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| Descrizione: Scrittore, Giuseppe Corona, irpino di origine, inizia, in forma attiva, il suo impegno politico nel dicembre 1967 partecipando all’occupazione della sede centrale della Federico II. Studente di Medicina e Chirurgia, diventa leader del ’68 napoletano, prima nella facoltà di appartenenza, poi sull’insieme della Federico II, passando per Potere Operaio di cui è massimo dirigente in Campania e membro dell’Esecutivo Nazionale, poi per il PCI di cui è segretario della Sezione Universitaria napoletana. In questa veste guida alla conquista della maggioranza la Sezione Universitaria nelle elezioni studentesche del 1975 in tutte le facoltà della Federico II. Un sostanziale disaccordo con la Federazione napoletana del PCI lo costringe alle dimissioni e a rinunciare a diventare funzionario-dirigente di tale partito. Ragioni assai casuali gli danno la possibilità di approdare alla CIC (Confederazione Italiana Coltivatori) poi CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), nella quale è subito nella Presidenza Regionale e, poi, come capocomponente della maggioranza comunista, vicepresidente regionale. Pur in tale veste egli non nasconde le sue simpatie, sin dall’inizio, per l’esperimento craxiano, cosa che non manca di attirare la contrarietà comunista. Di fatto fuori dal PCI almeno dal caso Moro, esce, formalmente, da questo partito, dimettendosi dalla Vice Presidenza Regionale della CIA, nel 1986. Nel frattempo aveva collaborato, con alcuni saggi, alla rivista Nuova Agricoltura diretta da Carmine Nardone, prima deputato, poi Presidente della Provincia di Benevento, ed alla rivista Araba Fenicia, rivista diretta dal Prof: Biagio De Giovanni, noto professore di filosofia dell’Università napoletana, Preside dell’Orientale, eurodeputato del PCI. Uscito dal PCI intrattiene rapporti stretti con l’on. Carmelo Conte, potente uomo politico del PSI campano, Ministro delle aree urbane nel governo Andreotti. Con lui fonda un circolo, Iniziative Riformiste, che dirige, nel tentativo di veicolare, adattandola al Mezzogiorno, la esperienza craxiana. Testimonianza di questo sforzo fu un convegno tenuto nel circolo sulla riforma istituzionale con l’allora vicesegretario nazionale del PSI, on. Valdo Spini. Scrisse in questo periodo un saggio sulla Questione Meridionale e fu editorialista del quotidiano napoletano Cronache di Napoli. Chiusasi questa esperienza con la crisi del PSI, si chiude per dieci anni in una ricerca sulle ragioni del disorientamento della politica italiana e, in genere, dell’Occidente. Nel 2002 ridiventa, fuori da ogni appartenenza politica, vicepresidente regionale della CIA e nel 2004 Presidente Regionale nonché membro del massimo organo di direzione nazionale della stessa. In queste vesti inizia a sperimentare nella prassi le riflessioni maturate nel lungo decennio vissuto in maniera appartata, misurando così l’irriducibile sua estraneità a un ceto politico e sindacale, nella sua versione nazionale e meridionale, che lo porta a un volontario e definitivo distacco nel 2008, anno in cui appare il suo primo libro, per Guida, Del Pericolo e della salvezza, nel quale affronta le ragioni della "malattia mortale" dell’Occidente. Opinionista su Il Denaro, quotidiano economico-politico, campano, per il quale ha già scritto centinaia di articoli, sulla politica interna ed internazionale, sui problemi del Mezzogiorno ed anche su alcune questioni speculative attinenti il primo libro. L’insieme di questa riflessione confluisce in un secondo libro, La Rotazione di Norfolk e la questione meridionale, sempre per Guida, ideale continuazione sul piano della prassi politica del primo. Il più importante riconoscimento, finora, al libro è contenuto nell’intervista data a Ruggero Guarini, noto giornalista e scrittore, sulle pagine de Il Foglio di Giuliano Ferrara nella sezione Cultura dell’ 11 settembre 2010. In ragione di tale libro è stato chiamato a esporre le sue tesi sul Meridione in un convegno alla Camera indetto dalla Commissione Affari Esteri. Tale convegno è previsto per il 9 dicembre 2010. Sulla rivista Narrazioni è apparso un suo articolo preso da Il Denaro sul caso Eluana e un saggio, To Apeiron, che anticipa alcuni contenuti del terzo libro su cui sta lavorando, con il quale conta di chiudere la trilogia già annunciata nel primo.
