Dna & Dintorni

Dna & Dintorni di Lucio Pastore di Lucio Pastore
Descrizione:
Docente di Biologia Molecolare Clinica - Federico II


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Si può essere licenziati per i propri geni?

Recentemente un articolo su Time Magazine ha puntato l’attenzione su un argomento che nei prossimi anni rischia di diventare di moda nelle aule giudiziarie: l’uso dei test genetici non al fine della protezione dell’individuo ma allo scopo di identificarne potenziali difetti che risulterebbe in un danno economico per l’azienda in cui lavora. Tutto incomincia nel 2010, quando Pamela Fink, una dipendente di una compagnia energetica del Connecticut, apre un contenzioso giudiziario. Il motivo della controversia è quanto meno insolito: Pamela sostiene di essere stata licenziata perché uno studio genetico ha dimostrato la sua predisposizione ad alcuni tipi di tumori. La Fink è diventata il volto pubblico della battaglia contro un nuovo tipo di disparità: la discriminazione genetica.
In America è stata approvata una legge, denominata Genetic Information Nondiscrimination Act, proprio sulla scia dei progressi enormi nel campo dei test genetici. Questa legge rende illegale licenziare o rifiutare di assumere lavoratori sulla base delle loro informazioni genetiche. Anche le compagnie assicurative non possono utilizzare le informazioni genetiche per determinare premi o discriminare individui predisposti ad alcune malattie.
Nonostante la presenza di questa legge nell’anno fiscale 2011 ci sono state 245 denunce per discriminazione genetica, più del 20% rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo, i benefici economici di queste cause sono aumentati di sei volte, da $ 80.000 a $ 500.000. E questi numeri aumenteranno nei prossimi anni. I motivi sono molteplici: molte persone ancora non hanno consapevolezza del concetto di discriminazione genetica; senza dubbio aumenteranno anche gli avvocati specializzati in queste controversie. Ma la ragione principale è che il progresso nella comprensione del genoma umano porterà un aumento delle informazioni genetiche che definiscono la predisposizione a patologie come cancro, malattie cardiache e la malattia di Alzheimer. Questo tipo di informazioni mediche dovrebbero rimanere private: è facilmente immaginabile che i datori di lavoro e le compagnie assicurative daranno forti incentivi finanziari per ottenerle ed usarle per evitare le persone che hanno più probabilità di ammalarsi.
Un fenomeno insolito è che le leggi contro la discriminazione genetica hanno trovato vasto consenso negli USA e non c’è dubbio che iniziative simili trovano molto supporto anche nella realtà europea anche se al momento, a parte la menzione sulla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la discriminazione genetica non è stata oggetto di una legislazione ad hoc.
Ci sono due motivi fondamentali che portano ognuno di noi a temere il fenomeno della discriminazione genetica. Il primo si basa sul dato oggettivo che questa disparità colpisce una caratteristica su cui l’individuo non può agire, essenzialmente immutabile; nessuno di noi è in grado di cambiare il proprio patrimonio genetico, pur volendolo. Per questo motivo nelle società occidentali tendiamo a rendere illegale la discriminazione sulla base della razza, origine nazionale, colore della pelle e sesso, mentre, per esempio, consideriamo accettabile fare differenze sulla base del livello culturale, caratteristica che un individuo può modificare.
Ma il motivo più importante che favorisce il consenso nei confronti di leggi contro la discriminazione genetica è che ognuno di noi si sente esposto. Infatti, sappiamo di non avere geni perfetti e siamo all’oscuro delle possibili insidie nascoste nel nostro DNA. Il nostro genoma è complesso e pieno di alterazioni e nessuno ha voglia di perdere un lavoro o pagare premi assicurativi più alti. Perciò in queste controversie naturalmente simpatizziamo con la difesa del diritto piuttosto che con l’azienda che discrimina. Ciò non significa che non ci saranno aziende che cercheranno di utilizzare le informazioni genetiche, ma che ci sarà sempre una forte pressione per regolamentare l’argomento.

