Mezzogiorno e
Mediterraneo.
Un approccio di lungo periodo, oltre le cronache contingenti
1. La nuova geopolitica dell’Europa nel mercato globale: il mondo visto dal polo Nord
Ci sono due immagini mentali alle quali dobbiamo rinunciare se vogliamo capire quale sia l’equilibrio
geopolitico del mondo contemporaneo.
La prima è l’immagine dell’Europa come centro del mondo.
La seconda è la percezione delle differenze interne, che segmentano la struttura economica e la identità
culturale dell’Unione Europea. Le due segmentazioni impediscono che il vecchio continente, anche non essendo più
il centro del mondo, possa esercitare un ruolo davvero paritario con gli altri grandi del pianeta.
Per quanto riguarda la prima immagine basta consultare le
mappe offerte da Espon, un centro di ricerche ed analisi promosso proprio dall’Unione Europea, per decifrare
e spiegare le dinamiche geopolitiche dl mondo contemporaneo.
L’immagine tradizionale del planisfero – la mappa ellissoidale che ognuno ha scrutato sulle pareti delle aule
nelle scuole elementari – presentava il Mediterraneo al centro del mondo, sovrastato dall’Europa. I maestri ci
dicevano che quel mare era stato per Roma, nella sua stagione imperiale, il mare nostrum. Ora le mappe
del mondo si disegnano ponendo al centro dell’immagine il polo nord e mostrando come, in una sorta di spicchi
che si protendono dal Nord al Sud, si allarghino le grandi masse continentali e si articolino le differenze tra
economie e culture che su quei continenti sviluppano la propria attività sociale e politica. Dall’anno nel quale
siamo entrati nel terzo millennio, il mitico 2000, ed una parte dei paesi europei ha adottato la moneta
unica, l’euro, le dinamiche economiche del mondo si sono progressivamente divaricate.
Un gruppo di paesi ha progressivamente accelerato la propria crescita.
Si tratta dei BRICS, un acronimo coniato da una grande banca internazionale Goldman Sachs: Brasile, Russia, India, Cina, Sud
Africa.
I paesi sviluppati crescono meno, ma controllano ancora larga parte dell’economia mondiale. (vd. nota 1) Il peso
politico dei BRICS, tuttavia, ha generato, nel decennio alle nostre spalle, una trasformazione radicale degli
organismi attraverso i quali si cerca di coordinare le politiche alla scala globale. Il G7, la conferenza
periodica che riuniva i sette paesi più sviluppati del mondo, ha progressivamente ceduto il passo ad un
G20, che include anche i “debuttanti”: quei paesi che hanno accelerato il ritmo del proprio sviluppo e che,
di conseguenza, generando una massa crescente della ricchezza mondiale pretendono di partecipare alla
discussione su come utilizzare le risorse di cui dispone il pianeta.
E veniamo alla segmentazione interna dell’Unione Europe.
L’opzione della integrazione europea è stata la risposta alla doppia tragedia delle guerre
mondialiche hanno lacerato l’Europa nel novecento. Ma il progetto, avviatosi negli anni cinquanta, si arena
progressivamente nei decenni successivi. La decisione di rilanciare il percorso della integrazione matura negli
anni novanta e fa perno sulla creazione di una moneta unica per un grande mercato comune. Nasce un club
monetario che si concretizza nel 2000: alla moneta unica si affianca un patto di stabilità monetaria che
include regole di coordinamento ed indici di sicurezza per la gestione della finanza pubblica. Nel 2004
entra in crisi il sistema dei paesi inclusi nell’area di influenza della ex Unione Sovietica. L’Unione Europea
decide di offrire una opzione in direzione di moderne economie di mercato a queste nazioni, senza guida politica
e senza una economia ragionevolmente strutturata. Ma anche ricche di risorse umane molto qualificate e dotate di
un notevole potenziale di espansione.
A questi paesi viene offerta la partecipazione ad un club commerciale, ad un mercato unico ma, in questo modo,
nasce una contraddizione tra i paesi dell’Europa Latina, quelli che erano la parte dominante del club monetario
ed i paesi dell’Europa orientale, che rappresentano anche la parte prevalente del club commerciale ed,
insieme, la parte emergente, in termini di rapidità della crescita: perché non erano soggetti ai vincoli imposti
dal patto di stabilità e crescita, al quale sono tenuti i paesi del club monetario, ed alla condivisione di un
regime di welfare, ed alle prassi consolidate del mercato del lavoro presenti nell’area dei paesi latini (vd.
nota 2). Con il 2007 si manifesta la prima crisi finanziaria del mercato globale, che tocca il suo apice nel
2008, convenzionalmente indicato nel fallimento della Lehman Brothers. Il 2009 segna la conclusione della
fase acuta della crisi finanziaria, ed il punto più basso del clima recessivo che la crisi ha generato,
nonostante le pesanti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, per evitare l’effetto domino di un
collasso generalizzato degli intermediari finanziari.
