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Il nuovo ministro? Parla un’altra lingua
Francesco Profumo, responsabile dell’Istruzione dopo la Gelmini, ha un lessico assai diverso da quello del suo predecessore. Nella sostanza, però, il progetto di rinnovamento resta lo stesso: promuovere l’apprendimento delle tecnologie e dell’inglese
La ministra Gelmini ci aveva abituati a un linguaggio politico riconoscibile e consueto; credo di poter estendere il riferimento anche ai suoi colleghi del precedente governo. Così come l’impressione iniziale del nuovo sta, tra l’altro, nella maggiore attenzione da porre all’uso corrente della terminologia che utilizza.
Il lessico del ministro Profumo chiede a volte di essere decodificato non solo ai profani, ma anche a coloro che, pur lavorando nella scuola, sfiancati dalla moltitudine di leggi, decreti, circolari, spesso disarmanti e contraddittorie, finiscono col chiudere l’orizzonte personale e della classe dentro i confini dell’aula o, tutt’al più, dell’edificio scolastico in cui operano.
E il paragone con la scuola viene naturale alla mente, quando, nel commento a un voto, durante un’interrogazione o nel colloquio con un genitore, il riferimento all’appropriato uso delle parole da parte di uno studente, al suo modo di esprimerle, all’uso della terminologia tecnica, costituiscono il primo e il più importante giudizio di un insegnante.
L’obiettivo irrinunciabile nello studio di una disciplina consiste nell’atto difficilissimo di appropriazione del suo linguaggio specifico, che rende familiari i suoi contenuti, ne favorisce il sapere e ne sviluppa la mentalità. E il linguaggio assume il senso per la matematica, per la storia, per la filosofia, per le scienze, etc…
Perché il linguaggio è la rivelazione dell’essere, ci ricorda Levinas, e l’essere non è, se non sa dar corpo al pensiero in parole significative da comunicare, pena l’ignoranza di sé e gli altri.
Il rimprovero più comune rivolto a scuola allo studente sta per la forma del tema che scrive o per l’esposizione orale di un argomento, quando l’una o l’altra sono confusi, approssimativi, poveri. Rivelano idee confuse, povere, superficiali, senza contenuto, senza vita.
Il paragone con la politica viene ancora naturale, se il termine assume il significato aristotelico della forma sociale della polis nella vita di relazione, dove si misura nella parola il vuoto o la sostanza delle cose.
Gli ultimi sono stati anni per la scuola di annunciate trasformazioni in termini di riforme ordinamentali; quelle che si sono succedute, da Berlinguer a Moratti, che pretendevano quelle trasformazioni e anche fondi per sostenerle, si sono abrogate a vicenda a colpi di leggi e decreti, essendo state partorite da governi avversi.
Poi riesumate e spogliate di presunte megalomanie, furono ricondotte a più miti consigli dalla affermazione che con la “cultura non si mangia”, scaturita forse più dalla necessità di far tornare i conti pubblici, che da convinzioni personali.
No, non abbiamo assistito a cambiamenti radicali su quel versante, nonostante i fiumi di parole versate ad accompagnare i preannunciati e poi smentiti cambiamenti. L’anno scolastico comincia ancora a settembre per tutti, con qualche variazione del giorno di avvio da una regione all’altra, per effetto delle regionali competenze; i giorni sono duecento per tutta la nazione e per effetto delle statali competenze; gli studenti sono legati ad una classe dall’inizio alla fine di un ciclo, con poche eccezioni di ripetenze; il tempo si divide in trimestri o in quadrimestri, con scrutini intermedi e finali; il professore spiega e interroga, salvo casi eccezionali di lezioni alternative lasciate alla libertà d’insegnamento e alla illuminata iniziativa di qualche collegio dei docenti; l’anno si conclude con una promozione o una bocciatura, in alternativa il giudizio sospeso con i corsi di recupero.
Che cosa è cambiato? Nulla, dal punto di vista dell’utente di una scuola.
E torniamo al punto di partenza, cioè il nuovo lessico ministeriale.
Le linee progettuali del ministro, nell’immediato non possiamo pretendere altro, suscitano curiosità e buoni sentimenti, ma anche qualche sforzo di comprensione per interpretarne il significato genuino, oltre che la fattibilità in questo momento non breve, secondo le previsioni, di ristrettezze economiche.
L’uso delle nuove tecnologie nell’insegnamento per una formazione più innovativa, è uno dei nuovi propositi ministeriali, ma lo fu anche negli anni ‘80, con il Piano Nazionale Informatica in tutte le scuole patrie, e l’indimenticabile cavallo di battaglia (insieme a “impresa” e “inglese”) del ministro Moratti.