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Medicina rigenerativa: prospettive e trappole

La medicina rigenerativa è stata una delle aree delle biotecnologie avanzate con i maggiori progressi dal punto

di vista scientifico accompagnati però da scarse applicazioni in campo medico e mancati successi dal punto di

vista industriale.

Da dati provenienti dagli Stati Uniti sembra evidente che il mercato della medicina rigenerativa è ancora in una

fase embrionale ed è destinato a crescere in modo esponenziale da una base attuale di circa 1,8 miliardi di

dollari a più di 10 miliardi entro il 2020. Le uniche applicazioni che hanno trovato mercato riguardano la

fusione spinale, la rigenerazione dell’epidermide ed il riparo della cartilagine. Spesso le terapie rigenerative

attuali sono basate su formazione di tessuti artificiali che vengono poi impiantati (vesciche sintetiche,

epidermide, ecc.) oppure sull’introduzione di cellule staminali (in genere provenienti da midollo osseo)

nell’organismo al fine di riparare tessuti o trattare alcuni disturbi. Nessuna di queste applicazioni ha avuto

un impatto significativo sul mercato, soprattutto per un marketing inefficace, prezzi elevati, problemi di

produzione, ed altri ostacoli di vario genere. Uno dei problemi principali è stato l’utilizzo di strategie di

business e di marketing prese direttamente dall’industria farmaceutica tradizionale senza adattarle alla nuova

tipologia di prodotti. Diverse aziende hanno lottato per anni per trovare un modo redditizio per fornire terapie

rigenerative e, nonostante alcuni successi, queste applicazioni sono confinate ad un mercato relativamente

piccolo e specializzato.

Le terapie rigenerative hanno però margine per espandersi nel trattamento di patologie molto più diffuse per un

mercato di circa 750 milioni di dollari nell’industria farmaceutica e addirittura di 200 miliardi di dollari nel

settore dei dispositivi medici. Le prossime terapie rigenerative ad andare sul mercato probabilmente saranno

relativamente semplici come il riparo di fistole artero-venose causate da uso cronico di aghi,

neo-vascolarizzazioni, ecc.

In un secondo momento, è probabile che le patologie cardiovascolari saranno un target importante: terapie mirate

al riparo di danni al cuore e vasi associati e per l’insufficienza cardiaca congestizia hanno sicuramente un

mercato importante. Oggi queste condizioni sono considerate irreversibili e croniche e necessitano di terapie

estremamente costose. Terapie rigenerative efficaci per la sola insufficienza cardiaca congestizia (i cui costi

sanitari sono pari a 35 miliardi di dollari negli USA) possono portare ad un risparmio di circa il 20%:

l’arresto della degenerazione o il ripristino di funzionalità del miocardio potrebbero completamente trasformare

il decorso e le strategie terapeutiche di questa patologia. Ma molte applicazioni delle terapie cellulari

mireranno ad obiettivi ambiziosi come malattie neurologiche croniche (riparazione dei danni spinali, morbo di

Alzheimer, ecc.) e malattie metaboliche (es. diabete, ipercolesterolemia). Queste applicazioni, però,

difficilmente entreranno nel mercato in tempi brevi.

La situazione della medicina rigenerativa in Italia ed in Europa è molto diversa rispetto agli Stati Uniti e

decisamente più fluida. Molte istituzioni pubbliche, spesso in collaborazione con aziende, hanno sviluppato

terapie rigenerative (per lo più basate sulla somministrazione di cellule staminali) e propongono una vasta

gamma di soluzioni anche per patologie croniche come quelle sopramenzionate (malattie cardiache, morbo di

Alzheimer e diabete). La maggior parte di queste istituzioni utilizza dei sistemi sviluppati in casa per la

raccolta, coltura, modifica e re-introduzione di cellule in pazienti; tuttavia queste applicazioni spesso hanno

dati non univoci sull’efficacia dei trattamenti. La presenza di queste realtà, comunque controllate da autorità

pubbliche (EMEA, AIFA, ecc.) dimostra che vi è una forte domanda di medicina rigenerativa, indipendentemente

dalle dimostrazioni di efficacia.