Superato il 2009 si manifestano due squilibri generalizzati nella ripresa del processo di crescita:
quello dei deficit pubblici, per i paesi dell’Europa latina, e quello degli squilibri nelle bilance
commercialidi parte corrente tra le economie delle nazioni europee e quelle dei paesi in rapida crescita: i
BRICS.
La Germania, in particolare, risulta essere l’unico paese europeo che ha un tasso di crescita, prima
comparabile e poi superiore a quello degli Stati Uniti, ma inferiore a quello della Cina e del far east. La
Germania, nel corso dell’ultimo decennio, è diventata il perno di un sistema geopolitico potenziale che si
colloca ad oriente dell’Unione Europea e che include anche la Russia. Tra Russia e Germania esiste uno scambio
tra tecnologia e risorse energetiche che rafforza entrambe. A questa coppia si aggiunge anche un triangolo. La
Germania è, parallelamente, il vertice di un sistema che include i paesi dell’area baltica e quelli dell’est
europeo che appartengono al club commerciale e non al club monetario del vecchio continente. Il mar baltico è
una sorta di “mare nostrum” per i partecipanti al triangolo e rappresenta un punto di coordinamento e sviluppo
urbano dei mercati e dei consumi per quei paesi. Il triangolo offre la possibilità alla Germania di usare
le tecnologie di cui dispone per realizzare – attraverso i paesi delle’Europa orientale che hanno bassi costi di
produzione – beni e servizi da cedere ai paesi del nord Europa ed ai paesi che crescono rapidamente: la Cina, il
Brasile, il Far East Asia.
La Germania, ovviamente, esporta anche nei paesi del club monetario europeo: salvaguardata dalla circostanza che
l’euro, anche se rafforzatosi quasi ad un cambio di 1,5 verso il dollaro, impedisce ai paesi del club monetario
di fare dumping valutario verso la Germania stessa (vd. nota 3). Il dollaro si deprezza, invece, verso le monete
dei paesi emergenti e, dunque, la Germania può essere, come in effetti è, l’unica economia europea che cresce al
ritmo medio del commercio mondiale. Mentre l’Europa latina ristagna, bloccata dal valore dell’euro, rispetto
alle monete del resto del mondo, e dalla crisi della finanza pubblica che si manifesta in quasi tutti i paesi
che essa include. Il fatto che le banche locali tedesche abbiano in portafoglio titoli pubblici della Grecia, o
del Portogallo, rappresenta, in questo momento l’unica fragilità latente del modello tedesco. Come è facile
capire dalle cronache recenti, invece, si è messo in moto, sul fronte meridionale dei confini europei, ma
maturerà nel tempo, un processo simile al sistema di relazioni che fanno perno sulla Germania. Parliamo,
evidentemente della crisi e del processo di trasformazione del regime di Governo nei paesi della costa
meridionale del Mediterraneo.
Questa crisi dei paesi del
nord africa vede la Francia come leader operativo del gruppo internazionale di intervento su quelle aree.
Nella fase di tutela della popolazione e ripristino di un ragionevole equilibrio istituzionale. In futuro la
Francia potrebbe, mutatis mutandis, assumere un ruolo di snodo e coordinamento analogo a quello che la Germania
esercita verso la Russia ed il triangolo baltico. La Francia e la Germania diventerebbero, in altre parole, le
due economie di relazione, le due cerniere con i continenti limitrofi, verso oriente e verso il sud del mercato
europeo.
L’Europa sarebbe, ancora una volta, guidata dall’asse francotedesco: come ai tempi del regno di Francia e
dell’impero continentale che apparteneva a Carlo V. Allora sull’impero non tramontava mai il sole ed esso era il
centro del mondo sviluppato. Germania e Francia saranno, invece, le colonne portanti della regione europea ma
anche i ponti di accesso capaci di collegare la regione europea alle altre aree mondiali in espansione.
Resterebbe poco spazio economico ed un ancora più esiguo ruolo politico per il nostro paese in questo contesto,
purtroppo Una opzione l’Italia, tuttavia, potrebbe ancora cercare di sviluppare, per assumere un ruolo nella
gestione della cerniera meridionale dell’Europa: quella che la vede fronteggiare il sistema delle nazioni
nordafricane, alle quali, in futuro, potrebbe affiancarsi l’area dei paesi balcanici, la Turchia e la regione
del Medio oriente.
Ci riferiamo al caso della soluzione adottata a Bretton Woods nel 1944.
Al Fondo Monetario Internazionale venne affidato il coordinamento degli squilibri temporanei delle
bilance di pagamenti tra paesi.
Mentre, alla Banca Mondiale, era assegnato l’obiettivo di sostenere i “paesi sottosviluppati” per
accompagnare quei paesi verso l’uscita dalla condizione di importatori netti, garantendo trasferimenti di
risparmio addizionale e monitorando l’investimento di quei flussi di risparmio: perché si traducessero in
investimenti capaci di allargare la creazione di reddito nei paesi stessi, arrivando progressivamente ad un
volume di prodotto interno lordo capace di alimentare con risparmio nazionale il volume degli investimenti
coerente con il pieno impiego delle risorse umane disponibili.
