Finanza & Comunicazione

Finanza & Comunicazione di Massimo Lo Cicero di Massimo Lo Cicero
Descrizione:
Economista


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Per uscire dalla crisi ci vorrebbe un Roosevelt

La recessione è una trappola che blocca sia l’economia che il comportamento degli individui: perché ferma gli scambi e, di conseguenza, la produzione. E se niente si muove si diffonde la convinzione che non valga la pena muoversi: agire per cambiare le cose. La spirale si chiude su se stessa. Da quattro anni, nel 2008, in settembre, assistiamo al culmine della crisi con il fallimento di Lehman Brothers Holding: era stata fondata nel 1850. Da allora la crisi si è chiusa su se stessa ed, ancora oggi, il problema principale da risolvere rimane la differenza, di comportamenti e fenomenologie, che si osserva tra le due grandi economie avanzate del pianeta. Quella americana e quella europea.
Nel passaggio tra il 2011 ed il 2012, tuttavia, sembrano aprirsi squarci di sereno tra le nuvole della crisi. Cambia il vento? Non ne siamo sicuri, non si vede ancora una tendenza capace di portarci sulla strada della crescita. Ma affiorano nuovi modi per descrivere l’economia e per descrivere una crescita futura che sia diversa dal passato recente ed anche, una volta che i cambiamenti si presentassero in maniera più robusta, dal passato remoto della seconda metà del Novecento.
L’Europa aveva scommesso su una transizione che si sarebbe dovuta leggere nell’arco di dieci anni e che, al contrario, non è riuscita a compiersi.
Ora, in attesa della data del prossimo appuntamento europeo, il 2020, bisognerebbe smuovere sia le opinioni della classe dirigente che gli equilibri politici ed economici che hanno arginato la crisi ma che si sono rivelati incapaci nel darle una soluzione.
Non sarà facile ottenere questi risultati ma alcuni timidi segnali dicono, e fanno capire, che questo potrebbe avvenire nei prossimi anni. Cerchiamo di descrivere i tre livelli ai quali si potrebbe manifestare questo cambiamento: in Italia, in Europa e nel mercato globale.
C’è uno stallo, in Italia, tra due poli: dalla tensione tra i quali dovrebbe nascere, invece, l’energia capace di rimettere in moto l’economia nazionale. Lo stallo, inutile dirlo, si legge chiaramente nella tensione tra il parlamento, ed i partiti che in esso hanno creato una maggioranza assai vasta, la più estesa nella storia parlamentare degli ultimi venti anni, che non riesce a collegarsi con il Governo in carica, che presenta un profilo tecnico, nelle competenze dei suoi componenti, ma che sembra scollegato non solo dalla maggioranza parlamentare ma, per certi versi, anche dalla macchina burocratica dell’amministrazione centrale. Oltre che dal sistema, fin troppo ampio, del decentramento amministrativo (comune, provincie e regioni) che governa il paese ad una scala più diffusa.
Queste tre faglie, tra Governo e Parlamento, tra Governo ed amministrazione centrale e tra Governo e sistema degli enti, che governano i territori ad una scala locale, sono un problema ed una insidia: perché rallentano la diagnosi dei mali da superare e la terapia delle soluzioni e perché potrebbero generare una implosione dell’equilibrio, che era nato per garantire il superamento del punto di crisi più acuta e che rischia, deteriorandosi, di farci precipitare tutti, base economica e comunità nazionale. Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera del 3 maggio, hanno rappresentato adeguatamente la situazione attuale ed il suo stallo latente. Mario Draghi, d’altra parte, aveva spiegato, pochi giorni prima, che i mercati finanziari europei avevano bisogno di una dinamica fondata sulla resilience: arretrare per avanzare su un terreno più robusto; accusare il colpo per respingere le sue conseguenze, resistere ed assorbire e rilanciare la possibilità di una crescita. Tutte cose che si potrebbero realizzare ma che l’Italia, come il resto dell’Europa, non riesce ad ottenere. Almeno fino a quando le ruote dell’ingranaggio, la politica e l’amministrazione, non si incastrano reciprocamente e non consentono all’economia di incastrarsi con gli effetti di quel coordinamento atteso: tagliare le spese, ridare fiato ai consumi, riducendo le tasse, riaprire la porta agli investimenti e ripristinare il circuito del credito. Perché le banche possano, finalmente, sostenere gli investimenti delle imprese. Al sistema delle imprese serve una maggiore liquidità ed alle imprese, italiane, che hanno un credito verso lo Stato non si può e non si dovrebbe rispondere che quel credito non ha un debito di contropartita.
Si accerti il debito, delle amministrazioni pubbliche rapidamente, perché non può esistere un credito senza il debito di contropartita. La resilience che Mario Draghi ha offerto al sistema, con una politica monetaria innovativa, deve arrivare al suo risultato: ripristinare condizioni di crescita nella stabilità della base economica. Chiudendo il cuneo fiscale, per i prossimi anni e relativamente agli investimenti nuovi, si aiuterebbe ulteriormente la ripresa della crescita e, di conseguenza, dell’occupazione.
L’insieme di questi processi potrebbe ricevere un impulso positivo uscendo dalla sterile riproposizione del monetarismo fiscale da parte della classe dirigente europea, prima fra tutti la signora Angela Merkel. Non sono tempi nei quali la stabilità genera la crescita: sono tempi nei quali la crescita deve offrire una sponda affidabile alla stabilità delle finanze pubbliche. Non si tratta di mettere in sicurezza la finanza pubblica ma di mettere in sicurezza la base economica e la popolazione capace di lavorare, rendendola progressivamente occupata.
Non sono tempi da nuove Thatcher ma da nuovi Roosevelt.
Paolo Leon ha descritto bene questo trapasso, un nuovo new deal, dalla crisi degli anni alle nostre spalle ad una nuova e diversa dimensione dell’economia monetaria di produzione. Due libri pubblicati da Laterza, ed uno edito da Donzelli, mostrano come l’analisi economica si sia messa in movimento per uscire dalla tradizione neoclassica, legata alle armonie dell’equilibrio economico generale, ed affrontare i problemi relativi alla moneta ed alle banche, all’informazione ed ai beni collettivi.
Spence, Akerlof, Kranton ma anche Kahneman, Stiglitz ed Acemogu mostrano linguaggi e categorie analitiche che possono davvero darci una nuova politica economica: facendoci uscire dalla recessione e dalla depressione psicologica di massa che condiziona e mortifica le aspirazioni ed i comportamenti di imprese e consumatori. Naturalmente ad un pensiero economico diverso corrisponderà anche una struttura di rapporti, ed una relazione tra bisogni e regole, tra istituzioni e diritti, che non potrà essere quella del passato. Il cambiamento cancella il passato e ricostruisce un altro presente: la rigidità esclude il cambiamento. Per tutte queste ragioni, dette in termini molto sintetici, serve l’equilibrio dei giudizi di Stiglitz: viviamo in un mondo imperfetto e da quel mondo dobbiamo iniziare la strada per arrivare a soluzioni migliori; lasciando perdere i sogni palingenetici.
Ma serve anche la riflessione sui paradossi della globalizzazione e sui successi che quella globalizzazione, ed una finanza riordinata ma presente con tutti gli strumenti che può e deve mettere in campo, possono darci nella costruzione di un mondo migliore. Non troveremo il mondo migliore tornando indietro: un rischio che, nella cultura economica e politica dell’Europa, rimane ancora alto rispetto ai modi con i quali la cultura economica e politica anglosassone, che va ben oltre il perimetro degli Stati Uniti, riesce a scongiurare, garantendo soluzioni e percorsi che dobbiamo imparare a condividere.

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Cambia il vento?

Interpretare la crisi economica e la recessione globale; capire meglio la natura della crisi europea, e le sue differenze da quella Americana; cercare strade nuove per descrivere meglio la teoria economica

La recessione è una trappola che blocca sia l’economia che il comportamento degli individui: perché ferma gli scambi e, di conseguenza, la produzione. E se niente si muove si diffonde la convinzione che non valga la pena muoversi: agire per cambiare le cose. La spirale si chiude su se stessa. Da quattro anni, nel 2008, in settembre, assistiamo al culmine della crisi con il fallimento di Lehman Brothers Holding: era stata fondata nel 1850. Da allora la crisi si è chiusa su se stessa ed, ancora oggi, il problema principale da risolvere rimane la differenza, di comportamenti e fenomenologie, che si osserva tra le due grandi economie avanzate del pianeta. Quella americana e quella europea.

Nel passaggio tra il 2011 ed il 2012, tuttavia, sembrano aprirsi squarci di sereno tra le nuvole della crisi. Cambia il vento? Non ne siamo sicuri, non si vede ancora una tendenza capace di portarci sulla strada della crescita. Ma affiorano nuovi modi per descrivere l’economia e per descrivere una crescita futura che sia diversa dal passato recente ed anche, una volta che i cambiamenti si presentassero in maniera più robusta, dal passato remoto della seconda metà del Novecento.
L’Europa aveva scommesso su una transizione che si sarebbe dovuta leggere nell’arco di dieci anni e che, al contrario, non è riuscita a compiersi.
Ora, in attesa della data del prossimo appuntamento europeo, il 2020, bisognerebbe smuovere sia le opinioni della classe dirigente che gli equilibri politici ed economici che hanno arginato la crisi ma che si sono rivelati incapaci nel darle una soluzione.
Non sarà facile ottenere questi risultati ma alcuni timidi segnali dicono, e fanno capire, che questo potrebbe avvenire nei prossimi anni. Cerchiamo di descrivere i tre livelli ai quali si potrebbe manifestare questo cambiamento: in Italia, in Europa e nel mercato globale.

C’è uno stallo, in Italia, tra due poli: dalla tensione tra i quali dovrebbe nascere, invece, l’energia capace di rimettere in moto l’economia nazionale. Lo stallo, inutile dirlo, si legge chiaramente nella tensione tra il parlamento, ed i partiti che in esso hanno creato una maggioranza assai vasta, la più estesa nella storia parlamentare degli ultimi venti anni, che non riesce a collegarsi con il Governo in carica, che presenta un profilo tecnico, nelle competenze dei suoi componenti, ma che sembra scollegato non solo dalla maggioranza parlamentare ma, per certi versi, anche dalla macchina burocratica dell’amministrazione centrale. Oltre che dal sistema, fin troppo ampio, del decentramento amministrativo (comune, provincie e regioni) che governa il paese ad una scala più diffusa.
Queste tre faglie, tra Governo e Parlamento, tra Governo ed amministrazione centrale e tra Governo e sistema degli enti, che governano i territori ad una scala locale, sono un problema ed una insidia: perché rallentano la diagnosi dei mali da superare e la terapia delle soluzioni e perché potrebbero generare una implosione dell’equilibrio, che era nato per garantire il superamento del punto di crisi più acuta e che rischia, deteriorandosi, di farci precipitare tutti, base economica e comunità nazionale. Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera del 3 maggio, hanno rappresentato adeguatamente la situazione attuale ed il suo stallo latente.