Da questa analisi risulta che ci sono applicazioni di medicina rigenerativa con grosse prospettive di mercato

nei settori farmaceutico/biotecnologico e dei dispositivi medici. Molte strategie stanno emergendo da settori e

patologie inattese e probabilmente creeranno nuovi mercati e modelli di sviluppo innovativi.

Al fine di rimanere competitive, le aziende del settore devono inquadrare la medicina rigenerativa in una

visione strategica: è fondamentale anticipare e prepararsi per i cambiamenti dei prossimi 10 anni evitando di

portare sul mercato di prodotti troppo sperimentali e soprattutto cercando riferimenti importanti per le

attività di ricerca e sviluppo mediante collaborazioni con Istituzioni con background scientifico nel settore.

Queste istituzioni dovranno essere cruciali ed integrarsi con le aziende per sottoporre a rigorosa valutazione

le potenziali strategie al fine di proporre prodotti pienamente maturi e quindi di non incorrere in errori di

valutazione di cui la storia delle biotecnologie è già piena.

 

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Outsourcing in Biotecnologie

L’”outsourcing” ossia il commissionare parte delle attività di un’azienda ad una società esterna è da molti anni

una strategia imprenditoriale molto utilizzata per ridurre i costi. Nella maggior parte dei casi l’outsourcing

riguarda attività più semplici che richiedono una quantità di personale variabile. In questo modo l’azienda

principale può concentrarsi sulle competenze rilevanti per la propria attività mentre la società che fa

l’outsourcing (definita Contract Manufacturing Outsourcing company, o anche CMO) può avere più di un

cliente ed attuare strategie più adeguate per la flessibilità del personale.

In partenza, la situazione nelle biotecnologie è stata quella appena descritta: le CMO erano in genere impiegate

nella biomanifattura, ossia nella produzione di prodotti biotecnologici su larga scala che in genere richiede

strutture con fermentatori ed altre attrezzature che hanno poco a che fare con le attività di ricerca e sviluppo

che in genere caratterizzano le industrie biotech.

Da ultime ricerche di settore appare chiaro che il trend attuale è completamente diverso; infatti, mentre molte

aziende biotech continuano a considerare l’outsourcing per ridurre i costi delle operazioni “a valle” di un

progetto (ad esempio produzione su larga scala di un farmaco o di un anticorpo), altre aziende stanno prendendo

in considerazione anche l’integrazione di operazioni “a monte” come parte della loro strategia di outsourcing.

Le operazioni definite “a monte” sono parte integrante della ricerca e sviluppo e includono tecnologie altamente

specialistiche. Lo sviluppo di queste tecnologie in genere richiede personale altamente qualificato e accesso a

strumentazioni sofisticate. La messa a punto di queste tecnologie è costosa, richiede tempi lunghi e spesso è

necessaria per una piccola parte delle attività di ricerca di un’azienda; pertanto, nella maggior parte dei

casi, sarebbe assolutamente inefficiente ed anti-economico svilupparle ed acquisire il personale qualificato

necessario per un’attività limitata. In aggiunta queste attività s’inseriscono in contesti locali più che

globali, data la scarsa affidabilità delle leggi sulla protezione della proprietà intellettuale in paesi come

India e Cina, dove costi di produzione e di personale sono tradizionalmente più bassi.

In questo panorama s’inseriscono anche le Università e gli Istituti di Ricerca, dove queste metodologie sono

spesso sviluppate e dove lavorano le persone più qualificate in questi settori. Esempi di un’attività

tipicamente gestita in outsourcing presso strutture di ricerca possono essere considerati la spettrometria di

massa ed il molecular design di farmaci che richiedono esperti di assoluto livello ed infrastrutture

costose. Lo sviluppo di piattaforme tecnologiche da parte delle strutture di ricerca ed il contatto tra queste

ultime ed il mondo produttivo può risultare vantaggioso per entrambi i mondi, contribuendo, da un lato, alla

riduzione dei costi di ricerca e sviluppo e, dall’altro, a finanziare laboratori qualificati.