Creare oggi una grande istituzione finanziaria del Mezzogiorno sarebbe certamente utile ed opportuno.
Al suo capitale dovrebbero partecipare organismi internazionali, qualche banca estera che le conferisca una
sistema di relazioni a scala mondiale, imprese e risparmiatori del Mezzogiorno. Questa banca dovrebbe creare un
organizzazione di elevata reputazione professionale: capace di raccogliere risparmio nel mondo ed utilizzarlo
per portare le imprese meridionali sul mercato mondiale.
Sarebbe intelligente immettere in questo progetto larghissima parte dei fondi erogati dall’Unione Europea per le
politiche di sviluppo e coesione, piuttosto che frammentare la loro utilizzazione in effimeri traguardi locali
(vd nota 4).
2. L’economia italiana: Dalla Cassa del Mezzogiorno alla “pentola bucata”
A partire dagli anni novanta si nota, nella dinamica delle esportazioni italiane, una contrazione progressiva
della loro quota sul mercato internazionale, sia in valore che in volume. Il fenomeno si presenta in termini
aggregati, e questa circostanza induce a considerarlo come un effetto di una progressiva perdita della capacità
di competere del nostro sistema economico (vd nota 5). Ma molte analisi puntuali su imprese, e sistemi o reti di
imprese tra loro collegate, mostrano che esiste, e si manifesta, una capacità di aumentare la dimensione delle
rispettive produttività e capacità di competere, ribaltando la tendenza, almeno per quelle imprese e reti di
imprese, alla contrazione delle quote di mercato internazionale. Esiste, in altre parole, sia un problema di
produttività di sistema, che penalizza l’economia italiana come un tutto, comprimendone la capacità di
competere, che un problema di produttività aziendale che consentirebbe, una volta risolto, di aumentare
la capacità di competere. Ma solo a condizione che le imprese, capaci di ottenere un tale incremento della
propria produttività aziendale, generassero l’effetto di più che compensare il declino della produttività di
sistema (vd nota 6).
La bassa produttività si combina con una seconda fenomenologia.
Se, in una determinata area del paese si registrasse in maniera ricorrente e sistematica una progressiva
posizione di credito o di debito commerciale verso il resto dell’economia italiana, ed il resto del mondo, se ne
dovrebbe trarre la conclusione che in quelle aree, anche in presenza di imprese competitive alla scala del
mercato internazionale, il sistema come un tutto sarebbe incapace di ribaltare il segno della propria bilancia
commerciale e, dunque, verrebbe confermata l’ipotesi di un persistente dualismo tra le due Italie.
Un dualismo che imporrebbe, anche alle imprese di successo dell’area importatrice netta, di dover
convivere con un regime di bassa produttività media del territorio di riferimento per la propria produzione. Ne
seguirebbe la conseguenza che, fermi restando i costi frizionali relativi alla effettiva delocalizzazione della
produzione industriale da quelle aree, aumenterebbe l’incentivo per le imprese a lasciare l’area di
localizzazione, in una ottica di medio periodo (vd nota 7).
E se questa opzione strategica si traducesse in una scelta effettiva, allora quell’area del paese assisterebbe
ad una contrazione delle dimensioni della propria base industriale e, di conseguenza, ad un aumento ulteriore
della posizione di debito verso il commercio internazionale, e di quella, simmetrica, di dipendenza dai flussi
finanziari provenienti dall’esterno, allargando il dualismo tra quelle aree e le rimanenti aree del paese.
Esiste, insomma, una sorta di inerzia dinamica che esaspera il dualismo in presenza di uno scarto
sistematico tra produttività aziendale e produttività di sistema nelle singole regioni italiane. Circostanza che
si riproporrebbe ad una scala allargata, come le nazioni europee, se e quando se ne presentasse la medesima
manifestazione. Paolo Savona, insieme ad un gruppo di economisti, mostra, in un recente volume, sia la
persistenza nel tempo, dal 1995 al 2005, di posizioni , di credito o debito, nelle bilance dei pagamenti
regionali che la correlazione tra regioni importatrici dalle altre regioni e regioni importatrici dal resto del
mondo. Ed anche della medesima correlazione tra regioni esportatrici verso altre regioni italiane e regioni
esportatrici verso il resto del mondo.
Rimandiamo il lettore al volume in questione (vd nota 8).
Nel 1992, l’ultima
svalutazione della lira, prima dell’ingresso nella moneta unica europea, aveva offerto una ulteriore deriva
positiva all’economia del centro nord. Quella deriva si è arenata sugli scogli della bassa produttività reale,
delle imprese e del sistema, una volta inibito il ricorso alla svalutazione ed avendo subito il progressivo
apprezzamento della moneta unica rispetto al livello iniziale di emissione della stessa (vd nota 9). Il tratto
dominante di questa criticità, tuttavia, non sembra riassumibile in una generica ed indistinta categoria, il
declino progressivo del paese, ma piuttosto riconducibile ad una sorta di ambiguità: il dualismo nella
fenomenologia economica italiana presenta un tratto di ambiguità nel senso che emergono forme nuove ed
innovative, in alcune aree ma esse non riescono a restituire, al paese come un tutto, un tratto identitario
complessivamente innovativo.
