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| Descrizione: Docente di Biologia Molecolare Clinica - Federico II |
Si può essere licenziati per i propri geni?
Recentemente un articolo su Time Magazine ha puntato l’attenzione su un argomento che nei prossimi anni rischia di diventare di moda nelle aule giudiziarie: l’uso dei test genetici non al fine della protezione dell’individuo ma allo scopo di identificarne potenziali difetti che risulterebbe in un danno economico per l’azienda in cui lavora. Tutto incomincia nel 2010, quando Pamela Fink, una dipendente di una compagnia energetica del Connecticut, apre un contenzioso giudiziario. Il motivo della controversia è quanto meno insolito: Pamela sostiene di essere stata licenziata perché uno studio genetico ha dimostrato la sua predisposizione ad alcuni tipi di tumori. La Fink è diventata il volto pubblico della battaglia contro un nuovo tipo di disparità: la discriminazione genetica.
In America è stata approvata una legge, denominata Genetic Information Nondiscrimination Act, proprio sulla scia dei progressi enormi nel campo dei test genetici. Questa legge rende illegale licenziare o rifiutare di assumere lavoratori sulla base delle loro informazioni genetiche. Anche le compagnie assicurative non possono utilizzare le informazioni genetiche per determinare premi o discriminare individui predisposti ad alcune malattie.
Nonostante la presenza di questa legge nell’anno fiscale 2011 ci sono state 245 denunce per discriminazione genetica, più del 20% rispetto all’anno precedente. Allo stesso tempo, i benefici economici di queste cause sono aumentati di sei volte, da $ 80.000 a $ 500.000. E questi numeri aumenteranno nei prossimi anni. I motivi sono molteplici: molte persone ancora non hanno consapevolezza del concetto di discriminazione genetica; senza dubbio aumenteranno anche gli avvocati specializzati in queste controversie. Ma la ragione principale è che il progresso nella comprensione del genoma umano porterà un aumento delle informazioni genetiche che definiscono la predisposizione a patologie come cancro, malattie cardiache e la malattia di Alzheimer. Questo tipo di informazioni mediche dovrebbero rimanere private: è facilmente immaginabile che i datori di lavoro e le compagnie assicurative daranno forti incentivi finanziari per ottenerle ed usarle per evitare le persone che hanno più probabilità di ammalarsi.
Un fenomeno insolito è che le leggi contro la discriminazione genetica hanno trovato vasto consenso negli USA e non c’è dubbio che iniziative simili trovano molto supporto anche nella realtà europea anche se al momento, a parte la menzione sulla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la discriminazione genetica non è stata oggetto di una legislazione ad hoc.
Ci sono due motivi fondamentali che portano ognuno di noi a temere il fenomeno della discriminazione genetica. Il primo si basa sul dato oggettivo che questa disparità colpisce una caratteristica su cui l’individuo non può agire, essenzialmente immutabile; nessuno di noi è in grado di cambiare il proprio patrimonio genetico, pur volendolo. Per questo motivo nelle società occidentali tendiamo a rendere illegale la discriminazione sulla base della razza, origine nazionale, colore della pelle e sesso, mentre, per esempio, consideriamo accettabile fare differenze sulla base del livello culturale, caratteristica che un individuo può modificare.
Ma il motivo più importante che favorisce il consenso nei confronti di leggi contro la discriminazione genetica è che ognuno di noi si sente esposto. Infatti, sappiamo di non avere geni perfetti e siamo all’oscuro delle possibili insidie nascoste nel nostro DNA. Il nostro genoma è complesso e pieno di alterazioni e nessuno ha voglia di perdere un lavoro o pagare premi assicurativi più alti. Perciò in queste controversie naturalmente simpatizziamo con la difesa del diritto piuttosto che con l’azienda che discrimina. Ciò non significa che non ci saranno aziende che cercheranno di utilizzare le informazioni genetiche, ma che ci sarà sempre una forte pressione per regolamentare l’argomento.

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