Il futuro sembra delinearsi: la maggior parte delle industrie biotech avranno una o due competenze centrali,

svolgendo una semplice attività di gestione dei progetti e dei finanziamenti, commissionando non solo le

attività di produzione ma anche buona parte delle attività di ricerca in outsourcing. La creazione di aziende

dedite al CMO e la presenza di piattaforme tecnologiche all’interno delle strutture di ricerca può rivelarsi una

strada molto efficace ma solo se si mantengono delle prerogative importanti: esclusivamente piattaforme ad alto

livello tecnologico e con personale molto qualificato nelle strutture di ricerca e produzioni e attività

low-tech a CMO attente ai costi di produzione.

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Nuovi farmaci ed enti regolatori: come distruggere la ricerca nelle terapie innovative

E’ degli ultimi mesi una decisione abbastanza singolare che farà discutere molto anche in Italia: l’NIH,

l’Istituto Superiore di Sanità americano, ha fondato un Centro con un ingente finanziamento pubblico per lo

sviluppo di farmaci derivanti dalla ricerca in biotecnologie.

Negli ultimi anni il numero di farmaci nuovi andati in produzione è sceso in maniera drastica: negli USA dal

1996 al 1999, sono stati approvati 176 farmaci mentre nel periodo 2007-2010, il numero è sceso a 88. Portare un

nuovo farmaco sul mercato ora richiede in media da 12 a 15 anni, ed i costi sono spesso vicini al miliardo di

euro mentre la durata media di una sperimentazione clinica è aumentata del 70% tra il 1999 e il 2006. Forse il

dato più inquietante di tutti è che i produttori di farmaci recuperano i costi di ricerca solo per uno su cinque

dei farmaci approvati. Questi dati si traducono in una freddezza allarmante da parte delle industrie

farmaceutiche verso i nuovi farmaci: ormai una big pharma acquista i brevetti di farmaci che hanno superato la

fase preclinica e, spesso, viene richiesto anche trial clinico di prima fase per lo studio di tossicità prima di

investire.

Analizziamo però come si è arrivati a questa fase di stallo: il punto cruciale riguarda sicuramente gli enti

regolatori che controllano l’immissione dei farmaci in commercio. Negli USA il controllo sui farmaci è operato

dalla Food and Drug Administration (FDA) mentre in Europa l’agenzia corrispondente è l’European Medicines

Agency (EMEA); in Italia questa funzione si interfaccia con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Queste

agenzie negli ultimi anni hanno interpretato il loro ruolo essenzialmente nel mantenere farmaci pericolosi fuori

dal mercato, piuttosto che velocizzare l’accesso a farmaci salvavita o a ritrovati migliori. Questo

atteggiamento ha praticamente bloccato la maggior parte della applicazioni di terapia genica e di cellule

staminali in moltissime patologie che non hanno adeguate alternative terapeutiche rendendo i costi proibitivi.

In questa situazione è facile vedere che il ruolo dei governi centrali non può essere allo stesso tempo

dell’incendiario e del pompiere: invece di far diventare pubblica l’industria farmaceutica è piuttosto

necessaria una nuova cultura nella regolamentazione dello studio dei farmaci. Gli Enti di controllo devono

ristabilire un equilibrio, assicurando la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici, ma allo stesso tempo

impegnandosi a facilitare l’accesso dei pazienti a prodotti innovativi, trattando gli sviluppatori di farmaci in

modo più equo e prevedibile; altrimenti il blocco dello sviluppo di tutti i farmaci nel nome della sicurezza al

100% diventerà un problema rilevante di salute pubblica entro al massimo dieci anni.