Il nostro paese – e questa è una prima conclusione, un giudizio sullo stato delle cose – è diventato
un insieme sempre più ipoadditivo: la somma delle sue fenomenologie appare sistematicamente inferiore al
valore del paese come un tutto, come l’insieme di quelle fenomenologie.
3. La morale della favola
Partiamo da uno condizione di fatto: l’Italia è un’economia in crisi da molto prima della crisi. È stata
un’economia incapace di crescere negli ultimi dieci, forse quindici anni. Se guardiamo alle analisi dei
principali organismi internazionali, dal Fondo monetario internazionale all’OCSE, troviamo il nostro paese in
coda nella graduatoria della crescita: da molto prima della turbolenza finanziaria e forse anche da prima che
fosse adottata la moneta unica, l’Euro (vd nota 10).
A questa prima considerazione se ne deve aggiungere una seconda. Quella relativa alla politica fiscale: siamo un
paese ad elevata pressione fiscale e, se sommiamo, i contributi previdenziali al gettito fiscale
arriviamo a livelli di redistribuzione veramente eccessivi.
Abbiamo uno Stato che estrae più della metà del reddito dal sistema economico per ridistribuirlo con una qualità
dei servizi che, spesso, risulta inferiore a quella dei paesi in via di sviluppo.
Infine dobbiamo ricordare che sono la bassa produttività di sistema ed il dualismo economico tra Nord e Sud che
ostacolano la crescita.
Il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno è mediamente un quarto di quello italiano, oscilla tra il 24 e
il 26%; la popolazione del Mezzogiorno è pari a un terzo di quella totale italiana; i disoccupati sono
la metà del totale nazionale e un quarto delle famiglie italiana povere vive nel Mezzogiorno.Inoltre,
secondo dati elaborati da Mediobanca ed Unioncamere (vd nota 11), un decimo delle piccole e medie imprese che si
aggregano ed esportano nel mercato mondiale, sono localizzate nel Mezzogiorno mentre in Lombardia la quota di
questa tipologia di imprese arriva al 30% del totale nazionale. Guardando a questi numeri il Mezzogiorno
dovrebbe avere uno standard di benessere ancora più basso di quello che si può osservare.
Il benessere aggiuntivo dipende dal fatto che la politica di sostegno nazionale ha reso l’economia meridionale
dipendente dalla spesa pubblica, generando l’effetto “pentola bucata” di cui si è già detto. Questa
politica ha avuto due picchi, il primo negli anni ’80, dopo il terremoto e grazie alla legislazione che ne
derivò: quando si manifestò una imponente dimensione di flussi di spesa pubblica che, invece di riequilibrare la
base economica, espandendone le dimensioni rispetto alla base demografica, si tradusse in una redistribuzione di
risorse monetarie alla popolazione, innalzando la capacità di spesa ed il reddito disponibile delle famiglie.
Con un clamoroso effetto sulle importazioni nette. Gli anni ’90 erano stati anni di basso profilo congiunturale,
seguiti alla crisi finanziaria del ’92, alla svalutazione della lira ed alla deflazione della maximanovra
realizzata con la legge finanziaria. Nel 2000 arriva la moneta unica ma anche Agenda 2000, con
un’ulteriore spesa aggiuntiva nel Mezzogiorno.
Dopo la nascita dell’Euro l’Italia non è più esportatrice netta, anche perché non è solo il Sud a funzionare
come una pentola bucata. Esiste uno squilibrio tra base demografica e base economica ma i fondi monetari spesi
nel Mezzogiorno non generano né infrastrutture, né nuove imprese, capaci di produrre a prezzi competitivi
rispetto al mercato interno ed internazionale. Quei fondi si traducono essenzialmente in un sussidio al reddito
e, quindi, ai consumi delle famiglie. E, parallelamente, nell’ultimo decennio anche le regioni del Nord e del
Centro diventano importatrici nette. L’intera economia italiana consuma più di quanto produca: non è più in
grado di essere esportatrice netta. In queste condizioni immaginare politiche della crescita è abbastanza
difficile. Né risulta sufficiente ipotizzare un “Piano per il Sud”.
Vorrebbe dire bruciare per la terza volta, risorse monetarie per aumentare le importazioni. Ripeteremmo
l’esperienza poco efficace che abbiamo sperimentato con agenda 2000 e negli anni ‘80 con il terremoto. D’altra
parte la stessa opzione del federalismo presenta una scarsa credibilità: non posso dare servizi standard se il
Mezzogiorno presenta un terzo della popolazione ed un quarto del reddito.
Ci vorrebbe un meccanismo compensativo.