Dopo tale intensa attività politica e sindacale, a partire dal ’68 come leader del Movimento Studentesco Universitario di Napoli, condotta per lo più, senza appartenenze stabili, su un piano sperimentale, teso più al tentativo di comprendere le ragioni di fondo dell’agire politico nel tempo della crisi della modernità che ad aspirare ai clamori del successo politico, Giuseppe Corona sta tentando, in questi anni, di raccogliere esperienze, studi e riflessioni, senza rinunciare all’azione politica, in un corpo di scritti che vanno dai libri, ai saggi, all’opinione giornalistica sugli accadimenti politici attuali.
La premessa da cui parte la sua riflessione, che, con convinzione, lo muove da molti anni è che Religione, Poesia, Filosofia e Politica, sono quattro aspetti dell’agire politico autentico, che questo quadrante, diversificato ma unitario, guidò a grandezza inimitata il mondo mediterraneo, quando esso fu grande.
Come dice nell’ampia intervista, già menzionata, dell’11 settembre su Il Foglio a Ruggero Guarini, con il quale ha iniziato un intenso e fruttuoso colloquio, egli crede che le condizioni attuali del mondo consegnano al Mediterraneo una centralità, persa da alcuni secoli, in grado di fare valere, nelle contraddizioni del mondo moderno, questa poliedricità del suo carattere, che egli, in un senso non più compreso, definisce “cattolico”, evitando ogni nostalgia, riconsegnando una bussola per il futuro a un mondo al momento uscito fuori dai cardini. Il Foglio ha titolato tale intervista “Il Sud ci salverà”, sintesi nella quale l’autore di “La rotazione di Norfolk e la questione meridionale” si riconosce non nascondendosi il pericolo di apparire paradossale e provocatorio in un tentativo di ridare onore e dignità a una terra oltraggiata da un timbro a fuoco che pretende di definirla “inferiore” antropologicamente quando, invece, essa fu solo penalizzata da un ambiente naturale non più competitivo, da una Natura che, leopardianamente, da benigna si fece “matrigna”, condividendo questo destino con tutte le genti che, in modo più o meno diretto, gravitano sul Mediterraneo, accendendo un conflitto con la modernità che va decifrato e risolto per venire a capo delle stesse aporie del moderno.
In questo senso il suo pensiero pretende di rivolgersi a tutti, senza essere di parte.
All’interno di una ricerca sulle Ragioni del Mezzogiorno, appoggia in particolare la spinta per la nascita della Regione dei due Principati sganciata dall’attuale Regione Campania, per un Mezzogiorno come Macroregione, proponendo a Napoli di candidarsi, in quanto Città Metropolitana, come Capitale italiana del Mediterraneo, in un'Italia riunificata in Unione federata e in simbiosi con Roma come RomaNeapolis. |
Potenza del male Il Sud ci salverà
Pubblichiamo una riflessione dello scrittore Giuseppe Corona, a due anni dall’uscita del suo ultimo libro, La Rotazione di Norfolk. L’autore è un blogger del Denaro
In questi giorni, nel 2010, usciva, per Guida Editore, il mio “La rotazione di Norfolk e la questione meridionale”, che qui, nel compleanno, rammemoro. Dagli inizi del secolo, con le Twin Towers, la crisi dell’Occidente si è fatta manifesta e la mia difficoltà cronica di restare, un piede dentro uno fuori, nel sistema politico moderno, per ragioni intrinseche alla mia natura, si è riacutizzata, imponendomi, con impellenza, il problema di venire a capo delle aporie della politica moderna, Occidentale. Pian piano prese forma la mia risposta, nacque, tutta insieme, l’intenzione di scrivere una trilogia, “La rotazione” ne è la seconda parte, la prima fu pubblicata, per lo stesso editore, col titolo “Del pericolo e della salvezza”, prologo voluminoso alle altre due, la terza sta prendendo corpo, per il momento ha come titolo “La crepa” e vuol trattare, nella genesi e negli sviluppi, il punto d’incrinazione, tanti secoli addietro, dell’Età Antica e la deriva all’Età Moderna dell’uomo che, per riattaccarsi, giustamente, alla terra, dimenticò il Cielo. Questo è il tempo dell’isolarsi dell’uomo e della terra, dell’inedia dello Spirito che conduce a una desolazione, nei rapporti tra gli uomini, che, per dirla in breve, hanno smesso di vivere, nel colloquio, in comunità, passando al gioco di società, delle dissoluzioni progressive di tutti i rapporti più intimi e profondi per una specie animale. L’idea del progresso accompagnata dall’ideologia dell’uomo “progredito e superiore”, con tutti i suoi effetti devastanti, ha, ormai, messo sotto accusa il più del pianeta, ritenendolo “arretrato e inferiore”, preda del male. Nel Mediterraneo è in corso la resa dei conti tra l’Impero del Bene e quello del Male. Se nel “Del pericolo e della salvezza” avanzai una svelta interpretazione teorica della genesi di questo senso di superiorità e di questa condanna dell’uomo arretrato, inferiore e malavitoso, il Mezzogiorno d’Italia era diventato per me la metafora più compiuta dell’Impero del male, luogo dove più che altrove, per collocazione geopolitica e storia della cultura, si trova, a mio parere, la soluzione del grande conflitto tra moderno e antico, tra uomo “superiore” e “inferiore”. E’ conflitto che ormai esaspera il pianeta, dopo la comparsa nella sfera inferiore di una volontà di imporsi che, pur non essendo “moderna”, progressista, liberale, democratica, civile, sta realizzando, caso anomalo per la teoria imperante, uno sviluppo impetuoso di forze produttive nel mezzo dei resti di culture antiche che cercano la loro rivitalizzazione nel moderno, pur escludendolo nelle Istituzioni, giuridiche e politiche. Il Mezzogiorno, per me terreno privilegiato di pensiero e prassi politica, luogo che mai ho abbandonato anche quando qualche occasione ghiotta si è presentata, si trova in una situazione assai originale, fa parte di un paese che ama al Nord definirsi, senza esserlo, moderno, che insulta il Sud senza che ciò incida e cambi, nella sostanza, sui suoi stili e costumi. Il Sud ama il fato, rifiuta il soggetto, ha rigettato la modernità che gli “interventi straordinari” volevano regalargli. Questo secondo libro contrappone alla versione dell’uomo “superiore” una versione dell’uomo “arretrato e inferiore”, sviluppando, sul terreno dell’ipotesi e della prassi politica concrete, ciò che era sostenuto nel primo libro sul piano della teoria. Ciò ha inteso e intende, tuttora, fare in maniera che, appare, forse, paradossale e, di fatto, lo è. Al suo autore, però, piace fare il verso, ama la parodia, trova la cosa molto “antica”, come antico era il Satiro. La cosa esaspera spesso persone care e amiche che altrettanto spesso mi perdonano, qualche volta, purtroppo, no! Ma c’è nel paradossale e nel suo esprimersi in parodia molta più verità che nei trattati serissimi con tanto di tabelle e statistiche che vorrebbero leggere il futuro e, invece, censiscono e prevedono solo il passato! Così è la cosa, il Moderno, ormai, vede e prevede solo il passato, la cosa si è resa clamorosamente manifesta in questi anni di crisi che nessuno ha previsto e nessuno, tuttora, vede, inventando banali diagnosi e non meno banali, inutili e dannose terapie, in una caccia all’untore che Manzoni, forse, non saprebbe raccontare, tanto essa è ridicola e sconcia: ammazzate l’uomo della finanza e le cose torneranno a posto!