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Cosa ci rende umani

Gli esseri umani differiscono dagli altri animali in molti aspetti dell’anatomia, della fisiologia e del

comportamento; la base genetica di ciò che ci rende umani però sfuggiva fino a poche settimane fa. Per

identificare le caratteristiche peculiari dell’uomo è stata usata una tecnologia che da tre anni a questa parte

ha completamente rivoluzionato la ricerca in campo genetico: il sequenziamento massivo detto anche next-gen

sequencing. Questa metodica ha già permesso la decodifica completa del DNA di individui specifici in pochi

mesi; questo risultato è incredibile, considerando che il progetto genoma, che ha permesso il sequenziamento di

tutto il DNA umano, è durato circa venti anni.

Per capire quali sono le caratteristiche genetiche specifiche del DNA umano, i ricercatori hanno decodificato il

genoma di primati molto simili all’uomo, come scimpanzé e babbuino. La bioinformatica ha poi completato il

quadro con uno studio elegantissimo: sono state analizzate nei tre genomi (uomo, scimpanzé e babbuino) tutte le

regioni del DNA che presentano un’elevata similitudine nei mammiferi; tra queste aree, sono state identificate

quelle che differivano maggiormente tra le tre specie. In pratica, una regione del DNA è importante se è

presente nel maggior numero di animali; se però la sequenza del DNA di questa regione cambia in maniera

significativa tra due specie molto simili ci sono ottime probabilità che questo cambiamento sia una delle cause

della differenza tra le specie analizzate.

Al momento dell’analisi dei dati i gruppi americani responsabili della scoperta hanno trovato qualcosa di

sorprendente: ciò che ci rende umani non sono nuovi geni comparsi nella nostra specie ma, al contrario,

l’assenza di alcune sequenze del DNA che servono a regolare l’attività genica. I tratti di DNA che variano

maggiormente nella nostra specie sono nelle vicinanze di geni coinvolti con le funzioni del sistema nervoso

centrale: la loro assenza quindi provoca variazioni nelle funzioni cerebrali. L’altro gruppo di geni che mostra

variazioni significative è coinvolto nella segnalazione ormonale ed, in particolare, con la funzione sessuale

che evidentemente varia in maniera significativa tra l’uomo e gli altri primati. La variazione più interessante

però è la delezione di una sequenza di DNA vicina al gene GADD45G: questa regione è stata già da tempo correlata

con l’espansione di particolari zone del cervello. L’assenza di questa sequenza di DNA è probabilmente la causa

dell’ingrandimento di alcune aree del cervello e quindi della comparsa di nuove funzioni neurologiche.

Questo articolo scientifico riveste un’importanza enorme non solo per lo studio dell’evoluzione: infatti gli

autori, per la prima volta, danno una base biologica alla definizione stessa di Umanità. Da sempre religioni e

filosofie si sono occupate dell’Uomo, lasciando alla biologia lo studio della fisiologia e della patologia

dell’animale uomo. Con l’identificazione delle basi biologiche che contraddistinguono la nostra umanità, la

filosofia e le religioni ora devono incominciare ad affrontare la biologia, più o meno come è già accaduto di

recente per la fisica e le straordinarie scoperte sull’origine dell’Universo. Forse siamo arrivati al punto in

cui gli alti temi delle discipline umanistiche, che tanto hanno contribuito al progresso del pensiero e delle

scienze, non potranno essere più trattati a prescindere dal loro substrato biologico.

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DNA e capelli

Molti anni fa, quando ero studente di medicina, mi sono occupato per un qualche tempo di identificazione

individuale mediante test del DNA; si trattava dei primi test, più complicati e meno affidabili delle analisi di

cui sentiamo parlare spesso nella cronaca nera e negli sceneggiati televisivi. Negli anni ho sempre seguito

questo campo, sempre affascinante per un appassionato di libri gialli: dopo circa dieci anni dagli ultimi

progressi significativi, ecco che un gruppo di scienziati polacchi hanno sviluppato una novità destinata a dare

una scossa al campo della medicina forense. L’Istituto di Scienze Forensi di Cracovia ha sviluppato un nuovo

test genetico in grado di rivelare anche il colore dei capelli di sospetti criminali o di vittime non