Mario Draghi, d’altra parte, aveva spiegato, pochi giorni prima, che i mercati finanziari europei avevano bisogno di una dinamica fondata sulla resilience: arretrare per avanzare su un terreno più robusto; accusare il colpo per respingere le sue conseguenze, resistere ed assorbire e rilanciare la possibilità di una crescita. Tutte cose che si potrebbero realizzare ma che l’Italia, come il resto dell’Europa, non riesce ad ottenere. Almeno fino a quando le ruote dell’ingranaggio, la politica e l’amministrazione, non si incastrano reciprocamente e non consentono all’economia di incastrarsi con gli effetti di quel coordinamento atteso: tagliare le spese, ridare fiato ai consumi, riducendo le tasse, riaprire la porta agli investimenti e ripristinare il circuito del credito. Perché le banche possano, finalmente, sostenere gli investimenti delle imprese. Al sistema delle imprese serve una maggiore liquidità ed alle imprese, italiane, che hanno un credito verso lo Stato non si può e non si dovrebbe rispondere che quel credito non ha un debito di contropartita.
Si accerti il debito, delle amministrazioni pubbliche rapidamente, perché non può esistere un credito senza il debito di contropartita. La resilience che Mario Draghi ha offerto al sistema, con una politica monetaria innovativa, deve arrivare al suo risultato: ripristinare condizioni di crescita nella stabilità della base economica. Chiudendo il cuneo fiscale, per i prossimi anni e relativamente agli investimenti nuovi, si aiuterebbe ulteriormente la ripresa della crescita e, di conseguenza, dell’occupazione.

L’insieme di questi processi potrebbe ricevere un impulso positivo uscendo dalla sterile riproposizione del monetarismo fiscale da parte della classe dirigente europea, prima fra tutti la signora Angela Merkel. Non sono tempi nei quali la stabilità genera la crescita: sono tempi nei quali la crescita deve offrire una sponda affidabile alla stabilità delle finanze pubbliche. Non si tratta di mettere in sicurezza la finanza pubblica ma di mettere in sicurezza la base economica e la popolazione capace di lavorare, rendendola progressivamente occupata.
Non sono tempi da nuove Thatcher ma da nuovi Roosevelt.

Paolo Leon ha descritto bene questo trapasso, un nuovo new deal, dalla crisi degli anni alle nostre spalle ad una nuova e diversa dimensione dell’economia monetaria di produzione. Due libri pubblicati da Laterza, ed uno edito da Donzelli, mostrano come l’analisi economica si sia messa in movimento per uscire dalla tradizione neoclassica, legata alle armonie dell’equilibrio economico generale, ed affrontare i problemi relativi alla moneta ed alle banche, all’informazione ed ai beni collettivi.
Spence, Akerlof, Kranton ma anche Kahneman, Stiglitz ed Acemogu mostrano linguaggi e categorie analitiche che possono davvero darci una nuova politica economica: facendoci uscire dalla recessione e dalla depressione psicologica di massa che condiziona e mortifica le aspirazioni ed i comportamenti di imprese e consumatori. Naturalmente ad un pensiero economico diverso corrisponderà anche una struttura di rapporti, ed una relazione tra bisogni e regole, tra istituzioni e diritti, che non potrà essere quella del passato. Il cambiamento cancella il passato e ricostruisce un altro presente: la rigidità esclude il cambiamento.

Per tutte queste ragioni, dette in termini molto sintetici, serve l’equilibrio dei giudizi di Stiglitz: viviamo in un mondo imperfetto e da quel mondo dobbiamo iniziare la strada per arrivare a soluzioni migliori; lasciando perdere i sogni palingenetici.
Ma serve anche la riflessione sui paradossi della globalizzazione e sui successi che quella globalizzazione, ed una finanza riordinata ma presente con tutti gli strumenti che può e deve mettere in campo, possono darci nella costruzione di un mondo migliore. Non troveremo il mondo migliore tornando indietro: un rischio che, nella cultura economica e politica dell’Europa, rimane ancora alto rispetto ai modi con i quali la cultura economica e politica anglosassone, che va ben oltre il perimetro degli Stati Uniti, riesce a scongiurare, garantendo soluzioni e percorsi che dobbiamo imparare a condividere.

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Dall’economia alla politica. Ecco tre cose da fare subito

Secondo Alesina e Giavazzi, che lo hanno scritto in un editoriale del Corriere della Sera il 31 marzo, l’economia italiana è stretta tra Scilla (la recessione) e Cariddi (il deficit ed il debito, cioè la crisi delle finanze pubbliche di molti Stati europei). Il giorno dopo, il 1 aprile, Mario Deaglio rincara la dose su La Stampa.
Questa volta alla metafora si accompagna l’esegesi. Citando Omero, Deaglio ricorda che Cariddi era un gorgo vorace – cioè i mercati finanziari che risucchiano nel vortice, del deficit e del debito, le economie reali – mentre Scilla era un mostro a sei teste. Ulisse scelse il male minore: passò vicino a Scilla e perse sei compagni, divorati dal mostro a sei teste. Ma salvò la sua nave dal gorgo assassino. Il mostro a sei teste, secondo Deaglio, sono, purtroppo e fuor di metafora, le politiche economiche non adeguate, che generano una recessione dell’economia europea e che aumentano la disoccupazione. Persi i sei compagni, divorati da Scilla, i marinai di Ulisse si ribellarono e chiesero di fermarsi in Sicilia, la Trinacria, ma quella sosta indebolì il carisma di Ulisse e generò ulteriori guai. Un male minore che si allargò come una metastasi e condusse comunque Ulisse alla disfatta ed ad un lentissimo ritorno alla normalità della sua casa, Itaca, dopo aver perso la nave ed i compagni. Anche secondo Alesina e Giavazzi Scilla è la recessione ed essa è la conseguenza di una politica necessaria, per arginare la crisi della finanza pubblica, ma insufficiente per evitare la recessione, od almeno attenuarla, ed avviare una crescita, che sarebbe capace di riassorbire il debito o di renderlo sostenibile.
Se il tasso di crescita reale, cioè al netto dell’inflazione, è inferiore al tasso di interesse reale, cioè al prezzo che si paga per sostenere il debito anno per anno, il debito non è più un lupo vorace ma un cane ben addomesticato. Ovviamente se aumentano i tassi, per la diffidenza dei mercati finanziari, o si buttano al vento, o nelle mani dei truffatori e dei delinquenti, i soldi pubblici, salgono i tassi di interesse e si azzera la prospettiva della crescita e si riapre il rischio del tracollo finanziario per insolvenza manifesta degli Stati europei. Nei panni scomodi di Ulisse che deve battere Scilla e Cariddi, si trova proprio il presidente Monti, con il suo Governo, mentre l’equipaggio della nave è molto più ampio ed è esposto sia ai morsi della recessione che al risentimento di quelli che quei morsi devono sopportare sulla propria vita e la propria pelle.
Alesina e Giavazzi indicano chiaramente a Monti il punto debole della sua breve stagione di Governo: aver usato la mano pesante, nella sua prima manovra di stabilizzazione, con la pressione fiscale. Considerando anche le tasse varate dalle tre manovre precedenti dal Governo Berlusconi – Tremonti si ricava una tale mazzata fiscale che non poteva non tradursi in una recessione: come indicano chiaramente Istat e Banca d’Italia . Una recessione da cui non usciremo prima del 2013, secondo Ignazio Visco. La critica di Giavazzi, formulata ancora più analiticamente in un convegno di economisti a Firenze nel venerdì che precede il suo editoriale, è che Monti abbia ridotto la spesa pubblica: tagliando i trasferimenti ad enti locali e regioni. Ma questi enti, piuttosto che ridurre la spesa, abbiano aumentato le tasse e le tariffe: seguendo il pernicioso criterio che la tassazione si adegua alla spesa pubblica e non si riduce mai la dimensione di quella spesa. Un criterio che, nel corso del novecento, dal giolittismo in poi, cioè dopo la sconfitta della “destra storica”, ha avuto una progressione esponenziale grazie alla rincorsa dei sistemi di welfare e della loro dilatazione. Peccato che la dilatazione della spesa, in molti paesi, ed in Italia certamente, non si sia mai tradotta in una dilatazione delle infrastrutture e dei beni pubblici condivisi; ma solo in maggiore spesa e, di conseguenza, in una marcata riduzione della produttività media del paese: che ne ha progressivamente compromesso la capacità di competere e, quindi, anche quella di crescere.
Ristagniamo, infatti, dagli anni della manovra di Giuliano Amato, il 1992, che ebbe, appunto, la medesima dimensione raggiunta dal combinato disposto tra Monti e Berlusconi – Tremonti.
Ma perché Monti ha “subito” il rialzo delle tasse e delle tariffe locali, ed ha aumentato la dimensione della patrimoniale sugli immobili? Perché questa soluzione lo ha accreditato verso i mercati finanziari ed ha riportato sotto controllo, anche grazie alla politica monetaria di Mario Draghi che tiene bassi i tassi di interesse, la gestione del debito pubblico. Monti ha svuotato le tasche degli italiani, cioè degli italiani che pagano le tasse, per ottenere un profilo più stabile nella spesa degli interessi sul debito pubblico. È una manovra accorta, perché riduce la probabilità di cadere nel gorgo di Cariddi ma che lo spinge, come dice Deaglio, nella morsa della recessione per la caduta dei consumi interni sul mercato domestico. Mentre lo spread tra tassi del mercato monetario, vicini al’uno per cento, ed i tassi del mercato del credito – compresi in una forbice tra il 5 ed il 10%, distribuita in modo molto variegato tra imprese, settori e territori del mercato italiano – taglia ogni possibilità di investimento ad una larga parte delle imprese.
La latitanza del Governo nel pagare i crediti maturati, dalla Pubblica Amministrazione verso le imprese, le rende anche illiquide ed a rischio elevato di fallimento. In questo contesto si legge chiaramente una crescente espansione del conflitto sociale e della insofferenza verso le conseguenze della recessione che la politica economica ha generato.
Tensione che, nel Mezzogiorno, potrebbe avere manifestazioni molto pesanti per evidenti motivi. Governare questa tensione in un anno pre elettorale è una sfida molto impegnativa. Mentre la contraddizione tra i tempi, necessari per avviare la crescita, ed i tempi stretti, di una difficile riorganizzazione delle basi elettorali nel paese, rischia di diventare un terzo mostro ancora più ingombrante del debito e della recessione. Il qualunquismo imperante agevola giorno per giorno questo potenziale degrado di civilizzazione che si sta creando nel paese: la percezione di uno scarto preoccupante tra la dignità etica della politica e la sua utilità per il bene comune. Lo scarto potrebbe generare la mancata nascita di una base di consenso affidabile per la futura legislatura nazionale. Mancare questo appuntamento, in un paese sfibrato dalla recessione e sfiduciato verso la politica, tanto da detestarla, sarebbe una vera catastrofe.
Questa sfida, purtroppo, nonostante la sua abilità tecnica, non la deve reggere certo Mario Monti, anche se sembra si stia attrezzando per farlo. Ma la dovrebbero reggere i partiti politici che sono ormai alla fase terminale. Abbiamo perso molto tempo, inutilmente, dal 2010 ad oggi. Cessata l’emergenza finanziaria, dopo la crisi del 2008, l’Europa poteva reagire assai meglio. Gli Stati Uniti ce lo hanno detto sempre con chiarezza ma l’asse Merkel – Sarkozy ha reso il processo di riaggiustamento inconcludente e tortuoso. Debole il Governo verso l’Europa, e divisa la maggioranza allora al Governo su ogni possibile strategia economica ed internazionale, ci siamo smarriti in improbabili discussioni. La maggioranza di centro destra, proprio come il Governo Prodi – Padoa Schioppa, è implosa: il suo Governo non è certo stato battuto da una maggioranza diversa. Il tempo del Governo tecnico in carica è scritto nel suo mandato e, se Visco ha ragione, quando usciremo dalla recessione, nel 2013, avremo bisogno ancora di un anno per trovare un ragionevole equilibrio politico. Se non anticipiamo la convergenza, sociale ed economica, verso un sentiero di crescita prima dell’estate, e se nell’autunno non si vedono primi segnali di rimbalzo, sia l’economia europea che quella italiana entreranno di nuovo nel mirino dei mercati finanziari: perché il gettito fiscale, durante una recessione non aumenta anche se viene aumentata molto la pressione delle imposte e delle tasse attraverso le aliquote. Il debito aumenterà ancora perché la caduta del gettito impedirà il pareggio di bilancio.
Ci sono, quindi, tre cose da fare nei prossimi mesi: riaprire una via di uscita credibile per la formazione di una maggioranza politica adeguata a reggere la sfida del 2020, come traguardo di un nuovo ciclo di crescita. Ripensare alla cessione di asset immobiliari e mobiliari per ridimensionare il debito pubblico. Tagliare le spese pubbliche, e lanciare un piano di infrastrutture e reti di pubblica utilità per l’intera Europa. Laura Tyson, una brillante economista americana, ha scritto che, negli stati uniti, ci sono tre deficit: un deficit di occupati; un deficit di investimenti infrastrutturali ed un deficit di spesa intelligente nel budget pubblici. Questa terna di problemi vale anche per l’Europa: diamoci da fare in questa direzione, aumentare le spese intelligenti e l’occupazione, così si crea la crescita. Che è un problema delle banche e delle imprese mentre i Governi devono solo creare le condizioni perché banche ed imprese possano lavorare adeguatamente. Ha ragione Deaglio quando mostra il suo scetticismo verso le politiche europee nel suo articolo del primo aprile 2012: “ Per non finire nelle bocche di Scilla o sugli scogli di Cariddi l’Europa deve in ogni caso fare un salto di qualità e smetterla con il suo compiaciuto linguaggio burocratico, con le conferenze stampa annullate per nascondere i contrasti, con una visione troppo miope e troppo pericolosa”.