Il Mezzogiorno ha la sfortuna e fortuna di essere stato annesso, dopo l’annessione dei sabaudi, all’Atlantico, ha subito, con tutto il paese, il passaggio dal Mare all’Oceano, costretto a litigare con i suoi vicini per contrarre matrimonio con i più lontani. Tutto il paese ha subito questa sorte per una sconfitta che la “Costituzione più bella del mondo”, dove viene sciorinato tutto e il contrario di tutto della Modernità, vuole eterna, dove gli è imposto il rifiuto della guerra che nei fatti impone di combattere le guerre degli altri, i “moderni”, nell’Impero del male, anche contro se stesso, cosa lampante nel caso Libia. Tutto il paese è Mediterraneo, noi un po’ di più, tutto il paese rifiuta la modernità, noi un po’ di più, se noi, come si dice nel libro, abbiamo il familismo dell’impresa criminale, il Nord ha il familismo dell’impresa per bene, ma familismo rimane, quando la famiglia cede, l’impresa, questa è la regola, cambia paese, come capita alla FIAT! Nonostante tutto, noi non riusciamo a rinunciare alla famiglia, questa cosa ci condanna? Il dato di fatto è che nonostante l’impegno del modernismo cattolico del Nord, con i suoi “interventi straordinari”, “solidaristici”, noi abbiamo finito per rifiutare questa generosa offerta, questo tentativo di sedurci al moderno. Il moderno qui ha perso, come perde nel resto dell’Impero del male, a noi, però, è interdetto fare come in Cina o in Russia, per farlo dobbiamo darci alla clandestinità perché il sindacato moderno volle il contratto unico nazionale senza accorgersi che per una fabbrica qui cento ne trovavi al Nord! Ci si meraviglia dell’abusivo, dell’evasione, della common law spontanea che elude quella ufficiale, non si capisce che questo è ciò che si fa nell’Impero del male che stringe le sue spire intorno all’Impero del bene. Al Sud vengono negati vantaggi che, per il bene di tutti, sarebbe bene si dessero, si preferisce aiutarlo per non dargli un vantaggio iniziale, nella corsa, di dieci metri, si preferisce, con le casse dello Stato vuote, che un’enorme ricchezza acquisita con mezzi impropri non diventi gettito, abbattendo tutti i costi, dalle tasse al lavoro agli investimenti. Per cosa? Per un miraggio, la riforma fiscale nazionale, per il Nord in realtà, che mai sarà come l’espansione mai più ripartirà dal Nord, non si dà le pari opportunità che arricchirebbero tutti, alleggerendo il debito, che lassù non si è più in grado di pagare. “Habent sua fata libelli”, questo libro sostiene, parodiando l’uomo superiore, una tesi paradossale, che il Sud salverà il paese e il moderno, affogandoli nell’antico come una buona percoca in un ottimo vino. Cosa si può dire di più folle? E’ la mia folle tesi, del primo, del secondo e del terzo libro! Questo libro può irritare i censori, in specie quei meridionali che intimano al Sud, con solerzia succube e rabbiosa, di farsi moderno, civile, che non vogliono capire che questo invito è stato già rimandato al mittente, che noi, pur volendolo, mai riusciremmo a essere, come dice Carosone, americani, meno che mai parigini, per quanto Via dei Mille ce la metta tutta! Scarso cammino avrebbe fatto, il libro, e non quello, breve ma significativo che ha fatto, se il fato non avesse appoggiato il mio asserto: che il Sud verrà in aiuto al Nord e lo salverà. Fu pura Fortuna, nel senso antico e machiavellico del termine, che R. Guarini, da quel satiro che è, che ringrazierò sempre con la mia anima, anche quando essa abbandonerà il mio corpo e altri corpi gli preferirà. L’anima è eterna, lo ricomprendano i moderni, noi la ospitiamo per qualche tempo, più o meno