identificabili. La nuova analisi va a studiare un insieme di varianti genetiche legate al colore dei capelli che

può ora essere predetto con circa l’80-90 percento di accuratezza. Le applicazioni di questo test sono ovvie:

risulta facile pensare ad un certo numero di casi irrisolti, molto popolari nella cronaca italiana, in cui è

stato isolato del DNA dei sospetti ma non si ha assolutamente idea da dove far partire le indagini.
Questo test si basa sulla presenza nel nostro DNA di due possibili tipi di melanina, una chiara ed una scura,

che controllano la tonalità di base dei capelli. La maggior parte delle persone che producono la melanina più

scura hanno capelli neri; alcuni individui di discendenza europea sono in grado di produrre la melanina più

chiara e hanno capelli di colore rosso, oppure posseggono una combinazione delle due e producono diverse

tonalità dal biondo al castano chiaro.
Le differenze di tonalità più lievi sono controllate da polimorfismi di un singolo nucleotide, o SNP; queste

varianti sono rappresentate da una singola modifica ad uno dei 3 miliardi di coppie di basi presenti nel genoma

umano. La maggior parte degli SNP non hanno alcun effetto rilevabile sull’apparenza fisica e sull’organismo:

alcuni SNP, invece, posso predisporre a malattie o produrre cambiamenti visibili, come, appunto, la colorazione

dei capelli. Queste varianti genetiche sono molto stabili e diffuse nella popolazione mondiale. Infatti, gli SNP

legati al colore dei capelli danno un effetto visibile, ed è noto che si tende a legare ed accoppiarsi con

persone con i colori dei capelli simili ai nostri: in questo modo leghiamo con persone che fanno parte del

nostro gruppo etnico e non facciamo scomparire le varianti genetiche che ci appartengono.
Il gruppo di Cracovia ha identificato circa 13 SNP in 11 geni diversi la cui combinazione è in grado di predire

i colori dei capelli rosso e nero con circa il 90% di precisione; le tonalità del biondo e del castano sono

identificate invece con una precisione dell’80%. Alcuni scienziati forensi hanno commentato favorevolmente la

scoperta: è ovvio che questo tipo di test non potrà avere valore di prova in giudizio (un’accuratezza

dell’80-90% è sicuramente insufficiente), ma senz’altro potrà essere utilizzato come indizio di partenza per

un’investigazione. Inoltre questo tipo di procedura potrà essere utilizzata per disegnare identikit più accurati

diventando una nuova arma nella lotta contro la criminalità ed un nuovo modo per smascherare tinture di capelli

improbabili.

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OGM contro aviaria: il pollo che non trasmette l’influenza

Una recente scoperta pubblicata sulla rivista scientifica Science ripropone il problema dei rischi e benefici

dell’introduzione di organismi OGM negli animali da allevamento.
Un gruppo di ricercatori inglesi delle Università di Cambridge e di Edimburgo hanno modificato geneticamente dei

polli, introducendo nel loro DNA il gene per una molecola capace di legarsi ad una proteina del virus e quindi

di interferire con il ciclo vitale di quest’ultimo. Una somministrazione di virus dell’influenza ai polli OGM è

comunque capace di ucciderli; tuttavia i polli infettati non propagano efficientemente il virus agli altri polli

presenti nella stessa gabbia.
Il vantaggio rispetto all’uso dei vaccini è notevole: i costi della vaccinazione di massa degli allevamenti è

rilevante ed, inoltre, variazioni nel materiale genetico dei virus, fenomeno abbastanza frequente, annullano

l’efficacia dei vaccini. Pertanto, le conseguenze economiche sono concrete e di enorme portata: avere un

allevamento di polli in cui la propagazione è limitata comporta la riduzione dei costi dovuti all’abbattimento

degli animali infetti che può arrivare ad alcune migliaia di capi. In aggiunta, con questo sistema si riduce la

comparsa di nuove varianti del virus e, soprattutto, la trasmissione all’uomo che può essere causa di morte come