Post scriptum
In effetti Mario Monti sta sviluppando una parte del suo programma per la crescita. La sua visita in Cina, che ha avuto una importante risonanza economica e politica, è assolutamente coerente con l’impianto della lettera che, insieme a Cameron ed a molti capi di Stato e di Governo – i dodici apostoli della crescita – ha inviato al Consiglio ed alla Commissione Europea. In quella lettera si dice chiaramente che bisogna allargare e qualificare il processo di globalizzazione del mercato mondiale ed irrobustire gli scambi di beni di consumo e di progetti di investimento proprio con la Cina. C’è un problema che vorremmo ricordare a Monti ed al suo Governo.
Un limite della base economica e della struttura industriale italiana è la limitata scala di produzione delle aziende. Questione molto nota ed analizzata. Data la limitata scala di produzione, sorge un problema di coti di transazione e di costi di gerarchia nelle alleanze internazionali. Se le imprese sono piccole e poco strutturate serve creare una organizzazione che, associandole, allarghi il loro raggio di azione e la loro capacità di alleanze internazionali. Monti vuole riordinare l’ICE ma è proprio questo il problema: creare o riordinare istituti, che possano trasformare una somma di imprese in un insieme iperadditivo per le proprie capacità comporta, appunto, costi di gerarchia ed una notevole efficienza nella gestione della organizzazione di coordinamento da realizzare. In alternativa, se cioè le imprese giocano la propria partita stand alone, da sole, allora c’è un problema di costi di transazione: è complicato organizzare accordi commerciali con mercati e nazioni molto distanti dalla nostra. Se devono giocare da sole, le imprese italiane possono arrivare ai confini del Mediterraneo e nella zona intermedia tra Germania e Russia. Traguardi che alcune tra loro già sono in grado di cogliere. Anche su questi terreni serve, tuttavia, avere una gerarchia che possa sostenere la connessione con queste economie. Qui abbiamo due potenziali partner: Banca Intesa ha importanti presenze nel Mediterraneo mentre Unicredit ha una rete organizzata in tutti i paesi dell’est ed in Turchia: il cuore del territorio economico e sociale che separa e divide Germania e Russia.
Speriamo che le due più grandi banche italiane agiscano come alleate delle imprese e che lo sforzo di Monti sia adeguatamente supportato dalla creazione di organizzazioni capaci di portare ancora più lontano, in Cina come in Brasile, le nostre imprese. La crescita italiana potrebbe avere un diverso respiro proprio grazie a questa integrazione.

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Crisi, le scelte di Governi e banche centrali

In un articolo pubblicato la scorsa settimana abbiamo analizzato il pensiero del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sul nuovo corso della banca centrale. Concludiamo l’approfondimento esaminando alcuni passaggi relativi alla crisi e alle scelte di Governi e banche centrali. La recessione del 2009 ha determinato una forte caduta degli utili per le banche italiane. E questa è una conferma di un principio già ricordato: nelle stagioni recessive le banche e le imprese subiscono i medesimi danni ed escono dalla crisi solo giocando di conserva: come di conserva dovrebbero giocare gli attori che dominano le politiche monetarie e le politiche fiscali; cioè le banche centrali ed i Governi, che agiscono per conto e in rappresentanza degli Stati nazionali. La caduta degli utili aveva compromesso la possibilità di rafforzare patrimonialmente le banche italiane, che presentavano, sotto questo profilo, un certo grado di fragilità. Fragilità latente ma che, in previsione di una lunga e difficile stagione di fuoriuscita dalla crisi del 2008, presentava caratteri di relativa pericolosità. Da questo legame critico, tra debolezza del conto economico e fragilità dello stato patrimoniale della banca, stiamo progressivamente uscendo nel caso italiano. Si tratta di una constatazione di Visco che è stata sottovalutata dai primi commenti apparsi sul suo intervento: “Negli ultimi anni abbiamo chiesto alle maggiori banche italiane un significativo rafforzamento patrimoniale; esso è stato conseguito, anche in momenti difficili, prevalentemente attraverso la raccolta sul mercato di capitali privati, per quasi 20 miliardi. La strada percorsa in pochi anni è notevole. Il patrimonio di migliore qualità (core tier 1 ratio) dei cinque maggiori gruppi ha raggiunto in media il 9,5 per cento degli attivi ponderati; era il 5,7 per cento a fine 2007, prima della crisi. Il divario che, seppur ridotto, ancora separa il grado di capitalizzazione delle nostre grandi banche da quello medio dei maggiori concorrenti esteri risente di modalità di calcolo delle attività ponderate per il rischio non omogeneo tra i diversi ordinamenti. Nelle sedi della cooperazione internazionale sono stati avviati lavori, da noi fortemente sostenuti, per ridurre queste differenze, anche attraverso meccanismi di peer review; in Europa l’adozione del single rulebook andrà nella stessa direzione”. Sul fatto che la scelta di indicatori segnaletici del livello di rischio, i quozienti di bilancio, non sia risolutiva di una efficace comparazione quando siano diverse le metodologie di classificazione delle voci di bilancio, esiste una forte continuità tra queste affermazioni di Visco e la pressione che Mario Draghi ha svolto, nei suoi anni alla Banca d’Italia: quando era anche chairman del Financial Stability Board. Ma Visco aggiunge anche una ulteriore descrizione, nella sequenza con cui descrive la dinamica delle raccomandazioni dell’Eba e lo svolgersi, molto faticoso, della creazione e dell’affermazione della European Financial Stability Facility (Efsf). Una descrizione che ripropone la questione del timing nei momenti in cui bisogna agire coordinando adeguatamente, nel tempo e nelle dimensioni, le scelte dei Governi e quelle delle banche centrali. “La raccomandazione sul capitale delle banche emanata lo scorso 8 dicembre dall’Autorità bancaria europea (Eba), parte di un più ampio pacchetto di misure approvato dal Consiglio europeo a fine ottobre, mirava a rendere il sistema più resistente a fronte delle elevate tensioni sul rischio sovrano e della possibilità che si verifichino altri shock. Essa non cambia le regole prudenziali e contabili in vigore; non disincentiva l’investimento in titoli sovrani, poiché il buffer di capitale a fronte del rischio sovrano è riferito ai titoli posseduti alla fine di settembre.
Le indicazioni dell’Eba richiedono un rafforzamento del capitale, non la riduzione degli attivi. La misura è stata decisa in circostanze eccezionali, che richiedevano un difficile bilanciamento tra la necessità di sciogliere, senza incertezze e senza indugi, i dubbi del mercato sulla solidità delle banche europee e l’esigenza di evitare effetti pro-ciclici. L’Eba e le autorità nazionali hanno più volte chiarito che la raccomandazione è una misura una tantum, che non sarà ripetuta. L’Eba ha deciso di rimandare al 2013 il prossimo stress test sul sistema bancario europeo. La sequenza ottimale delle misure adottate dal Consiglio europeo avrebbe richiesto, prima o simultaneamente all’emanazione della raccomandazione Eba, il rafforzamento e la piena operatività della European Financial Stability Facility (Efsf), insieme all’attivazione di garanzie pubbliche europee sulle nuove passività bancarie a medio e a lungo termine. Se fosse stata subito rafforzata la capacità d’intervento europea, l’incertezza sull’evoluzione della crisi del debito sovrano in Europa si sarebbe ridotta, migliorando la valutazione dei titoli sovrani e la possibilità di reperire risorse sui mercati da parte delle banche. L’Eba si è impegnata a riconsiderare la necessità della costituzione del buffer in relazione all’attivazione dell’Efsf e al miglioramento delle quotazioni dei titoli sovrani”. Non serve aggiungere altro.
Riprendendo in parte quanto affermato nel precedente articolo, l’ultima raccomandazione di Visco è in materia di concorrenza tra le banche e tutela dei consumatori dei prodotti finanziari: “In un ordinamento che riconosce la natura d’impresa dell’attività bancaria, la concorrenza è lo strumento più efficace per garantire la protezione del risparmio e la tutela del cliente, con benefici per la stessa stabilità del sistema”. E quella stabilità rappresenta l’altra gamba rispetto alla liquidità che il sistema delle banche centrali europee) mette a disposizione delle banche e dei mercati finanziari per evitare ripercussioni sul credito alle imprese, ferma restando la responsabilità dell’impresa di realizzare e gestire investimenti e quella della banca di valutare il merito di credito in relazione alla capacità di reddito dell’impresa stessa. Una capacità che deriva dalla capacità dell’impresa di formulare progetti di investimento e realizzarli. Mentre il potere della banca, come diceva Joseph Schumpeter, resta quello degli Efori di Sparta: mettere a morte il Re.
Essendo l’imprenditore il centro del sistema dell’economia monetaria di produzione ed essendo la banca a scegliere se far credito ad un progetto realizzabile o negare quel credito trasformandolo in un progetto irrealizzabile perché razionato dal mercato finanziario. Una eco di questa interpretazione si legge nel discorso di Visco quando commenta le regole di Basilea, che danno alle banche la dimensione operativa nella quale esercitare la loro discrezionalità di valutazione e finanziamento delle imprese. (…)
Visco non si ferma solo al richiamo di una responsabilità delle banche verso la crescita degli investimenti imprenditoriali. La sequenza dello sviluppo economico non si ferma all’impresa ed ai suoi eventuali successi. Lo sviluppo merita di essere chiamato come tale solo quando promuove la realizzazione compiute della capacità e delle conoscenze degli uomini e delle donne, che quei progetti di investimento riescono a concludere effettivamente. Visco conclude: “Le banche dovranno dimostrare di saper svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, in una gestione sana e prudente, con acuita capacità selettiva. Lo richiede la loro stessa ragion d’essere; è cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario. È al contempo necessario che si accresca l’impegno al riequilibrio dei bilanci e alla rimozione dei nodi strutturali che condizionano l’efficienza e la redditività del sistema bancario italiano.
Siamo convinti non solo che si debba ma che si possa guardare con fiducia alla capacità dei nostri intermediari di affrontare questa sfida con successo; con pari fiducia guardiamo a una politica economica che, volta alla stabilità finanziaria e orientata alla promozione di un ambiente favorevole a una crescita bilanciata dell’economia, consenta di accrescere le opportunità di investimento, di ritornare rapidamente a creare nuove e permanenti occasioni di lavoro”. Un banchiere centrale che guarda con fiducia la lunga catena di relazioni, che lega la banca centrale alla crescita dell’occupazione, ha certamente un imprinting indubitabilmente anglosassone e non renano. Meglio così, per l’Italia come per l’Europa. Visto che il principale e comune obiettivo degli Stati Europei dovrebbe essere quello di ridimensionare la percezione che l’area dell’Euro sia un pericoloso focolaio della crisi finanziaria globale.