finito! Scrissi, senza aspettarmi molto, a Ruggero, egli prese la cosa a cuore e mi fece intervistare da Il Foglio, l’intervistatore era egli stesso. L’intervista uscì sulla pagina della cultura del sabato, l’11 settembre del 2010, proprio così, l’11 settembre! Ci lasciò esterrefatti, il redattore del giornale aveva intitolato il pezzo: “Il Sud ci salverà” e, per essere più chiaro, accompagnò il titolo con un’immagine, l’interno del Duomo di Napoli con il Cristo portato a braccio. Forse sarebbe più esatto dire che titolo e intervista si misero al seguito di questa processione. Non conosco chi scrisse il titolo, anche se ne ho idea, nessuno di noi due lo suggerì. Come per miracolo, immagine e titolo colsero l’essenza del libro e lo resero, molto più di quanto avrebbero potuto tante dotte recensioni che, per fortuna, sono mancate. Io sostengo che il carattere cattolico del napoletano e del mediterraneo, non nel senso assunto nel prete e nella Chiesa ma in quello vero e originale del cath’olou aristotelico, del sotto la cappa del cielo, avrebbe ridato al moderno ciò che ha perso, il carattere raccolto tipico dell’uomo religioso, quella completezza che è venuta a mancare e che ci accomuna con le genti dell’Impero del male. “Stamm sott’u cielu” diciamo a Napoli, in una terra non isolata dal cosmo, carnale e sensuale. Tutte le ragioni oggi militano in favore di questa tesi e sono esposte nel libro fino a un “Che fare” finale dopo una disanima del lento declinare, in millenni, del Sud, delle annessioni subite, del tentativo di affogarlo nell’Oceano. La Rotazione di Norfolk è la prima rivoluzione verde, senza di essa non sarebbero il capitalismo britannico e la modernità, a noi la natura la negò, fu, per gli inglesi, Grazia ricevuta, sono ancora in debito di un grazie al Cielo. Non si accorgono, però, che il pallino è tornato a noi, proprio perché nella stretta, tra la modernità che non ci ha conquistato e un’antichità che ci chiama dall’Impero del male, comprendiamo entrambi e possiamo unirli! La natura da “matrigna” ci è tornata benigna. Ciò sostiene il libro.

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Cosa ci aspetta dopo l’Euro: pericoli e speranze
La moneta unica è condannata alla fine e nessuno intende evitarla, proprio come dimostrano le elezioni in Grecia e Francia. Una rivoluzione riguarderà anche lo scenario politico italiano
La cosa, come doveva essere, è accaduta, Francia e, ancor più, la Grecia, hanno pronunciato il verdetto: l’Euro non vale una Messa e nessuno intende morire per lui. La cosa è a me nota da tantissimo tempo, i pochi lettori che ho lo sanno, tra questi qualcuno importante, nel senso in cui oggi il mondo attribuisce l’importanza – alla leggera! Nessuno ha voluto darmi ascolto, dopo brevi entusiasmi per i miei scritti, peggio per chi non lo ha fatto, questa classe politica crollerà insieme all’euro, nel cuore della semplice gente non c’è più, anche di ciò non si accorge! Ora passiamo al seguito, al dopo-euro.
L’incoscienza dei politici, nel senso letterale, non moralistico, del termine, uomini, cioè, cui il destino non ha portato alla coscienza interpretazione della crisi e scoperta di cura adeguata, verrà pagata cara, ci troviamo, tutti, in un mare in gran tempesta, senza timoniere, il naufragio è inevitabile, le sue conseguenze sono note a tutti. Sarà difficile salvarsi singolarmente, ancor più difficile indicare una via ai naufraghi superstiti. Ma, dice la Bibbia, dal “resto” viene la salvezza, qualcuno attrezzerà un’arca se è vero che è nel pericolo che cova la salvezza che, per me, o è rigenerazione dell’uomo o non é.
