Sono ormai più di dieci anni che interagisco con i miei studenti indiani e cinesi, sia a casa loro che in giro
per il mondo dell’Accademia che ho fondato nel 1999 – www.intentac.org, l’Accademia
internazionale per la creazione di imprese che nascono globali e con alte ambizioni di crescita nel loro DNA.
Ebbene, trovo sempre gli uni e gli altri fortemente determinati – proprio perché vivono quella giovane età in
cui è bassa la barriera del rischio – a tradurre i loro sogni in startup. Accettano anche un posto di lavoro,
ma lo usano come palestra per allenarsi alla corsa imprenditoriale. Fanno due o tre esperienze da dipendenti
nell’arco di un triennio e poi lanciano la loro startup. Per loro, ad essere precarie sono le aziende in cui
transitano, le quali corrono forti rischi di perdere i giovani migliori. Ecco perché sempre più si sente
ripetere nelle aziende indiane e cinesi la parola “intraprenditore” – chi nell’impresa svolge lavoro
imprenditoriale. Il giovane dipendente intraprenditore non è un ossimoro, è il modo di stringere inediti e
virtuosi legami tra imprese e giovani che non cercano un posto a libro paga, giacché sono determinati a correre
avventure imprenditoriali prima dentro l’impresa come intraprenditori e poi fuori, creando imprese che a loro
volta sono moltiplicatrici di occupazione. Ma, sciaguratamente, da noi non è così. Mille gli ostacoli, anzitutto
culturali, che lasciano (quasi?) senza concorrenti la corsa che parte dall’intenzione per concludersi in
un’ambiziosa azione imprenditoriale. “From Intention to Action
(Intentac), proprio come recita l’International Entrepreneurship Academy. Non cerco un
posto a libro paga, ma creo posti di lavoro con l’impresa che nasce dalla mia esperienza intraprenditoriale.
Precario? Perché mai?
Innovazione a fondo se vince l’arroganza
Cent’anni corrono tra l’affondamento del Titanic e l’altro della Costa Concordia. Illuminato dal Titanic Belfast, il nuovo museo della città irlandese dai cui cantieri navali uscì l’icona dei mari, un secolo pare essere trascorso invano. Essendo in entrambi i casi caduta rovinosamente dal piedistallo la statua della Soddisfazione del Cliente scolpita con lo scalpello dell’innovazione. Il Titanic fece sfoggio di un bel grappolo di innovazioni ricco di design, tecnologia (dai nuovi materiali in acciaio al telegrafo) progettazione, costruzione, estetica, arredamenti. Era mai possibile – si chiese l’armatore – rovinare quel bel frutto con tante scialuppe che toglievano la vista sul mare all’élite mondana e culturale ospitata in prima classe? A dispetto della stazza titanica della nave, le barche si ridussero a sedici. Marginalizzata la sostanza (sicurezza) e magnificata la forma (lo spazio aperto sulla linea dell’orizzonte) dell’innovazione, l’armatore finì col sacrificare 1523 vite che altrimenti, con molte più scialuppe, si sarebbero potute salvare. La storia si è ripetuta con la Costa Concordia. Il bel vedere grazie all’inchino all’isola del Giglio è stato un gioco d’innovazione relazionale, tra il capitano e i suoi ospiti a bordo, sfociato in tragedia.
Né l’iceberg né lo scalino roccioso del basso fondale del Glglio hanno fatto affondare il vecchio e il nuovo gigante del mare. Le due catastrofi sono state il frutto di un pensiero titanico impregnato di arroganza. La sindrome del cliente soddisfatto può condurre al disastro. E quando questo arriva ecco che le pubbliche relazioni innovano, massaggiandole, le parole. L’addetto stampa della White Star Line precisò che non c’era stata collisione, ma allisione. Come se lo scontro del Titanic con un oggetto fisso (ma l’iceberg si era mosso, eccome) fosse un fatto naturale, al contrario della collisione tra due navi dovuta all’errore umano. E analoghi massaggi di parole si sono visti con la Costa. Come le navi, anche le innovazioni vanno a fondo se concepite non per promuovere il benessere delle persone, ma per solleticarne il brivido di meraviglia. Ora con l’inaffondabile Titanic che viaggia al massimo dei giri. Ora con la città galleggiante del divertimento, la Concordia che accarezza le coste del Giglio.
piero.formica@gmail.com