Nel Sud, infine, si è sviluppata una grande estensione del lavoro nero e del lavoro opaco. Quali sono gli
svantaggi economici e fiscali del lavoro nero e del lavoro opaco? Il primo è di carattere oggettivo, c’è meno
gettito fiscale. In questo modo si accentua ulteriormente lo squilibrio tra qualità dei servizi e copertura
finanziaria degli stessi. Nel Sud alla riduzione del gettito corrispondono servizi pessimi ma comunque pagati
dal gettito generato dal maggiore reddito del Nord. Ma c’è una seconda conseguenza, più pericolosa sotto il
profilo della dinamica sociale: il lavoro nero, che riduce il gettito fiscale e previdenziale, è una forma di
dumping verso le altre imprese e crea un’area grigia, una terra di nessuno dove si sviluppa anche il lavoro nero
criminale. L’attività organizzata della delinquenza, nel Mezzogiorno è in qualche modo favorita dal fatto che
esista una diffusa illegalità. Quindi il problema del Mezzogiorno oggi non è tanto quello di battere la forza e
l’aggressività delle bande camorristiche – compito che le forze di polizia svolgono comunque – ma contenere la
illegalità diffusa, altrimenti rimane aperta questa zona grigia nella quale crescono malessere e patologia
sociale. Occorre immaginare, insomma, un percorso di riorganizzazione delle politiche pubbliche e creare
condizioni di sistema che consentano al paese di produrre di più.
Se riuscissimo a realizzare la riorganizzazione delle politiche pubbliche, allora il Mezzogiorno sarebbe
lo strumento per ritrovare la strada della crescita. E se la nuova crescita ci consentisse di riequilibrare
il rapporto tra popolazione e dimensione della base economica, nonché quello tra legalità e illegalità,
sarebbe interessante anche per capitali ed imprese estere venire ad investire in Italia. Naturalmente
occorrerebbe il supporto di un sistema di intermediari finanziari specializzati che dovrebbe trasferire
risparmio in Italia ed, all’interno dell’Italia, accentuare la capacità di trasferimento dal risparmio
all’investimento. La banca di sviluppo per il Mediterraneo di cui si è già detto sarebbe una parte importante di
questa riforma del mercato e degli intermediari bancari nel Mezzogiorno . Allargare la crescita nel Sud allarga
la crescita dell’Italia e ne riduce la fragilità finanziaria, aprendo al paese una prospettiva di sviluppo a
ritmi allineati con la media mondiale, anche grazie alla ripresa delle connessioni finanziarie e commerciali con
il resto del mondo.
L’Italia ha bisogno di aprirsi agli scambi e non di dividersi in perimetri subnazionali, che finirebbero
per essere tentati da ambizioni e suggestioni di tipo autarchico e non spinti ad accettare le logiche
dell’integrazione e della cooperazione economica internazionale.
Una segmentazione federale dell’Italia ne riduce la visibilità sul mercato mondiale e ne impedisce una crescita
più sostenuta.
E questa mancata crescita sarebbe un problema per lo squilibrio tra la dimensione del debito pubblico e la
necessità di politiche pubbliche capaci di correggere le patologie del paese. Ma anche un problema che, cumulato
con gli altri squilibri dell’Europa latina, comprometterebbe anche il destino di quella “penisola del continente
asiatico” che l’Europa ha una probabilità crescente di diventare.
NOTE
1 Si veda il l World Economic Outlook (WEO) April 2011. Download at
http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/01/index.htm
2 Sui rischi e le opportunità dell’allargamento si rinvia a C. Imbriani e M. Lo Cicero, Gli effetti
dell’allargamento dell’Unione Europea. Politiche industriali compatibili e disuguaglianze strutturali, in
Politica Agricola Internazionale, n. 2, aprile-giugno 2003.
3 L’euro, al 4 gennaio del 1999 quota 1,178 sul dollaro americano mentre, negli ultimi mesi si è attestato
nell’intorno superiore di 1,400 dopo aver toccato il suo massimo, a quota 1,590, alla data del 15 luglio nel
2008.
4 Di una simile prospettiva si può leggere sia in Massimo Lo Cicero, Sud a Perdere? Rimorsi, rimpianti e
premonizioni, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2010 che in un recente articolo di Alberto Quadrio Curzio, Il
progetto economico europeo e la realizzazione italiana, pubblicato il 3 aprile 2011 sul Corriere della Sera.
Un simile approccio si può ricollegare al World Development Report della banca Mondiale, Building Institutions
for Markets, che si può consultare at
http://wdronline.worldbank.org/worldbank/a/c.html/world_development_report_2002/abstract/WB.0-1952-1606-7.abstra
ct.
5 Mario Draghi ha affrontato questo tema in tre occasioni pubbliche durante il 2010.
Nelle “Considerazioni Finali” sull’andamento dell’economia italiana nel 2009, lette il 31 maggio,
Il Governatore scrive che “Nell’Unione monetaria stagnazione, disoccupazione e, alla lunga, tensioni nel
bilancio pubblico sono l’inevitabile conseguenza della perdita di competitività.
La correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita. Nei dieci anni precedenti la
crisi, la produttività di un’ora lavorata è salita del 3 per cento in Italia, del 14 nell’area dell’euro. Negli
stessi anni l’economia italiana è cresciuta del 15 per cento, contro il 25 dei paesi dell’area. Il tasso di
occupazione degli italiani resta basso, 57 per cento nel 2009, 7 punti meno che nell’area; il divario è più
ampio per i giovani e raggiunge 12 punti per le donne. In molte altre occasioni abbiamo affrontato il tema delle
riforme strutturali. La crisi le rende più urgenti: la caduta del prodotto accresce l’onere per il finanziamento
dell’amministrazione pubblica; i costi dell’evasione fiscale e della corruzione divengono ancora più
insopportabili; la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani”. Nell’intervento alla
Giornata mondiale del Risparmio, il 28 ottobre, Draghi traccia un bilancio delle divergenze sulla politica
economica nelle diverse aree dell’economia mondiale. “La ripresa dell’economia è forte nei paesi emergenti,
debole negli Stati Uniti, diseguale nell’area dell’euro. Le risposte di politica economica sono difformi. Le
politiche monetarie restano ovunque espansive, ma mentre nell’area dell’euro si inizia a discutere di un
rientro, negli Stati Uniti si preannunciano ulteriori ampliamenti della liquidità attraverso acquisti di titoli
del Tesoro da parte della Riserva Federale. In Europa le politiche di bilancio sono ormai decisamente orientate
a contenere i disavanzi e a ridurre il debito; non così altrove. Interventi sui cambi sono utilizzati in alcuni
paesi per sostenere le esportazioni. Gli squilibri nei pagamenti internazionali tornano ad ampliarsi; le valute
il cui cambio è lasciato alla determinazione del mercato risentono del divaricarsi delle politiche e delle
conseguenti tensioni speculative; la stessa ripresa mondiale è a rischio. Non vi è altra risposta che un più
stretto coordinamento tra le politiche economiche dei principali paesi”.
Ed, infine, nella lezione magistrale che tiene nella Università di Ancona il 5 novembre: “Secondo le stime del
Fondo Monetario Internazionale, la quota dell’area dell’euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, a
parità di potere d’acquisto, scenderà al 13 nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti asiatici
raddoppierà, dal 15 al 29 per cento: non tanto a causa della crescita della popolazione, quanto per l’aumento
del PIL per abitante, che passerà nel 2015 al 20 per cento di quello dell’area dell’euro, dall’8 del 2000. È
sufficiente questo dato per descrivere il mutamento radicale negli equilibri economici mondiali. La nostra
economia ne risente più di altre. Essa manifesta da anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti; l’ultima
recessione ha fatto diminuire il PIL italiano di quasi 7 punti. Abbiamo subito una evidente perdita di
competitività rispetto ai nostri principali partner europei. Tra il 1998 e il 2008, nei primi dieci anni
dell’Unione monetaria, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore privato è aumentato del 24 per
cento in Italia, del 15 in Francia; è addirittura diminuito in Germania. Questi divari riflettono soprattutto i
diversi andamenti della produttività del lavoro: in quel decennio, secondo i dati disponibili, la produttività è
aumentata del 22 per cento in Germania, del 18 in Francia, solo del 3 in Italia. Nello stesso periodo il costo
nominale di un’ora lavorata è cresciuto in Italia del 29 per cento: più che in Germania (20 per cento), molto
meno che in Francia (37 per cento). La maggiore inflazione italiana ha contenuto i salari reali, allineandone la
dinamica a quella tedesca (3 per cento nel decennio); ma in Germania le retribuzioni orarie medie, all’inizio
del periodo, erano di oltre il 50 per cento maggiori delle nostre. In Francia le retribuzioni reali orarie sono
aumentate del 16 per cento. Per comprendere le difficoltà di crescita dell’Italia, dobbiamo innanzitutto
interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività. I fattori sono molteplici. Alcuni sono
simili a quelli che distinguevano il “modello di sviluppo tardivo” dell’Italia, come lo definì Fuà: marcati e
persistenti dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro. La loro origine stava per Fuà nella
difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative
e produttive sviluppate nei paesi leader. Ne derivava una segmentazione della struttura produttiva tra imprese
“moderne” e “pre-moderne”, con ampie differenze di produttività, che si riflettevano nelle retribuzioni. La
dimensione media delle imprese italiane rimane ridotta nel confronto internazionale. In passato, quando
l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione d’impresa poteva dare flessibilità al
sistema produttivo, meglio se attraverso un’aggregazione in distretti. Oggi l’innovazione riguarda
principalmente i prodotti e la loro diversificazione: per le imprese più piccole si rivela sempre più difficile
sfruttare le economie di scala e competere con successo nel mercato globale. Nel mercato del lavoro il dualismo
si è accentuato. Rimane diffusa l’occupazione irregolare, stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale
delle unità di lavoro. Le riforme attuate, diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato
l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti la crisi, più che nei maggiori
paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro
precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su
produttività e profittabilità. Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca
d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei
inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero”.