Come qualcuno sa, per me la salvezza, oggi, si trova nel Mediterraneo, credo non esagerato dire che è giusto che la Grecia sia stata l’anghelos, chi annuncia. Questo era l’angelo di una volta, non un pigro asessuato! Non so se solo, ma sicuramente tra pochi, ho scritto della cosa veniente prima del 6 Maggio, qualcuno plaudì alla previsione e al modo in cui veniva detta, ma anche ciò ha trovato il tempo che ha trovato, conseguenze non se ne tirano, eppure è chiaro, se nel Mediterraneo affonda l’Europa, qui va trovata la soluzione non altrove. Dissi la cosa, in pubblico, in un convegno in una saletta della Camera dei deputati, era, il mio, l’ultimo intervento, la sala dormiva e io intesi svegliarla. Lo feci interpellandola: “Vi sentite ancora protetti dagli americani?”, le teste si alzarono e gli occhi si aprirono, a tutti, in quel momento e per le parole che seguirono, fu chiaro che l’esito della seconda guerra mondiale, quel trattato di pace e quella Costituzione, che ci resero figli minori sotto la protezione della VI flotta americana, s’era del tutto esaurito con il venir meno della dimensione globale della forza degli Stati Uniti di America. Proprio la globalizzazione che questa nazione ha provocato, della quale per sempre avrà il merito, l’ha resa impotente a contenere, controllare e dominare gli appetiti che in questo mare e dintorni si sono scatenati. Questo dissi, la sala applaudì convinta, per un momento credette che fosse tornata la nostra ora, la possibilità di giocare un ruolo decisivo nel mondo, di rinverdire le glorie grecoromane, poi giudaizzate, nel pianeta scoperto, colonizzato, imperializzato e, infine, connesso. Sì, perché la novità è questa oggi, che sul pianeta ‘interconnesso’ l’Imperialismo muore come il colonialismo morì con la nascita dei due Imperi continentali, di due nazioni-continente, l’Urss e gli Su d’America, morto il primo è seguito il secondo, quando una soluzione si regge su due poli e uno di questi crolla, è inevitabile, è legge naturale, la soluzione frana e si sperde nelle macerie. Questo non si vuole capire ed è anche giusto così, come può una classe politica, formatasi in quella temperie, modificare i suoi abiti, vestirsi, non dell’abito alla moda, ma di qualcosa di totalmente altro, come noi che portiamo i pantaloni al posto di tunica e toga degli Imperatori romani? Ogni Era vuole il suo abito ma, per averlo, ci vogliono nuovi sarti e sartorie. Né Fanfani, con il suo Mattei, né Craxi con la sua ENI, né Berlusconi erede di Craxi, dei suoi possedimenti e delle sue relazioni nei dintorni del “mare nostro”, riuscirono a venire a capo della nostra condanna al protettorato. Per la verità distinguo Craxi dagli altri due, il primo troppo fascista il secondo un mercante, non ha esitato a vendere le sue amicizie nel mare per un piatto di lenticchie. Craxi è, insieme a qualche extraparlamentare, l’unico uomo politico che ho amato pur intuendone i limiti: troppo garibaldino, troppo riformista, inadeguata lettura della storia nazionale, illusione che si possa rovesciare un sistema dall’interno. Fece però grandi cose che gonfiarono il fiume carsico che ci porta alla situazione attuale, alla dissoluzione di Istituzioni e vincoli. Chi ha avuto la fortuna di restare un extraparlamentare avrebbe di che godere, se lo capisse.
Si tratta, ora, non di distruggere, a questo ci pensa il divenire delle cose, ma di pensare un futuro di ricostruzione e questa parte dal Sud non dal Nord, da questa enorme testa di ponte ficcata nel cuore del Mediterraneo, testa che dal Nord al Sud, dopo il suo lungo imperare, è stata invasa, raccogliendo le esperienze dell’uno e dell’altro. Non riuscirò mai a capire cosa oggi osti a risolvere una “quistione” vecchia, con l’attuale sviluppo tecnologico e con un mare gonfio di capitali compresi i nostri sommersi per ragioni che attengono ai bisogni vitali dell’uomo non ad individualità delinquenziali. Noi, anche per il bene del Nord, abbiamo le carte per interconnettere ciò che fu sconnesso nel Mediterraneo e dintorni. Solo un vecchio establishment, al Nord, protetto da un assetto istituzionale che una nazione sconfitta ha subito, ha interesse allo status quo, non altri non i giovani. A questi bisogna rivolgersi, sono confusi, annebbiati, ma sono confusione e annebbiamento diversi, cercano la luce mentre l’attuale classe politica, per parafrasare Giovanni, vuole le tenebre piuttosto che la luce. Delle due l’una, questo ci attende, o di nuovo conquistati e divisi o capaci di essere nel gruppo di comando che risolva il conflitto mondiale che si svolge nel Mediterraneo.
E’ ciò che dissi nel “Che fare”, ultimo capitolo del mio libro “La rotazione di Norfolk e la questione meridionale”, è cosa che tocca ai nostri giovani fare!