Lo studio e l’analisi del “rischio vulcanico” abbraccia diverse discipline, non solo la vulcanologia, poiché il rischio stesso può essere mitigato sia attraverso il contributo della ricerca scientifica, con il monitoraggio dei vulcani e lo studio della previsione delle eruzioni, sia con adeguate politiche, finalizzate all’incremento della percezione dei fenomeni naturali da parte delle popolazioni locali, e alla diminuzione del valore esposto, ovvero, della quantità di beni e vite umane sottoposte al rischio. La città di Napoli si trova al centro di due aree vulcaniche attive, quelle del Vesuvio ad est e dei Campi Flegrei ed Ischia ad ovest, che in passato hanno generato eruzioni esplosive di grande energia. Gran parte della Piana Campana è stata ricoperta dai prodotti eruttivi delle eruzioni esplosive dell’Ignimbrite Campana, avvenuta circa 39.000 anni fa, e del Tufo Giallo risalente a circa 15.000 anni fa, i cui centri eruttivi sono stati identificati nell’area calderica dei Campi Flegrei. Ad Ischia, circa 55.000 anni fa, l’eruzione del Tufo Verde del Monte Epomeo causò lo sconvolgimento dell’intera morfologia dell’isola, il cui settore centrale sprofondò sotto il livello marino. Circa 3.800 anni fa un altro grande evento eruttivo, questa volta generato dal Vesuvio, devastò gran parte del territorio localizzato a nord e ad ovest del vulcano, arrivando ad interessare perfino aree dove sorge l’attuale abitato di Napoli. Con l’eruzione di Pompei, nel 79 d.C. il Vesuvio produrrà nuovamente la distruzione di una vastissima area, questa volta nel settore meridionale. Le nubi piroclastiche generate nel corso di questo evento catastrofico, seppellirono le città di Stabia, Oplonti, Ercolano e Pompei, con migliaia di vittime. La storia dei vulcani napoletani è costellata anche di eventi eruttivi di minore energia, gli ultimi risalgono al 1302 nell’isola d’Ischia, 1538 ai Campi Flegrei (Monte Nuovo) e 1944 al Vesuvio. Non sappiamo se queste eruzioni rappresentano la conclusione di cicli eruttivi, che potranno essere seguiti da lunghi periodi di quiescenza vulcanica, o se dobbiamo aspettarci nuove eruzioni, in un futuro molto prossimo. Quello di cui i vulcanologi sono certi è che i vulcani partenopei sono ancora attivi, anche se tale attività non si manifesta con eruzioni, ma con una serie di segnali a volte percepibili dall’uomo, molto più spesso riconoscibili solo con l’ausilio di opportune strumentazioni tecniche, che registrano i piccoli terremoti, le deformazioni del suolo, le variazioni di temperature delle fumarole, i cambiamenti del campo gravimetrico.
L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è certamente la più famosa al mondo e anche la più studiata da vulcanologi, archeologi, storici e sociologi. I resti delle città di Ercolano e Pompei, ricoperte dalle valanghe di ceneri e pomici incandescenti, le sequenze di depositi prodotti dal vulcano nel corso dell’eruzione ed i corpi umani rimasti sepolti e rinvenuti durante gli scavi, iniziati nel XVIII secolo, hanno consentito di ricostruire le principali fasi dell’eruzione, di comprenderne l’impatto sugli edifici e sulle persone e di analizzare le conseguenze che l’evento ebbe nell’area a livello sociale. Il ritrovamento delle lettere di Plinio il Giovane, che da Capo Miseno osservò l’eruzione del 79 d.C. e ne descrisse le fasi salienti, rappresenta un’ulteriore e preziosa testimonianza storica, che ha dato un contributo essenziale per comprendere la successione temporale degli eventi e la durata dell’eruzione.
Sebbene le grandi eruzioni siano fenomeni naturali che accadono con frequenza bassissima, il loro impatto sociale può essere devastante, specie quando accadono in zone ad alta densità urbanistica, e le loro conseguenze possono perdurare per molti anni. In alcuni casi alle grandi eruzioni vulcaniche vengono attribuiti cambiamenti naturali e sconvolgimenti della storia umana a livello globale e regionale, come la diminuzione delle temperature medie del Pianeta per effetto dell’immissione di ceneri nell’alta atmosfera, che fanno da scudo alle radiazioni solari, l’estinzione di specie animali o di intere comunità umane. Alcune speculazioni scientifiche sono state fatte, ad esempio, sull’impatto che l’eruzione del vulcano Santorini (Grecia), avvenuta tra il 1645 ed il 1625 prima di Cristo, causò sulla civiltà Minoica. Molti archeologi attribuiscono il declino di questa civiltà, e della sua potenza, all’attività eruttiva che causò lo sprofondamento dell’isola greca, con la formazione di una grande caldera, di flussi piroclastici e di uno tsunami di proporzioni apocalittiche. A tale evento, si ispira la legenda della scomparsa di Atlantide, descritta nei Dialoghi di Platone.