è successo alcuni anni fa nel Sud-Est asiatico.
Il grande merito del gruppo di scienziati è stato quello di produrre la “prova di principio”: ossia dimostrare

che tale sistema può funzionare. Il sistema proposto è tuttavia ancora imperfetto: parliamo di una riduzione

della trasmissione del virus agli altri polli e non di un blocco completo. Le tecnologie utilizzate dai

ricercatori sono però estremamente potenti e piccole modifiche potranno portare ad animali OGM molto più

efficaci nel resistere all’influenza.
Il processo che porterà all’uso di questi animali negli allevamenti non potrà prescindere da test di sicurezza.

Il tipo di modifica introdotta all’apparenza non da alcun motivo per credere che ci possano essere rischi per la

salute dei consumatori, degli animali e dell’ambiente in generale; queste affermazioni devono però passare al

vaglio di un’analisi sperimentale severa e rigorosa.
L’altra questione rilevante che rimane in sospeso riguarda la biodiversità: i polli OGM potranno essere

utilizzati solo per gli allevamenti di massa, oppure questa modificazione genetica va introdotta in tutte le

razze ovine per proteggerle dal virus? L’uso delle biotecnologie in un ampio numero di razze ovine potrebbe

spaventare, però non dobbiamo dimenticare un esempio molto simile che ha salvato tutte le varietà dei vitigni

utilizzati per produrre vino in Italia e nel resto del mondo. Infatti, alla fine del diciannovesimo secolo le

viti europee furono infettate dalla peronospora e solo l’innesto su piedi di vite americana (resistente a questo

fungo) ci permette di bere oggi un’ampia varietà di vini. E’ possibile che in un futuro l’introduzione di OGM in

zootecnia potrà essere addirittura un vantaggio per la salvaguardia della biodiversità.

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Genetica, risorsa per l’impresa

Le scienze biotecnologie sono una disciplina antichissima: in fondo, la selezione delle specie da coltivare sono

una prima forma di biotecnologie, una maniera per decidere quali caratteristiche sono utili alla nostra

sopravvivenza devono propagarsi. Solo negli ultimi anni però abbiamo imparato veramente ad “usare” il DNA e

abbiamo visto una crescita enorme dell’attenzione generale su queste discipline.
La conoscenza del genoma dell’uomo e di altre specie, le tecnologie di manipolazione del DNA e quindi delle

cellule sono la base del progresso delle biotecnologie in questi ultimi anni. Conoscenza e “manipolazione” di

quest’ultima: in tutti i campi il successo si basa su queste regole semplici. Queste capacità nelle

biotecnologie sono state utilizzate per produrre una serie di risultati che solo cinquant’anni fa sarebbero

sembrati incredibili: produzione di pelle, di osso, di cornee; fecondazione in vitro; produzione di animali che

riproducono esattamente patologie umane per arrivare a nuove cure; farmaci “intelligenti” capaci di colpire

bersagli molecolari specifici; solo per citare alcune delle metodologie che adesso sono disponibili. Come tutte

le scienze di frontiera, le biotecnologie generano conflitti nella società: ma lo scienziato, per sua natura,

deve andare oltre; allo stesso tempo, chi ha lavorato in un laboratorio ha imparato ad esercitare il “dubbio”

sui propri risultati e quindi ha acquisito la capacità di mettersi in discussione. Il progresso, in questa

disciplina come in altre, non si ferma mai, può solo essere indirizzato per il bene comune.

In ogni caso le biotecnologie rappresentano una risorsa per il mondo imprenditoriale a cui questo blog è in gran

parte rivolto. Le risorse scientifiche in Campania sono elevate e negli ultimi anni sono stati fatti robusti

tentativi di creare “trasferimento tecnologico”, processo alquanto complesso perché deve agire sulla mentalità

sia del ricercatore che dell’imprenditore: nella zona di San Diego, che ha la più alta concentrazione di

industrie biotech, questo processo è durato venti anni. A Napoli sono già presenti numerose storie di successo

in questa direzione.