Ancora oggi però lo invochiamo come la grande novità, che spesso si scontra, dopo trent’anni di corsi e corsetti, con la motivazione dei docenti a mettersi e a mettere in discussione il proprio modo di far lezione. Senza considerare che da molti anni l’aggiornamento continua ad essere facoltativo e a carico degli interessati. Quali interessati? Dovrebbero essere gli insegnanti interessati ad aggiornare e approfondire il bagaglio culturale personale, in ambito disciplinare, ma anche in quello più declinato verso l’insegnamento, con la ricerca delle tematiche emergenti in campo psicopedagogico e didattico. Di fatto la lezione centrata sulla parola è un classico per tutte le stagioni.
Le famiglie dovrebbero essere interessate alla formazione degli insegnanti, perché possano scegliere la scuola che offre le migliori strategie didattiche, per garantire il successo formativo dei loro figli. Il servizio “Scuola in chiaro”, che renderà pubblici, a partire da questo mese, i dati di ogni istituzione scolastica, contribuendo ad una operazione di trasparenza e diffusione delle informazioni, dovrebbe dare conto anche della formazione in itinere dei docenti che vi lavorano. Gli studenti dovrebbero essere interessati, che non vorrebbero vivere la scuola come il pegno da pagare per diventare adulti.
Dunque tutti i cittadini di uno stato dovrebbero essere interessati alla formazione continua e obbligatoria degli insegnanti e farsene garanti per i ritorni in termini economici, di qualità del servizio e di risparmio di risorse.
Non si risolverebbero tutti i problemi della scuola, ma si potrebbe contribuire a ridurre le complicate azioni di recupero della dispersione scolastica e degli abbandoni, che si traducono spesso nella ricerca di altre vie per assumere un qualche ruolo nella vita; si traducono anche in sperperi diseducativi di denaro speso per riparare danni già fatti dagli stupefacenti, da incidenti stradali disabilitanti, da esperienze di carcere mortificanti.
Ora sembra ripartire il salto di qualità, nella speranza che determini anche il cambiamento radicale nella pratica didattica quotidiana quel miliardo di fondi europei destinati al Sud, come motore per il rilancio del più ampio “progetto paese”, orientato, secondo le intenzioni del ministro a fare delle scuole anche dei centri di aggregazione per i cittadini, scuole ristrutturate e messe in sicurezza…
Altra affermazione da decodificare.
Il ministro richiama all’autonomia responsabile delle istituzioni scolastiche. La dichiarazione va per l’appunto chiarita e rientra nell’ordine di quei cambiamenti forti di gestione dei sistemi scolastici, che mette in relazione tutte le azioni e le persone interessate al funzionamento di una scuola.
L’autonomia responsabile di una scuola riconduce al concetto di relazione. La scuola fonda la sua credibilità sulla chiarezza e sulla trasparenza del linguaggio che usa per comunicare con i suoi utenti. La scuola credibile rende conto del suo operato.
Diverso è il concetto da quello che riconduce alla scuola che conosciamo, di stampo tradizionale, garante di sé per il solo fatto di essere una Istituzione, che ha il compito di erogare istruzione, secondo norme e principi stabiliti e che ne garantisce il funzionamento, nel rispetto di regole indiscutibili e della indiscutibile tradizione.
Connaturata all’autonomia è l’esigenza di dimostrare, in modo trasparente, il ritorno educativo che la scuola è capace di assicurare, valorizzando al meglio le risorse a disposizione, umane, finanziarie e di contesto sociale. Qui sta la novità.
Ma la rendicontazione sociale non è un semplice atto di comunicazione dei risultati della scuola. La rendicontazione sociale riflette una certa filosofia di responsabilizzazione in ordine a chi, di che cosa ed in che modo la scuola deve rispondere del proprio operato per il miglioramento degli apprendimenti degli studenti.
E’ un processo volontario che nasce dalla consapevolezza del dovere di render conto agli interessati circa l’uso che viene fatto dell’autonomia.
E’ far chiarezza a se stessa della bontà dell’offerta che pianifica per incontrare le esigenze formative del territorio. In termini tecnici si chiama “bilancio” il processo volontario attraverso il quale un’organizzazione, pubblica o privata, profit e non profit, valuta e comunica ai suoi utenti, comportamenti, risultati e impatti delle proprie scelte e del proprio agire in rapporto alla missione ed ai valori etici posti a fondamento dell’attività istituzionale.
Il Bilancio sociale presuppone il concetto di responsabilità ed il dovere di coinvolgimento degli utenti a tutto campo, dall’analisi dei bisogni e delle aspettative alla costruzione del consenso intorno alle scelte, fino al monitoraggio ed alla comunicazione dell’effettiva creazione di valore.
Mettere al centro del Bilancio sociale la scuola intesa come entità istituzionale autonoma, significa dimostrare la capacità della scuola di realizzare un equilibrio tra missione educativa e disponibilità delle risorse per sostenere quella missione nel dialogo politico costruttivo di un territorio.

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