante, e se Socrate, gran conoscitore di uomini, trova difficile parlare della materia che gli è

propria, siamo in buona compagnia. E ancora più delicato è l’occhio di chi ne muove i fili, per condurla ad

unità e conciliarla con l’urgenza di far quadrare il cerchio, quando nel quotidiano si ha a che fare con il

conto delle assenze, la disaffezione, la droga, la violenza. Eppure parlarne è urgente, irrinunciabile, con la

consapevolezza che quel mondo, unico, per originalità, freschezza, umanità, è un complesso monumentale fatto di

tante articolazioni, perché è il luogo delle relazioni sociali; ma è anche sistema di leggi, che regolamentano

l’istruzione, è complesso di ordinamenti, consegnati alla formazione dei cittadini, piccoli e grandi, di una

nazione. Facile. Si tratta di raccontare il mondo. Qualche perplessità c’è, soprattutto perché quando si vive,

la scuola, non si sa da dove cominciare a raccontarla. Ecco perché si è pensato alla moneta di Atene, la

civetta, per concedersi un panorama ampio, multicentrico e perché la moneta è d’argento, metallo che influenza

la mente, costringendola ad allargare lo sguardo fino all’introspezione. Altra considerazione. Nel farlo

riflettere sulla etimologia, l’alunno, che per comunicare preferisce le emoticons al vocabolario, scopre che

l’uso pigro e abituale della parola scuola, nulla ha a che fare con scholè, evocativo di una condizione umana di

libertà e disimpegno nell’ozio virtuoso, da non confondere con il disimpegno che bene conosce, lui che avrebbe

tutti i numeri, solo volesse…! Vero però che pensare la scuola oggi è pensare una forza della natura dai

meccanismi autoconsistenti, quasi una forza esterna a quella di quanti, direttamente o no, ci fanno i conti. Le

parole a scuola: tutto dipende dall’uso che se ne fa. Sì, è senz’altro più facile parlarne, se non la si conosce

o se della scuola si hanno visioni parziali e a distanza. Dunque mi piace immaginare questo spazio alla stregua

del “ricevimento”, che ogni settimana si offre al monitoraggio dell’andamento scolastico, di studenti, ma anche

di insegnanti, di genitori e infine, di coloro che muovono quei fili, che abbiamo accennato sopra. Penso alla

vita di classe, con le sue dinamiche, che intrecciano l’aspetto della relazione personale con quello della

relazione educativa, della verifica del sapere, con quello della valutazione…per sottoporla al confronto con le

ultime novità in tema di formazione nel nostro paese e non solo, intorno alle quali oggi si concentra il

dibattito, che proponiamo alla riflessione comune, per aprirla alle questioni, alle considerazioni che si

vogliono condividere, a fatti, che si vogliono raccontare. Infine, ci rivolgeremo ai responsabili delle attuali

strategie, perché ci aiutino a comprendere meglio quale idea di educazione si rintraccia nell’ultima riforma,

quali sostanziali novità caratterizzano il sistema d’istruzione, come e se è cambiato il sistema di valutazione,

quali i coinvolgimenti delle famiglie, per facilitare la scelta di un indirizzo, e ancora, quale il ruolo dei

docenti nel cambiamento, e poi, che cosa è l’Autonomia scolastica, quali novità investono i nuovi esami di

Stato, in che cosa consiste l’Invalsi e come nasce. A questo proposito, non voglio concludere senza un passaggio

obbligato.