6 Questa interpretazione appare, in maniera compiuta, nel rapporto curato dal Centro Studi Confindustria, dal
titolo Le sfide della politica economica, per rafforzare l’Italia, Autunno 2010, Roma 13 settembre 2010. E verrà
successivamente riproposta in maniera sempre più analitica, fino ai documenti allegati all’ultima assemblea
annuale della Confindustria, tenutasi a Roma il 23 maggio 2011.
7 In questo caso, le imprese competitive dell’area importatrice netta scontano una esternalità negativa che
deriva dalle condizioni di contesto nell’area in cui si trovano, cioè dalla bassa produttività di sistema, che
impone loro di integrarsi verticalmente, aumentando i propri costi fissi, essendo inesistente od inefficace la
fornitura dall’esterno di servizi che trasformerebbero quei costi fissi in costi variabili. Queste imprese di
successo devono scontare un aumento del proprio break even point a parità di prezzi e di domanda internazionale.
Ed, in casi nei quali la domanda internazionale sia stagnante, o si presenti una contrazione dei prezzi
internazionali, risultano penalizzate da questa circostanza. Il loro dilemma strategico diventa una scelta tra
la negatività minore, integrarsi verticalmente e scontare l’aumento dei costi fissi, o delocalizzare e scontare
i costi di trasferimento in un’altra localizzazione.
8 Si veda Riccardo De Bonis, Zeno Rotondi, Paolo Savona ( A cura di ), prefazione di Roberto Nicastro, Sviluppo,
rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane, Editori Laterza Unicredit, Roma – Bari 2010. Per ulteriori
valutazioni sul contenuto del volume si veda Massimo Lo Cicero, Cause e conseguenze della trasformazione
dell’economia meridionale in una “pentola bucata”, in economia Italiana numero 3/2010
9 L’euro, al 4 gennaio del 1999 quota 1,178 sul dollaro americano mentre, negli ultimi mesi si è attestato
nell’intorno superiore di 1,400 dopo aver toccato il suo massimo, a quota 1,590, alla data del 15 luglio nel
2008.
10 Anche l’Istat , oltre gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, l’ultimo rapporto
del quale è stato citato precedentemente, nel suo ultimo Rapporto annuale – La situazione del paese nel 2010 –
conferma questo giudizio. Si veda, in particolare la tavola esposta alla pagina 13. Il rapporto si può scaricare
at http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/rapporto_2011.pdf
11 Si veda “Le medie imprese industriali italiane”, un rapporto annualmente implementato negli ultimi dieci
anni. Che si può leggere at http://www.mbres.it/ita/mb_pubblicazioni/imprese.htm
Questo articolo è apparso su Alternative per il
socialismo, bimestrale diretto da Fausto Bertinotti

Per uscire dalla crisi ci vorrebbe un Roosevelt
La recessione è una trappola che blocca sia l’economia che il comportamento degli individui: perché ferma gli scambi e, di conseguenza, la produzione. E se niente si muove si diffonde la convinzione che non valga la pena muoversi: agire per cambiare le cose. La spirale si chiude su se stessa. Da quattro anni, nel 2008, in settembre, assistiamo al culmine della crisi con il fallimento di Lehman Brothers Holding: era stata fondata nel 1850. Da allora la crisi si è chiusa su se stessa ed, ancora oggi, il problema principale da risolvere rimane la differenza, di comportamenti e fenomenologie, che si osserva tra le due grandi economie avanzate del pianeta. Quella americana e quella europea.
Nel passaggio tra il 2011 ed il 2012, tuttavia, sembrano aprirsi squarci di sereno tra le nuvole della crisi. Cambia il vento? Non ne siamo sicuri, non si vede ancora una tendenza capace di portarci sulla strada della crescita. Ma affiorano nuovi modi per descrivere l’economia e per descrivere una crescita futura che sia diversa dal passato recente ed anche, una volta che i cambiamenti si presentassero in maniera più robusta, dal passato remoto della seconda metà del Novecento.
L’Europa aveva scommesso su una transizione che si sarebbe dovuta leggere nell’arco di dieci anni e che, al contrario, non è riuscita a compiersi.
Ora, in attesa della data del prossimo appuntamento europeo, il 2020, bisognerebbe smuovere sia le opinioni della classe dirigente che gli equilibri politici ed economici che hanno arginato la crisi ma che si sono rivelati incapaci nel darle una soluzione.
Non sarà facile ottenere questi risultati ma alcuni timidi segnali dicono, e fanno capire, che questo potrebbe avvenire nei prossimi anni. Cerchiamo di descrivere i tre livelli ai quali si potrebbe manifestare questo cambiamento: in Italia, in Europa e nel mercato globale.
C’è uno stallo, in Italia, tra due poli: dalla tensione tra i quali dovrebbe nascere, invece, l’energia capace di rimettere in moto l’economia nazionale. Lo stallo, inutile dirlo, si legge chiaramente nella tensione tra il parlamento, ed i partiti che in esso hanno creato una maggioranza assai vasta, la più estesa nella storia parlamentare degli ultimi venti anni, che non riesce a collegarsi con il Governo in carica, che presenta un profilo tecnico, nelle competenze dei suoi componenti, ma che sembra scollegato non solo dalla maggioranza parlamentare ma, per certi versi, anche dalla macchina burocratica dell’amministrazione centrale. Oltre che dal sistema, fin troppo ampio, del decentramento amministrativo (comune, provincie e regioni) che governa il paese ad una scala più diffusa.