finanzaecomunicazione.it

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Ottobre Rosso: L’Italia, L’Europa e la recessione dell’economia mondiale

Ottobre Rosso: L’Italia, L’Europa e la recessione dell’economia mondiale

Negli ultimi dieci giorni di ottobre una spirale di rischi, veti incrociati e colpi di scena ha alimentato il risiko della crisi recessiva che avvolge larga parte dell’economia mondiale. Agli inizi del mese, con un articolo pubblicato su project syndicate, Stiglitz aveva avvertito l’Europa che l’ossessione per il rigore fiscale stava generando un contagio negativo sulla stessa economia americana: non si può combattere la recessione con una contrazione della domanda aggregata. Serve una politica intelligente per la crescita e non una politica di restrizione della spesa pubblica. Fermo restando che il contenuto di quella spesa pubblica non sia solo assistenza per amici e parenti o finanziamento degli affari di piccole nicchie imprenditoriali amiche di questo o quel gruppo politico.

Il crescendo degli ultimi dieci giorni si è generato anche perché si sono sovrapposti molti avvenimenti concomitanti che, tutti insieme, ed uno sopra l’altro, hanno creato un vortice dove le politiche dell’Italia e quelle dell’Europa, nello sforzo di trovare un punto di convergenza, in un tempo molto ravvicinato, hanno rischiato di generare un punto di crisi, per l’Europa, che avrebbe finito con l’essere un punto di crisi rilevante anche per l’economia americana. Una incoerenza dichiarata, tra le scelte italiane e quelle europee, avrebbe generato una crisi dell’area euro che l’Europa stessa non avrebbe potuto sopportare. L’Italia è la settima economia del mondo ed è anche una delle prime tre economie industriali europee: è troppo grande per fallire, come si dice oggi delle grandi banche mondiali, perché la sua crisi diventerebbe una crisi di sistema.

In questa fragilità c’è anche la forza dell’Italia: il governo della quale, messo alle strette dall’ultimatum di Francia e Germania, il “consolato” che regge le sorti della politica europea nelle persone di Sarkozy e Merkel, ha reagito con una proposta che era meglio non rifiutare da parte dei due leader che si sentono anche i capi dell’eurozona. La fragilità della legittimità su cui si fonda questa presunzione ha consentito ad una proposta molto discutibile, nei contenuti come nella forma – una lettera di intenti e non un impianto di politica economica approvato dal Parlamento e formulato dal Governo – di essere recepita ed ha offerto la ulteriore conferma che Berlusconi è un leader discutibile ma ancora non sostituibile, allo stato degli equilibri europei come di quelli domestici ed interni al nostro paese.

Mentre, senza alcun mandato di rappresentanza democratica Merkel e Sarkozy davano i voti ai Governi europei, si è realizzato un delicato processo di aggiustamento in due organismi decisivi per le sorti dell’eurozona.

Draghi ha sostituito Trichet alla banca centrale Europea ed Ignazio Visco ha sostituito Draghi alla Banca d’Italia. Anche in questo caso si è sfiorato il rischio di un allarme rosso: ed, ancora una volta, per uno strano triangolo tra Europa, Francia ed Italia nel quale i francesi avrebbero subito un ridimensionamento nelle posizioni di governo delle autorità monetarie europee. Al di là del gossip sulle persone coinvolte, e dei loro comportamenti, questa tensione mostra come siano ancora fragili le fondamenta dell’edificio istituzionale europeo. Del resto se i nostri leader politici hanno proposto, per la banca centrale italiana, motivazioni legate all’essere nati al nord od al sud del Paese, come leva per la scelta del nuovo governatore, simmetricamente, i francesi ritenevano che la nazionalità fosse un elemento determinante per partecipare, in maniera bilanciata, al governo della BCE. Il fatto è che se l’Unione Europea definisce un perimetro politico, ed una istituzione che rappresenta i popoli inclusi in quel perimetro, poco conta dove siano nate le persone: conterebbe cosa sappiano fare e se siano adatte a ricoprire incarichi di responsabilità di cui dovranno comunque rendere conto ai popoli europei per i quali devono lavorare nell’ambito dei mandati che assumono. Se conta l’anagrafe, dentro e fuori dei perimetri dei paesi che aderiscono all’Unione, siamo ancora molto indietro rispetto alle ambizioni che ci proponiamo di avere negli sviluppi del nostro futuro europeo.

Ma veniamo al merito dei temi di politica economica che, una volta ottenuto dall’Italia l’assenso alla sua lettera di intenti ed una volta assestato il governo delle autorità monetarie, saranno al centro del tentativo di superare la recessione in atto ed avviare una fase di crescita. Alesina e Giavazzi, nei giorni scorsi e sul Corriere della Sera, avevano indicato almeno il sommario di una politica per la crescita: indicando con chiarezza che la crescita nasce dalla conoscenza, dalla capacità, dalle competenze delle persone e dalla coesione che si sviluppa tra le persone, piuttosto che dalla concertazione che le associazioni di rappresentanza, di singole categorie di persone, stipulano con le pubbliche istituzioni.

La politica economica italiana, più in generale ed in una prospettiva relativa al passato prossimo, sconta due errori di valutazione, entrambi maturati nell’ambito del Governo in carica.

Il primo errore sta nel non aver capito che la mancata crescita, antecedente la crisi, sarebbe stata una condizione che avrebbe condizionato pesantemente il rilancio della crescita dopo la crisi. E’ stato importante sostenere famiglie e disoccupati con una operazione di redistribuzione del reddito ma, ad un certo punto, la torta da ridistribuire finisce in una guerra tra poveri, se non si mettono nel forno nuove torte da distribuire. Hanno congiurato in questa ipotesi tre retoriche negative che circolano nel paese: la convinzione che con l’economia sommersa siamo più ricchi di quanto pensiamo di essere; la convinzione che sia meglio accettare una decrescita del sistema e riequilibrare verso i beni pubblici una società troppo spostata verso i consumi privati; la convinzione che, come si dice nel Sud, “calati giunco che passa la piena” sia la migliore politica economica da seguire. Le tre retoriche non sono un sistema organico e coordinato di pensiero ma influenzano, da destra e da sinistra, l’opinione pubblica e ci trasformano, spesso, in un paese di serie B nonostante in Italia si potrebbe essere, come a volte abbiamo dimostrato nella nostra storia, un paese di Serie A. lasciamo da parte le retoriche negative che ci portiamo dietro e ricominciamo dal fatto che dobbiamo fondarci sulle nostre conoscenze, la nostra capacità di coordinarci tra noi, per creare organizzazioni grandi come sta diventando grande il mercato globale, e sulla nostra capacità di produrre e vendere sul mercato domestico e sul mercato internazionale ma anche sulla esigenza di comprare meno energia e meno prodotti alimentari all’estero, per aprire una stagione di crescita che è l’unica strada per essere, domani, in grado di ripagare il debito.

Il debito si può sostenere se i tassi di interesse sono inferiori od uguali ai tassi di crescita del prodotto con cui lo dobbiamo ripagare. Dunque non dobbiamo fare salire troppo i tassi di interesse ma dobbiamo anche fare salire il tasso di crescita. Come si è detto implicitamente, fono ad ora, il nostro problema è lo squilibrio tra debito e prodotto interno lordo. Non avevamo bisogno di ottenere precipitosamente un bilancio in pareggio né di inserire questo principio nella carta costituzionale. Questa ossessione del rigore contabile è un punto elaborato dal “consolato” improprio che guida l’Europa e che danneggerà anche la Francia a e la Germania. Perché una Europa deflazionata sarà un mercato nel quale anche le loro economie avranno problemi a crescere. E non si può sempre essere esportatori verso i mercati non euro.