Gli apparati vulcanici capaci di produrre eruzioni di una tale energia, paragonabile all’impatto di un meteorite di grandi dimensioni, vengono definiti “super-vulcani”. Il termine fu coniato per la prima volta nel 2000, in una popolare trasmissione di divulgazione scientifica della BBC (Horizon) ed è successivamente entrato a far parte della letteratura scientifica. Le “super-eruzioni”, generalmente associate all’emissione di volumi di magma superiori a 450 km3, sono dunque capaci di produrre effetti distruttivi a distanze di alcune decine di chilometri dal vulcano, ed effetti indiretti, come la diminuzione della temperatura media stagionale, su scala globale. Non ci sono testimonianze dirette dell’uomo, in epoca moderna, di “super-eruzioni”, così come è ancora difficile per i vulcanologi capire se i fenomeni precursori di questi eventi catastrofici sono distinguibili da quelli causati da eruzioni di energia minore. Questo limite genera incertezze nella valutazione delle aree potenzialmente a rischio in caso di ripresa dell’attività vulcanica.
Una delle maggiori eruzioni accadute nell’ultimo milione di anni fu quella della caldera di Toba, nell’isola di Sumatra, che produsse oltre 2800km3 di materiale piroclastico e probabilmente causò una decrescita della popolazione del Pianeta e l’inizio di una glaciazione continentale, circa 75.000 anni fa. Un evento simile, anche se di energia molto inferiore, è quello accaduto nei Campi Flegrei, circa 39.000 anni fa (Ignimbrite Campana), con l’emissione di oltre 200km3 di ceneri e pomici, distribuitisi in tutta la Piana Campana. Vanno ricordate anche le più recenti eruzioni distruttive del Krakatau in Indonesia, nel 1883, del Taal e del Pinatubo, nelle Filippine, nel 1965 e nel 1991 rispettivamente. In particolare, l’eruzione del Krakatau, impressionò molti abitanti dell’Europa, dove le particelle di ceneri sottili immesse nell’atmosfera, causarono degli spettacolari tramonti, con colori particolarmente intensi ed inusuali. Si narra che nel famoso quadro “L’urlo” di Edvard Munch, in cui è ritratto sullo sfondo un cielo dai colori insoliti, l’artista fu ispirato dagli effetti atmosferici dell’eruzione del Krakatau. Un altro episodio singolare è legato all’eruzione del vulcano Tambora (Indonesia), nell’aprile del 1815. Anche in questo caso, durante la fase parossistica dell’eruzione, furono emessi nell’atmosfera centinaia di chilometri cubi di ceneri, che determinarono cambiamenti climatici, con un abbassamento delle temperature, che nel 1816 causò il famoso anno senza l’estate, ed un incremento delle piogge a livello globale. L’episodio singolare e che, secondo alcuni storici, la battaglia di Napoleone a Waterloo, svoltasi tra il 17 ed il 18 maggio del 1815, fu persa per le piogge ininterrotte causate dall’eruzione, che resero il terreno particolarmente fangoso, immobilizzando l’artiglieria pesante dell’esercito napoleonico.
Al di là degli episodi singolari, si comprende come le grandi eruzioni vulcaniche possono determinare effetti diversi a seconda della distanza dal centro eruttivo. Ma oltre ai danni e alle devastazioni, vanno considerati anche gli esiti benefici che i vulcani producono, tra cui il più importante è certamente legato alla fertilità dei suoli, valorizzati periodicamente dall’apporto di ceneri e pomici, che formano terreni ricchi in elementi preziosi per la crescita delle coltivazioni. Questa è una delle ragioni per cui le prime le prime civiltà contadine si insediarono alle falde dei vulcani napoletani. Al Vesuvio ed ai Campi Flegrei, le colonie greche e poi romane, si stabilirono a partire dai primi secoli avanti Cristo. Queste popolazioni furono attratte non solo dalla fertilità della terra, ma anche dalla bellezza dei luoghi e dagli effetti benefici delle acque termali sulla salute del corpo. In particolare, il benessere che i romani traevano dai bagni termali furono un richiamo forte, ai Campi Felgrei e ad Ischia, dove l’attività endogena si manifesta con la presenza di vigorosi campi geotermali. L’Isola d’Ischia deve la sua fama proprio alle manifestazioni geotermali, oggi intensamente sfruttate per l’industria termo-balneare, su cui si basa l’economia dell’isola.
Vivere nelle aree vulcaniche attive, soggette a periodici e repentini cambiamenti per effetto delle eruzioni, rende complessa l’organizzazione sociale, che deve contemplare il rischio associato all’attività vulcanica e valutarne il livello. Nell’area napoletana, ed in modo particolare nella fascia costiera vesuviana e nella caldera dei Campi Flegrei, il rischio ha raggiunto livelli non più accettabili, nel senso che una grande eruzione causerebbe perdite economiche, per la ricostruzione, e sociali, per l’allontanamento ed il re-insediamento delle popolazioni colpite, troppo alte da sostenere.
Per tale motivo è necessario invertire la tendenza all’espansione urbanistica, nelle aree a rischio, in atto dal secondo dopoguerra, attraverso politiche territoriali che creino le condizioni per una decrescita della pressione antropica ed una spontanea migrazione della popolazione verso aree a minor rischio. Per le condizioni in cui si trova il tessuto urbanistico, e per la mancata percezione del rischio da parte dei cittadini, sia nell’area vesuviana che in quella flegrea, i piani di evacuazione non sono sufficienti a garantire la sicurezza delle persone. Sarà necessario che le stesse popolazioni coinvolte nel problema si rendano compartecipi nelle politiche di gestione del territorio, incrementando il livello di conoscenza e di percezione del rischio e rivalutando il territorio stesso in una prospettiva di coabitazione con i vulcani non distruttiva.