Queste tre faglie, tra Governo e Parlamento, tra Governo ed amministrazione centrale e tra Governo e sistema degli enti, che governano i territori ad una scala locale, sono un problema ed una insidia: perché rallentano la diagnosi dei mali da superare e la terapia delle soluzioni e perché potrebbero generare una implosione dell’equilibrio, che era nato per garantire il superamento del punto di crisi più acuta e che rischia, deteriorandosi, di farci precipitare tutti, base economica e comunità nazionale. Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera del 3 maggio, hanno rappresentato adeguatamente la situazione attuale ed il suo stallo latente. Mario Draghi, d’altra parte, aveva spiegato, pochi giorni prima, che i mercati finanziari europei avevano bisogno di una dinamica fondata sulla resilience: arretrare per avanzare su un terreno più robusto; accusare il colpo per respingere le sue conseguenze, resistere ed assorbire e rilanciare la possibilità di una crescita. Tutte cose che si potrebbero realizzare ma che l’Italia, come il resto dell’Europa, non riesce ad ottenere. Almeno fino a quando le ruote dell’ingranaggio, la politica e l’amministrazione, non si incastrano reciprocamente e non consentono all’economia di incastrarsi con gli effetti di quel coordinamento atteso: tagliare le spese, ridare fiato ai consumi, riducendo le tasse, riaprire la porta agli investimenti e ripristinare il circuito del credito. Perché le banche possano, finalmente, sostenere gli investimenti delle imprese. Al sistema delle imprese serve una maggiore liquidità ed alle imprese, italiane, che hanno un credito verso lo Stato non si può e non si dovrebbe rispondere che quel credito non ha un debito di contropartita.
Si accerti il debito, delle amministrazioni pubbliche rapidamente, perché non può esistere un credito senza il debito di contropartita. La resilience che Mario Draghi ha offerto al sistema, con una politica monetaria innovativa, deve arrivare al suo risultato: ripristinare condizioni di crescita nella stabilità della base economica. Chiudendo il cuneo fiscale, per i prossimi anni e relativamente agli investimenti nuovi, si aiuterebbe ulteriormente la ripresa della crescita e, di conseguenza, dell’occupazione.
L’insieme di questi processi potrebbe ricevere un impulso positivo uscendo dalla sterile riproposizione del monetarismo fiscale da parte della classe dirigente europea, prima fra tutti la signora Angela Merkel. Non sono tempi nei quali la stabilità genera la crescita: sono tempi nei quali la crescita deve offrire una sponda affidabile alla stabilità delle finanze pubbliche. Non si tratta di mettere in sicurezza la finanza pubblica ma di mettere in sicurezza la base economica e la popolazione capace di lavorare, rendendola progressivamente occupata.
Non sono tempi da nuove Thatcher ma da nuovi Roosevelt.
Paolo Leon ha descritto bene questo trapasso, un nuovo new deal, dalla crisi degli anni alle nostre spalle ad una nuova e diversa dimensione dell’economia monetaria di produzione. Due libri pubblicati da Laterza, ed uno edito da Donzelli, mostrano come l’analisi economica si sia messa in movimento per uscire dalla tradizione neoclassica, legata alle armonie dell’equilibrio economico generale, ed affrontare i problemi relativi alla moneta ed alle banche, all’informazione ed ai beni collettivi.
Spence, Akerlof, Kranton ma anche Kahneman, Stiglitz ed Acemogu mostrano linguaggi e categorie analitiche che possono davvero darci una nuova politica economica: facendoci uscire dalla recessione e dalla depressione psicologica di massa che condiziona e mortifica le aspirazioni ed i comportamenti di imprese e consumatori. Naturalmente ad un pensiero economico diverso corrisponderà anche una struttura di rapporti, ed una relazione tra bisogni e regole, tra istituzioni e diritti, che non potrà essere quella del passato. Il cambiamento cancella il passato e ricostruisce un altro presente: la rigidità esclude il cambiamento. Per tutte queste ragioni, dette in termini molto sintetici, serve l’equilibrio dei giudizi di Stiglitz: viviamo in un mondo imperfetto e da quel mondo dobbiamo iniziare la strada per arrivare a soluzioni migliori; lasciando perdere i sogni palingenetici.
Ma serve anche la riflessione sui paradossi della globalizzazione e sui successi che quella globalizzazione, ed una finanza riordinata ma presente con tutti gli strumenti che può e deve mettere in campo, possono darci nella costruzione di un mondo migliore. Non troveremo il mondo migliore tornando indietro: un rischio che, nella cultura economica e politica dell’Europa, rimane ancora alto rispetto ai modi con i quali la cultura economica e politica anglosassone, che va ben oltre il perimetro degli Stati Uniti, riesce a scongiurare, garantendo soluzioni e percorsi che dobbiamo imparare a condividere.