Il secondo errore della politica economica italiana è stato quello di adottare come obiettivo chiave la riduzione del deficit e non la ripresa della crescita e l’alienazione di parte del patrimonio pubblico per ridurre lo stock di debito.

Nelle politiche per la crescita un ruolo decisivo lo avranno anche le banche e non solo gli interventi pubblici. E, se con il Fondo Salva Stati si fronteggia davvero il rischio dei titoli pubblici in portafoglio alle banche, le banche dovrebbero anche attrezzarsi per trovare e supportare nuovi progetti industriali che alimentino la crescita europea.

Vi proponiamo una serie di letture che allargano lo spettro di queste considerazioni e che riguardano l’opinione di coloro che hanno giudicato positivamente il passaggio di Draghi alla BCE, e che noi condividiamo, ma anche le opinioni dello stesso Draghi ed i contenuti della lettera che il Governo italiano ha rassegnato nelle mani dei due “consoli” che hanno assunto la reggenza europea. Anche se il merito maggiore nel contenimento degli effetti della crisi lo hanno ancora le banche centrali.

La politica oggi è fragile e forse lo è anche per la dubbia legittimità di coloro che oggi esercitano il comando in Europa, senza una robusta spinta effettivamente democratica alle proprie spalle. E non è questione di assenza di democrazia diretta: non sono le assemblee che danno la capacità di rappresentazione degli interessi generali. Servirebbero istituzioni meno barocche e scelte politiche più comprensibili dalle persone che da quelle scelte dovrebbero trarre fiducia e voglia di sfidare il futuro. C’è molto da fare per rifare l’architettura europea e formare una nuova, e diversa, classe dirigente dopo la prima crisi finanziaria dell’economia globale.

I links:

Alesina e Giavazzi dieci proposte lunedì 24 ottobre Il Corriere della Sera

Martin Wolf lettera a Mario Draghi che assume il governo della BCE su sole 24 ore del 26 ottobre 2011

Draghi alla giornata del risparmio, l’ultimo discorso da governatore

La lettera del governo italiano all’Unione Europea

Stiglitz ed il contagio Europa USA

Leggi altri articoli di Massimo Lo Cicero.

Questa immagine è tratta da corrierecaraibi.com

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L’arcano delle banche centrali. Regole e Comportamenti.

Se l’incertezza diventa una remora che si oppone ai comportamenti di persone sleali.

Le regole sono necessarie ma non sono sufficienti in un mondo imperfetto: un mondo nel quale gli individui subiscano tentazioni opportunistiche in ragione della diffusa presenza di incertezza sulle conseguenze delle proprie azioni. Coloro che hanno informazioni strategiche e riservate sulle conseguenze delle proprie azioni agiranno nel loro interesse e non nell’interesse di una organizzazione nella quale essi hanno posizioni di comando e di potere, sulla organizzazione, oppure, attraverso l’organizzazione, su altre organizzazioni e altre persone fisiche.

Bradford DeLong
presenta un ragionamento magistrale nella scia della grande intuizione di Bagehot: che debba esistere un prestatore di ultima istanza ma che non debba essere chiaro che egli agirà come tale e quando questo debba avvenire. Insomma, per forzare con un espediente retorico la natura di quello che stiamo dicendo, il prestatore di ultima istanza non deve dire né quando né come agirà per rifinanziare il sistema ed assicurare la stabilità e la sostenibilità della crescita alimentata dagli intermediari finanziari e dai prenditori di fondi.

Così scrive Bradford DeLong nel testo che vi proponiamo, in inglese e nella versione italiana de Il Sole 24 Ore: “Nel suo libro Lombard Street, Walter Bagehot ha citato Jeremiah Harman, il governatore della Banca d’Inghilterra durante la crisi degli anni 1825-1826: «Abbiamo dato a prestito… con tutti i mezzi possibili e in modalità mai adottate prima; abbiamo accettato azioni come garanzie, abbiamo comprato dei buoni del Tesoro, abbiamo dato anticipi sui buoni del Tesoro, non solo abbiamo scontato direttamente, ma abbiamo anche dato degli anticipi enormi sui depositi di cambiali, in breve, in ogni modo compatibile con la sicurezza della Banca, e siamo stati più che generosi in molti casi. Vedendo lo stato spaventoso in cui versava il pubblico, abbiamo dato tutta l’assistenza in nostro potere…». Lo statuto della Banca d’Inghilterra non conferiva l’autorità legale necessaria a intraprendere queste operazioni per la stabilità finanziaria proprie di un prestatore di ultima istanza. Ma la Banca le fece comunque”.
Bradford DeLong deriva da questa situazione l’esigenza di fare da prestatore di ultima istanza ma di non scrivere nello statuto delle banche centarli che esse lo faranno né come lo faranno. E suggerisce alla BCE di agire proprio come fece la BoE nella crisi descritta da Bagheot.

Se esistono individui opportunisti essi conteranno sull’intervento della banca centrale per chiudere a loro vantaggio le transazioni sui mercati finanziari. Se esiste una ragionevole incertezza su quando e come la Banca Centrale lo farà diventa una remora che aumenta la stabilità finanziaria del sistema. Il punto in discussione, più in generale, è se in un mondo imperfetto le organizzazioni debbano comportarsi , nello sviluppo delle proprie politiche, come se fossero in un mondo perfetto. Ma se il mondo è perfetto, allora non serve annunciare comportamenti virtuosi. Tutti sono virtuosi ed ugualmente informati sul futuro in un mondo perfetto. Il fatto è che se una organizzazione, che voglia essere trasparente, “dico cosa farò e mantengo gli impegni con coerenza”, i non virtuosi utilizzeranno il mio impegno annunciato per legarmi le mani ed assecondare i loro progetti opportunistici. Le organizzazioni che vogliono sviluppare effetti virtuosi in un mondo imperfetto, dunque, non possono sempre svelare quello che faranno e quando. L’arte del governo, che non è la divinazione ma la costruzione del futuro, in parte, prevede ed impone un arcano che appartiene al buon governo. Ma appartiene anche al mal governo, paradossalmente. E, duque, il mondo è imperfetto, e bisogna prenderne atto agendo per piccoli e progressivi aggiustamenti virtuosi e non per palingenesi utopistiche sul mondo migliore.

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Un triangolo interessante: Bernanke, Rodrik e Stiglitz. Intorno alla resilience.

Sembra strano, ma le considerazioni di Stiglitz sul paradosso di una crisi, dove le banche vengono aiutate dai governi a ritrovare un equil ibrio interno mentre non riescono ad aiutare le imprese a ritrovare la strada degli investimenti e della crescita, viene in parte risolto da Bernanke in un commento del novembre 2011, riportato anche dal Sole 24 ore. Ed in un discorso nel Texas dedicato ad una riunione di soldati ed alle loro famiglie, tenuto proprio il 10 novembre, ha introdotto una ipotesi singolare in un lungo commento sulle azioni in corso da parte della Federal Reserve: “We’re working with the other agencies to significantly increase the financial reserves that banks–especially the largest banks that can put the financial system at risk–must hold against possible losses. The Fed and the other agencies also are toughening the restrictions on the kinds of financial transactions that banks can undertake and working to ensure that bankers’ compensation packages do not give them incentives to take excessive risks. We are requiring banks to compensate and assist foreclosed-upon homeowners who were unfairly treated. And, importantly, we are working to increase the resilience of the financial system as a whole against financial and economic shocks that may occur in the future. We are also collaborating with the Federal Deposit Insurance Corporation to implement new rules that will make it easier for the government to unwind big financial firms if they get into trouble, rather than being faced with the terrible choice of either bailing them out or risking the collapse of the financial system if they fail”.
Lavorare per aumentare la resilience del sistema finanziario come un tutto non è una espressione molto diffusa nei manuali di politica monetaria e vigilanza bancaria. Meno che mai in Europa o nel nostro paese. Significa che il sistema finanziario non è solo un insieme di imprese che rappresentano i pilastri del mercato finanziario, come le imprese sono, più in generale, i pilastri che consentono ai mercati di funzionare. Significa che il sistema finanziario è uno scheletro che deve ammortizzare i colpi delle crisi e degli shock che riceve l’economia e che deve, contemporaneamente, essere capace di far rimbalzare la recessione verso la crescita: deve essere capace di ammortizzare i colpi e di rilanciare la spinta espansiva nei mercati. Questa doppia funzione, resistere deformandosi e riproponendo ad un livello più robusto la posizione iniziale è una possibile definizione di resilience, resilienza, una parola molto usata prima dai fisici e, da una decina di anni, anche nelle scienze sociali. Per averne una idea vi rimandiamo a due paper di Rodrik ed ad un sito multidisciplinare che la racconta secondo vari profili di metodo e di contenuto. Ma torniamo a Bernanke, che si augura un sistema finanziario capace di trovare, anche grazie alla spinta della Federal Reserve, una propria capacità di resilience.
Questo significa che il sistema bancario, e più in generale l’insieme degli intermediari finanziari, presenta, non sembri paradossale, anche i tratti di una sorta di bene pubblico condiviso. Una rete capace di dare forma e spessore al processo dello sviluppo economico e, di conseguenza, alla diffusione del benessere.
La finanza, insomma, non è un problema ma una risorsa.
Ma bisogna saperla guidare, così come si guida il cambiamento utilizzando le leve della politica monetaria e di quella fiscale. Se non fosse stata questa la esigenza da soddisfare non sarebbero mai nate le banche centrali, che come è noto, vengono create molti secoli dopo l’esistenza dei banchieri e delle imprese. E proprio per questo motivo le banche centrali non sono solo autorità per governare i mercati ma, essendo i custodi della moneta e della relazione tra la moneta (il “primo” debito dei governi) ed i titoli (un debito dei governi, delle famiglie e delle imprese), sono anche una parte importante delle istituzioni pubbliche. La politica economica, insomma, la fanno le banche centrali ed i governi, insieme e non facendosi la guerra reciprocamente: come la finanza non serve per creare ostacoli all’economia o rapinarla. Simul stabunt, simul cadent: sono un sistema adattivo e, per certi versi autopoietico, una “superorganizzazione”. E per farle stare insieme, ci spiega Stiglitz, bisogna proprio che stiano insieme, simmetricamente ai mercati finanziari ed a quelli reali, anche e proprio gli Stati e le banche centrali. Negli stati Uniti si vede che le cose vanno in questo modo. In Europa non ancora. Speriamo che questo gap si chiuda quanto prima.

Scarica Curare l’economia di Joseph E. Stiglitz nella traduzione in italiano a cura di Roberta del Vaglio

Leggi anche:

Questa immagne è tratta da petalidicarta.blogspot.com

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Le azioni della BCE durante la recente crisi finanziaria. Intervento di Francesco Papadia all’IPE il 20/7/2011

Le azioni della BCE durante la recente crisi finanziaria; guarda

la relazione di Francesco Papadia, Direttore Generale per le operazioni di mercato della Banca Centrale Europea

alla fine dei master in Finanza Avanzata e in Bilancio, Revisione Contabile e controllo di Gestione presentata

il 20 Luglio 2011 all’IPE di Napoli.

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Mezzogiorno e Mediterraneo, un approccio di lungo periodo

Mezzogiorno e

Mediterraneo.
Un approccio di lungo periodo, oltre le cronache contingenti

1. La nuova geopolitica dell’Europa nel mercato globale: il mondo visto dal polo Nord

Ci sono due immagini mentali alle quali dobbiamo rinunciare se vogliamo capire quale sia l’equilibrio

geopolitico del mondo contemporaneo.
La prima è l’immagine dell’Europa come centro del mondo.
La seconda è la percezione delle differenze interne, che segmentano la struttura economica e la identità

culturale dell’Unione Europea. Le due segmentazioni impediscono che il vecchio continente, anche non essendo più

il centro del mondo, possa esercitare un ruolo davvero paritario con gli altri grandi del pianeta.
Per quanto riguarda la prima immagine basta consultare le

mappe offerte da Espon, un centro di ricerche ed analisi promosso proprio dall’Unione Europea, per decifrare

e spiegare le dinamiche geopolitiche dl mondo contemporaneo.
L’immagine tradizionale del planisfero – la mappa ellissoidale che ognuno ha scrutato sulle pareti delle aule

nelle scuole elementari – presentava il Mediterraneo al centro del mondo, sovrastato dall’Europa. I maestri ci

dicevano che quel mare era stato per Roma, nella sua stagione imperiale, il mare nostrum. Ora le mappe

del mondo si disegnano ponendo al centro dell’immagine il polo nord e mostrando come, in una sorta di spicchi

che si protendono dal Nord al Sud, si allarghino le grandi masse continentali e si articolino le differenze tra

economie e culture che su quei continenti sviluppano la propria attività sociale e politica. Dall’anno nel quale

siamo entrati nel terzo millennio, il mitico 2000, ed una parte dei paesi europei ha adottato la moneta

unica, l’euro, le dinamiche economiche del mondo si sono progressivamente divaricate.
Un gruppo di paesi ha progressivamente accelerato la propria crescita.
Si tratta dei BRICS, un acronimo coniato da una grande banca internazionale Goldman Sachs: Brasile, Russia, India, Cina, Sud

Africa.
I paesi sviluppati crescono meno, ma controllano ancora larga parte dell’economia mondiale. (vd. nota 1) Il peso

politico dei BRICS, tuttavia, ha generato, nel decennio alle nostre spalle, una trasformazione radicale degli

organismi attraverso i quali si cerca di coordinare le politiche alla scala globale. Il G7, la conferenza

periodica che riuniva i sette paesi più sviluppati del mondo, ha progressivamente ceduto il passo ad un

G20, che include anche i “debuttanti”: quei paesi che hanno accelerato il ritmo del proprio sviluppo e che,

di conseguenza, generando una massa crescente della ricchezza mondiale pretendono di partecipare alla

discussione su come utilizzare le risorse di cui dispone il pianeta.
E veniamo alla segmentazione interna dell’Unione Europe.
L’opzione della integrazione europea è stata la risposta alla doppia tragedia delle guerre

mondialiche hanno lacerato l’Europa nel novecento. Ma il progetto, avviatosi negli anni cinquanta, si arena

progressivamente nei decenni successivi. La decisione di rilanciare il percorso della integrazione matura negli

anni novanta e fa perno sulla creazione di una moneta unica per un grande mercato comune. Nasce un club

monetario che si concretizza nel 2000: alla moneta unica si affianca un patto di stabilità monetaria che

include regole di coordinamento ed indici di sicurezza per la gestione della finanza pubblica. Nel 2004

entra in crisi il sistema dei paesi inclusi nell’area di influenza della ex Unione Sovietica. L’Unione Europea

decide di offrire una opzione in direzione di moderne economie di mercato a queste nazioni, senza guida politica

e senza una economia ragionevolmente strutturata. Ma anche ricche di risorse umane molto qualificate e dotate di

un notevole potenziale di espansione.
A questi paesi viene offerta la partecipazione ad un club commerciale, ad un mercato unico ma, in questo modo,

nasce una contraddizione tra i paesi dell’Europa Latina, quelli che erano la parte dominante del club monetario

ed i paesi dell’Europa orientale, che rappresentano anche la parte prevalente del club commerciale ed,

insieme, la parte emergente, in termini di rapidità della crescita: perché non erano soggetti ai vincoli imposti

dal patto di stabilità e crescita, al quale sono tenuti i paesi del club monetario, ed alla condivisione di un

regime di welfare, ed alle prassi consolidate del mercato del lavoro presenti nell’area dei paesi latini (vd.

nota 2). Con il 2007 si manifesta la prima crisi finanziaria del mercato globale, che tocca il suo apice nel

2008, convenzionalmente indicato nel fallimento della Lehman Brothers. Il 2009 segna la conclusione della

fase acuta della crisi finanziaria, ed il punto più basso del clima recessivo che la crisi ha generato,

nonostante le pesanti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, per evitare l’effetto domino di un

collasso generalizzato degli intermediari finanziari.
Superato il 2009 si manifestano due squilibri generalizzati nella ripresa del processo di crescita:

quello dei deficit pubblici, per i paesi dell’Europa latina, e quello degli squilibri nelle bilance

commercialidi parte corrente tra le economie delle nazioni europee e quelle dei paesi in rapida crescita: i

BRICS.
La Germania, in particolare, risulta essere l’unico paese europeo che ha un tasso di crescita, prima

comparabile e poi superiore a quello degli Stati Uniti, ma inferiore a quello della Cina e del far east. La

Germania, nel corso dell’ultimo decennio, è diventata il perno di un sistema geopolitico potenziale che si

colloca ad oriente dell’Unione Europea e che include anche la Russia. Tra Russia e Germania esiste uno scambio

tra tecnologia e risorse energetiche che rafforza entrambe. A questa coppia si aggiunge anche un triangolo. La

Germania è, parallelamente, il vertice di un sistema che include i paesi dell’area baltica e quelli dell’est

europeo che appartengono al club commerciale e non al club monetario del vecchio continente. Il mar baltico è

una sorta di “mare nostrum” per i partecipanti al triangolo e rappresenta un punto di coordinamento e sviluppo

urbano dei mercati e dei consumi per quei paesi. Il triangolo offre la possibilità alla Germania di usare

le tecnologie di cui dispone per realizzare – attraverso i paesi delle’Europa orientale che hanno bassi costi di

produzione – beni e servizi da cedere ai paesi del nord Europa ed ai paesi che crescono rapidamente: la Cina, il

Brasile, il Far East Asia.
La Germania, ovviamente, esporta anche nei paesi del club monetario europeo: salvaguardata dalla circostanza che

l’euro, anche se rafforzatosi quasi ad un cambio di 1,5 verso il dollaro, impedisce ai paesi del club monetario

di fare dumping valutario verso la Germania stessa (vd. nota 3). Il dollaro si deprezza, invece, verso le monete

dei paesi emergenti e, dunque, la Germania può essere, come in effetti è, l’unica economia europea che cresce al

ritmo medio del commercio mondiale. Mentre l’Europa latina ristagna, bloccata dal valore dell’euro, rispetto

alle monete del resto del mondo, e dalla crisi della finanza pubblica che si manifesta in quasi tutti i paesi

che essa include. Il fatto che le banche locali tedesche abbiano in portafoglio titoli pubblici della Grecia, o

del Portogallo, rappresenta, in questo momento l’unica fragilità latente del modello tedesco. Come è facile

capire dalle cronache recenti, invece, si è messo in moto, sul fronte meridionale dei confini europei, ma

maturerà nel tempo, un processo simile al sistema di relazioni che fanno perno sulla Germania. Parliamo,

evidentemente della crisi e del processo di trasformazione del regime di Governo nei paesi della costa

meridionale del Mediterraneo.
Questa crisi dei paesi del

nord africa vede la Francia come leader operativo del gruppo internazionale di intervento su quelle aree.

Nella fase di tutela della popolazione e ripristino di un ragionevole equilibrio istituzionale. In futuro la

Francia potrebbe, mutatis mutandis, assumere un ruolo di snodo e coordinamento analogo a quello che la Germania

esercita verso la Russia ed il triangolo baltico. La Francia e la Germania diventerebbero, in altre parole, le

due economie di relazione, le due cerniere con i continenti limitrofi, verso oriente e verso il sud del mercato

europeo.
L’Europa sarebbe, ancora una volta, guidata dall’asse francotedesco: come ai tempi del regno di Francia e

dell’impero continentale che apparteneva a Carlo V. Allora sull’impero non tramontava mai il sole ed esso era il

centro del mondo sviluppato. Germania e Francia saranno, invece, le colonne portanti della regione europea ma

anche i ponti di accesso capaci di collegare la regione europea alle altre aree mondiali in espansione.

Resterebbe poco spazio economico ed un ancora più esiguo ruolo politico per il nostro paese in questo contesto,

purtroppo Una opzione l’Italia, tuttavia, potrebbe ancora cercare di sviluppare, per assumere un ruolo nella

gestione della cerniera meridionale dell’Europa: quella che la vede fronteggiare il sistema delle nazioni

nordafricane, alle quali, in futuro, potrebbe affiancarsi l’area dei paesi balcanici, la Turchia e la regione

del Medio oriente.
Ci riferiamo al caso della soluzione adottata a Bretton Woods nel 1944.
Al Fondo Monetario Internazionale venne affidato il coordinamento degli squilibri temporanei delle

bilance di pagamenti tra paesi.
Mentre, alla Banca Mondiale, era assegnato l’obiettivo di sostenere i “paesi sottosviluppati” per

accompagnare quei paesi verso l’uscita dalla condizione di importatori netti, garantendo trasferimenti di

risparmio addizionale e monitorando l’investimento di quei flussi di risparmio: perché si traducessero in

investimenti capaci di allargare la creazione di reddito nei paesi stessi, arrivando progressivamente ad un

volume di prodotto interno lordo capace di alimentare con risparmio nazionale il volume degli investimenti

coerente con il pieno impiego delle risorse umane disponibili.
Creare oggi una grande istituzione finanziaria del Mezzogiorno sarebbe certamente utile ed opportuno.
Al suo capitale dovrebbero partecipare organismi internazionali, qualche banca estera che le conferisca una

sistema di relazioni a scala mondiale, imprese e risparmiatori del Mezzogiorno. Questa banca dovrebbe creare un

organizzazione di elevata reputazione professionale: capace di raccogliere risparmio nel mondo ed utilizzarlo

per portare le imprese meridionali sul mercato mondiale.
Sarebbe intelligente immettere in questo progetto larghissima parte dei fondi erogati dall’Unione Europea per le

politiche di sviluppo e coesione, piuttosto che frammentare la loro utilizzazione in effimeri traguardi locali

(vd nota 4).

2. L’economia italiana: Dalla Cassa del Mezzogiorno alla “pentola bucata”

A partire dagli anni novanta si nota, nella dinamica delle esportazioni italiane, una contrazione progressiva

della loro quota sul mercato internazionale, sia in valore che in volume. Il fenomeno si presenta in termini

aggregati, e questa circostanza induce a considerarlo come un effetto di una progressiva perdita della capacità

di competere del nostro sistema economico (vd nota 5). Ma molte analisi puntuali su imprese, e sistemi o reti di

imprese tra loro collegate, mostrano che esiste, e si manifesta, una capacità di aumentare la dimensione delle

rispettive produttività e capacità di competere, ribaltando la tendenza, almeno per quelle imprese e reti di

imprese, alla contrazione delle quote di mercato internazionale. Esiste, in altre parole, sia un problema di

produttività di sistema, che penalizza l’economia italiana come un tutto, comprimendone la capacità di

competere, che un problema di produttività aziendale che consentirebbe, una volta risolto, di aumentare

la capacità di competere. Ma solo a condizione che le imprese, capaci di ottenere un tale incremento della

propria produttività aziendale, generassero l’effetto di più che compensare il declino della produttività di

sistema (vd nota 6).
La bassa produttività si combina con una seconda fenomenologia.
Se, in una determinata area del paese si registrasse in maniera ricorrente e sistematica una progressiva

posizione di credito o di debito commerciale verso il resto dell’economia italiana, ed il resto del mondo, se ne

dovrebbe trarre la conclusione che in quelle aree, anche in presenza di imprese competitive alla scala del

mercato internazionale, il sistema come un tutto sarebbe incapace di ribaltare il segno della propria bilancia

commerciale e, dunque, verrebbe confermata l’ipotesi di un persistente dualismo tra le due Italie.
Un dualismo che imporrebbe, anche alle imprese di successo dell’area importatrice netta, di dover

convivere con un regime di bassa produttività media del territorio di riferimento per la propria produzione. Ne

seguirebbe la conseguenza che, fermi restando i costi frizionali relativi alla effettiva delocalizzazione della

produzione industriale da quelle aree, aumenterebbe l’incentivo per le imprese a lasciare l’area di

localizzazione, in una ottica di medio periodo (vd nota 7).
E se questa opzione strategica si traducesse in una scelta effettiva, allora quell’area del paese assisterebbe

ad una contrazione delle dimensioni della propria base industriale e, di conseguenza, ad un aumento ulteriore

della posizione di debito verso il commercio internazionale, e di quella, simmetrica, di dipendenza dai flussi

finanziari provenienti dall’esterno, allargando il dualismo tra quelle aree e le rimanenti aree del paese.

Esiste, insomma, una sorta di inerzia dinamica che esaspera il dualismo in presenza di uno scarto

sistematico tra produttività aziendale e produttività di sistema nelle singole regioni italiane. Circostanza che

si riproporrebbe ad una scala allargata, come le nazioni europee, se e quando se ne presentasse la medesima

manifestazione. Paolo Savona, insieme ad un gruppo di economisti, mostra, in un recente volume, sia la

persistenza nel tempo, dal 1995 al 2005, di posizioni , di credito o debito, nelle bilance dei pagamenti

regionali che la correlazione tra regioni importatrici dalle altre regioni e regioni importatrici dal resto del

mondo. Ed anche della medesima correlazione tra regioni esportatrici verso altre regioni italiane e regioni

esportatrici verso il resto del mondo.
Rimandiamo il lettore al volume in questione (vd nota 8).
Nel 1992, l’ultima

svalutazione della lira, prima dell’ingresso nella moneta unica europea, aveva offerto una ulteriore deriva

positiva all’economia del centro nord. Quella deriva si è arenata sugli scogli della bassa produttività reale,

delle imprese e del sistema, una volta inibito il ricorso alla svalutazione ed avendo subito il progressivo

apprezzamento della moneta unica rispetto al livello iniziale di emissione della stessa (vd nota 9). Il tratto

dominante di questa criticità, tuttavia, non sembra riassumibile in una generica ed indistinta categoria, il

declino progressivo del paese, ma piuttosto riconducibile ad una sorta di ambiguità: il dualismo nella

fenomenologia economica italiana presenta un tratto di ambiguità nel senso che emergono forme nuove ed

innovative, in alcune aree ma esse non riescono a restituire, al paese come un tutto, un tratto identitario

complessivamente innovativo.
Il nostro paese – e questa è una prima conclusione, un giudizio sullo stato delle cose – è diventato

un insieme sempre più ipoadditivo: la somma delle sue fenomenologie appare sistematicamente inferiore al

valore del paese come un tutto, come l’insieme di quelle fenomenologie.

3. La morale della favola

Partiamo da uno condizione di fatto: l’Italia è un’economia in crisi da molto prima della crisi. È stata

un’economia incapace di crescere negli ultimi dieci, forse quindici anni. Se guardiamo alle analisi dei

principali organismi internazionali, dal Fondo monetario internazionale all’OCSE, troviamo il nostro paese in

coda nella graduatoria della crescita: da molto prima della turbolenza finanziaria e forse anche da prima che

fosse adottata la moneta unica, l’Euro (vd nota 10).
A questa prima considerazione se ne deve aggiungere una seconda. Quella relativa alla politica fiscale: siamo un

paese ad elevata pressione fiscale e, se sommiamo, i contributi previdenziali al gettito fiscale

arriviamo a livelli di redistribuzione veramente eccessivi.
Abbiamo uno Stato che estrae più della metà del reddito dal sistema economico per ridistribuirlo con una qualità

dei servizi che, spesso, risulta inferiore a quella dei paesi in via di sviluppo.
Infine dobbiamo ricordare che sono la bassa produttività di sistema ed il dualismo economico tra Nord e Sud che

ostacolano la crescita.
Il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno è mediamente un quarto di quello italiano, oscilla tra il 24 e

il 26%; la popolazione del Mezzogiorno è pari a un terzo di quella totale italiana; i disoccupati sono

la metà del totale nazionale e un quarto delle famiglie italiana povere vive nel Mezzogiorno.Inoltre,

secondo dati elaborati da Mediobanca ed Unioncamere (vd nota 11), un decimo delle piccole e medie imprese che si

aggregano ed esportano nel mercato mondiale, sono localizzate nel Mezzogiorno mentre in Lombardia la quota di

questa tipologia di imprese arriva al 30% del totale nazionale. Guardando a questi numeri il Mezzogiorno

dovrebbe avere uno standard di benessere ancora più basso di quello che si può osservare.
Il benessere aggiuntivo dipende dal fatto che la politica di sostegno nazionale ha reso l’economia meridionale

dipendente dalla spesa pubblica, generando l’effetto “pentola bucata” di cui si è già detto. Questa

politica ha avuto due picchi, il primo negli anni ’80, dopo il terremoto e grazie alla legislazione che ne

derivò: quando si manifestò una imponente dimensione di flussi di spesa pubblica che, invece di riequilibrare la

base economica, espandendone le dimensioni rispetto alla base demografica, si tradusse in una redistribuzione di

risorse monetarie alla popolazione, innalzando la capacità di spesa ed il reddito disponibile delle famiglie.

Con un clamoroso effetto sulle importazioni nette. Gli anni ’90 erano stati anni di basso profilo congiunturale,

seguiti alla crisi finanziaria del ’92, alla svalutazione della lira ed alla deflazione della maximanovra

realizzata con la legge finanziaria. Nel 2000 arriva la moneta unica ma anche Agenda 2000, con

un’ulteriore spesa aggiuntiva nel Mezzogiorno.
Dopo la nascita dell’Euro l’Italia non è più esportatrice netta, anche perché non è solo il Sud a funzionare

come una pentola bucata. Esiste uno squilibrio tra base demografica e base economica ma i fondi monetari spesi

nel Mezzogiorno non generano né infrastrutture, né nuove imprese, capaci di produrre a prezzi competitivi

rispetto al mercato interno ed internazionale. Quei fondi si traducono essenzialmente in un sussidio al reddito

e, quindi, ai consumi delle famiglie. E, parallelamente, nell’ultimo decennio anche le regioni del Nord e del

Centro diventano importatrici nette. L’intera economia italiana consuma più di quanto produca: non è più in

grado di essere esportatrice netta. In queste condizioni immaginare politiche della crescita è abbastanza

difficile. Né risulta sufficiente ipotizzare un “Piano per il Sud”.
Vorrebbe dire bruciare per la terza volta, risorse monetarie per aumentare le importazioni. Ripeteremmo

l’esperienza poco efficace che abbiamo sperimentato con agenda 2000 e negli anni ‘80 con il terremoto. D’altra

parte la stessa opzione del federalismo presenta una scarsa credibilità: non posso dare servizi standard se il

Mezzogiorno presenta un terzo della popolazione ed un quarto del reddito.
Ci vorrebbe un meccanismo compensativo.
Nel Sud, infine, si è sviluppata una grande estensione del lavoro nero e del lavoro opaco. Quali sono gli

svantaggi economici e fiscali del lavoro nero e del lavoro opaco? Il primo è di carattere oggettivo, c’è meno

gettito fiscale. In questo modo si accentua ulteriormente lo squilibrio tra qualità dei servizi e copertura

finanziaria degli stessi. Nel Sud alla riduzione del gettito corrispondono servizi pessimi ma comunque pagati

dal gettito generato dal maggiore reddito del Nord. Ma c’è una seconda conseguenza, più pericolosa sotto il

profilo della dinamica sociale: il lavoro nero, che riduce il gettito fiscale e previdenziale, è una forma di

dumping verso le altre imprese e crea un’area grigia, una terra di nessuno dove si sviluppa anche il lavoro nero

criminale. L’attività organizzata della delinquenza, nel Mezzogiorno è in qualche modo favorita dal fatto che

esista una diffusa illegalità. Quindi il problema del Mezzogiorno oggi non è tanto quello di battere la forza e

l’aggressività delle bande camorristiche – compito che le forze di polizia svolgono comunque – ma contenere la

illegalità diffusa, altrimenti rimane aperta questa zona grigia nella quale crescono malessere e patologia

sociale. Occorre immaginare, insomma, un percorso di riorganizzazione delle politiche pubbliche e creare

condizioni di sistema che consentano al paese di produrre di più.
Se riuscissimo a realizzare la riorganizzazione delle politiche pubbliche, allora il Mezzogiorno sarebbe

lo strumento per ritrovare la strada della crescita. E se la nuova crescita ci consentisse di riequilibrare

il rapporto tra popolazione e dimensione della base economica, nonché quello tra legalità e illegalità,

sarebbe interessante anche per capitali ed imprese estere venire ad investire in Italia. Naturalmente

occorrerebbe il supporto di un sistema di intermediari finanziari specializzati che dovrebbe trasferire

risparmio in Italia ed, all’interno dell’Italia, accentuare la capacità di trasferimento dal risparmio

all’investimento. La banca di sviluppo per il Mediterraneo di cui si è già detto sarebbe una parte importante di

questa riforma del mercato e degli intermediari bancari nel Mezzogiorno . Allargare la crescita nel Sud allarga

la crescita dell’Italia e ne riduce la fragilità finanziaria, aprendo al paese una prospettiva di sviluppo a

ritmi allineati con la media mondiale, anche grazie alla ripresa delle connessioni finanziarie e commerciali con

il resto del mondo.
L’Italia ha bisogno di aprirsi agli scambi e non di dividersi in perimetri subnazionali, che finirebbero

per essere tentati da ambizioni e suggestioni di tipo autarchico e non spinti ad accettare le logiche

dell’integrazione e della cooperazione economica internazionale.
Una segmentazione federale dell’Italia ne riduce la visibilità sul mercato mondiale e ne impedisce una crescita

più sostenuta.
E questa mancata crescita sarebbe un problema per lo squilibrio tra la dimensione del debito pubblico e la

necessità di politiche pubbliche capaci di correggere le patologie del paese. Ma anche un problema che, cumulato

con gli altri squilibri dell’Europa latina, comprometterebbe anche il destino di quella “penisola del continente

asiatico” che l’Europa ha una probabilità crescente di diventare.

NOTE

1 Si veda il l World Economic Outlook (WEO) April 2011. Download at

http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/01/index.htm

2 Sui rischi e le opportunità dell’allargamento si rinvia a C. Imbriani e M. Lo Cicero, Gli effetti

dell’allargamento dell’Unione Europea. Politiche industriali compatibili e disuguaglianze strutturali, in

Politica Agricola Internazionale, n. 2, aprile-giugno 2003.
3 L’euro, al 4 gennaio del 1999 quota 1,178 sul dollaro americano mentre, negli ultimi mesi si è attestato

nell’intorno superiore di 1,400 dopo aver toccato il suo massimo, a quota 1,590, alla data del 15 luglio nel

2008.
4 Di una simile prospettiva si può leggere sia in Massimo Lo Cicero, Sud a Perdere? Rimorsi, rimpianti e

premonizioni, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010 che in un recente articolo di Alberto Quadrio Curzio, Il

progetto economico europeo e la realizzazione italiana, pubblicato il 3 aprile 2011 sul Corriere della Sera.
Un simile approccio si può ricollegare al World Development Report della banca Mondiale, Building Institutions

for Markets, che si può consultare at

http://wdronline.worldbank.org/worldbank/a/c.html/world_development_report_2002/abstract/WB.0-1952-1606-7.abstra

ct.
5 Mario Draghi ha affrontato questo tema in tre occasioni pubbliche durante il 2010.
Nelle “Considerazioni Finali” sull’andamento dell’economia italiana nel 2009, lette il 31 maggio,
Il Governatore scrive che “Nell’Unione monetaria stagnazione, disoccupazione e, alla lunga, tensioni nel

bilancio pubblico sono l’inevitabile conseguenza della perdita di competitività.
La correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita. Nei dieci anni precedenti la

crisi, la produttività di un’ora lavorata è salita del 3 per cento in Italia, del 14 nell’area dell’euro. Negli

stessi anni l’economia italiana è cresciuta del 15 per cento, contro il 25 dei paesi dell’area. Il tasso di

occupazione degli italiani resta basso, 57 per cento nel 2009, 7 punti meno che nell’area; il divario è più

ampio per i giovani e raggiunge 12 punti per le donne. In molte altre occasioni abbiamo affrontato il tema delle

riforme strutturali. La crisi le rende più urgenti: la caduta del prodotto accresce l’onere per il finanziamento

dell’amministrazione pubblica; i costi dell’evasione fiscale e della corruzione divengono ancora più

insopportabili; la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani”. Nell’intervento alla

Giornata mondiale del Risparmio, il 28 ottobre, Draghi traccia un bilancio delle divergenze sulla politica

economica nelle diverse aree dell’economia mondiale. “La ripresa dell’economia è forte nei paesi emergenti,

debole negli Stati Uniti, diseguale nell’area dell’euro. Le risposte di politica economica sono difformi. Le

politiche monetarie restano ovunque espansive, ma mentre nell’area dell’euro si inizia a discutere di un

rientro, negli Stati Uniti si preannunciano ulteriori ampliamenti della liquidità attraverso acquisti di titoli

del Tesoro da parte della Riserva Federale. In Europa le politiche di bilancio sono ormai decisamente orientate

a contenere i disavanzi e a ridurre il debito; non così altrove. Interventi sui cambi sono utilizzati in alcuni

paesi per sostenere le esportazioni. Gli squilibri nei pagamenti internazionali tornano ad ampliarsi; le valute

il cui cambio è lasciato alla determinazione del mercato risentono del divaricarsi delle politiche e delle

conseguenti tensioni speculative; la stessa ripresa mondiale è a rischio. Non vi è altra risposta che un più

stretto coordinamento tra le politiche economiche dei principali paesi”.
Ed, infine, nella lezione magistrale che tiene nella Università di Ancona il 5 novembre: “Secondo le stime del

Fondo Monetario Internazionale, la quota dell’area dell’euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, a

parità di potere d’acquisto, scenderà al 13 nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti asiatici

raddoppierà, dal 15 al 29 per cento: non tanto a causa della crescita della popolazione, quanto per l’aumento

del PIL per abitante, che passerà nel 2015 al 20 per cento di quello dell’area dell’euro, dall’8 del 2000. È

sufficiente questo dato per descrivere il mutamento radicale negli equilibri economici mondiali. La nostra

economia ne risente più di altre. Essa manifesta da anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti; l’ultima

recessione ha fatto diminuire il PIL italiano di quasi 7 punti. Abbiamo subito una evidente perdita di

competitività rispetto ai nostri principali partner europei. Tra il 1998 e il 2008, nei primi dieci anni

dell’Unione monetaria, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per

cento in Italia, del 15 in Francia; è addirittura diminuito in Germania. Questi divari riflettono soprattutto i

diversi andamenti della produttività del lavoro: in quel decennio, secondo i dati disponibili, la produttività è

aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 in Francia, solo del 3 in Italia. Nello stesso periodo il costo

nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento: più che in Germania (20 per cento), molto

meno che in Francia (37 per cento). La maggiore inflazione italiana ha contenuto i salari reali, allineandone la

dinamica a quella tedesca (3 per cento nel decennio); ma in Germania le retribuzioni orarie medie, all’inizio

del periodo, erano di oltre il 50 per cento maggiori delle nostre. In Francia le retribuzioni reali orarie sono

aumentate del 16 per cento. Per comprendere le difficoltà di crescita dell’Italia, dobbiamo innanzitutto

interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività. I fattori sono molteplici. Alcuni sono

simili a quelli che distinguevano il “modello di sviluppo tardivo” dell’Italia, come lo definì Fuà: marcati e

persistenti dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro. La loro origine stava per Fuà nella

difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative
e produttive sviluppate nei paesi leader. Ne derivava una segmentazione della struttura produttiva tra imprese

“moderne” e “pre-moderne”, con ampie differenze di produttività, che si riflettevano nelle retribuzioni. La

dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando

l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al

sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda

principalmente i prodotti e la loro diversificazione: per le imprese più piccole si rivela sempre più difficile

sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale. Nel mercato del lavoro il dualismo

si è accentuato. Rimane diffusa l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale

delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato

l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori

paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro

precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su

produttività e profittabilità. Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca

d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei

inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero”.
6 Questa interpretazione appare, in maniera compiuta, nel rapporto curato dal Centro Studi Confindustria, dal

titolo Le sfide della politica economica, per rafforzare l’Italia, Autunno 2010, Roma 13 settembre 2010. E verrà

successivamente riproposta in maniera sempre più analitica, fino ai documenti allegati all’ultima assemblea

annuale della Confindustria, tenutasi a Roma il 23 maggio 2011.
7 In questo caso, le imprese competitive dell’area importatrice netta scontano una esternalità negativa che

deriva dalle condizioni di contesto nell’area in cui si trovano, cioè dalla bassa produttività di sistema, che

impone loro di integrarsi verticalmente, aumentando i propri costi fissi, essendo inesistente od inefficace la

fornitura dall’esterno di servizi che trasformerebbero quei costi fissi in costi variabili. Queste imprese di

successo devono scontare un aumento del proprio break even point a parità di prezzi e di domanda internazionale.

Ed, in casi nei quali la domanda internazionale sia stagnante, o si presenti una contrazione dei prezzi

internazionali, risultano penalizzate da questa circostanza. Il loro dilemma strategico diventa una scelta tra

la negatività minore, integrarsi verticalmente e scontare l’aumento dei costi fissi, o delocalizzare e scontare

i costi di trasferimento in un’altra localizzazione.
8 Si veda Riccardo De Bonis, Zeno Rotondi, Paolo Savona ( A cura di ), prefazione di Roberto Nicastro, Sviluppo,

rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane, Editori Laterza Unicredit, Roma – Bari 2010. Per ulteriori

valutazioni sul contenuto del volume si veda Massimo Lo Cicero, Cause e conseguenze della trasformazione

dell’economia meridionale in una “pentola bucata”, in economia Italiana numero 3/2010
9 L’euro, al 4 gennaio del 1999 quota 1,178 sul dollaro americano mentre, negli ultimi mesi si è attestato

nell’intorno superiore di 1,400 dopo aver toccato il suo massimo, a quota 1,590, alla data del 15 luglio nel

2008.
10 Anche l’Istat , oltre gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, l’ultimo rapporto

del quale è stato citato precedentemente, nel suo ultimo Rapporto annuale – La situazione del paese nel 2010 –

conferma questo giudizio. Si veda, in particolare la tavola esposta alla pagina 13. Il rapporto si può scaricare

at http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/rapporto_2011.pdf
11 Si veda “Le medie imprese industriali italiane”, un rapporto annualmente implementato negli ultimi dieci

anni. Che si può leggere at http://www.mbres.it/ita/mb_pubblicazioni/imprese.htm

Questo articolo è apparso su Alternative per il

socialismo, bimestrale diretto da Fausto Bertinotti

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La banca del Sud, la pulzella che diventò zitella


La banca del Sud
La pulzella che diventò zitella
E nessuno la voleva più sposare

Correva l’anno 2004 e Giulio

Tremonti non era più ministro dell’economia. Al suo posto c’era Domenico Siniscalco che doveva fronteggiare

due problemi. Secondo un commento di Luigi Spaventa, apparso su La Repubblica, la qualità della spesa pubblica

italiana era allineata agli standard europei solo nella sua dimensione quantitativa. Read the rest of this entry »