Magma

Magma di Stefano Carlino di Stefano Carlino
Descrizione:
Vulcanologo


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Il Vesuvio come il Sakurajima?

Una baia, una città, un vulcano, tutto molto simile al nostro territorio, tranne per il fatto che il vulcano in questione è in eruzione, e non si chiama Vesuvio. Si tratta del Sakurajima, nella prefettura meridionale di Kagoshima (Giappone), che da lunedì scorso ha ripreso l’attività eruttiva, senza per ora destare preoccupazioni.  In questo lontano territorio la gente è abituata a convivere con il vulcano, che periodicamente da luogo ad eruzioni.

Nel 1914 il vulcano giapponese produsse una violenta eruzione, che dapprima si manifestò con una serie di forti esplosioni, ed in seguito generò potenti colate laviche che raggiunsero i villaggi circostanti.Nel corso dell’evento parossistico, il 13 gennaio, un violentissimo terremoto uccise 35 persone. Durante la fase finale dell’eruzione, la Caldera di Aira fu sommersa per 60 cm, a causa della subsidenza del suolo dovuta allo svuotamento della camera magmatica. Dopo il 1914, il Sakurajima entrò in eruzione nel 1955 , costringendo nuovamente gli abitanti a lasciare la zona. Nel 1960 fu costruito l’omonimo Osservatorio Vulcanologico.

Nella zona intorno al Sakurajima vivono non meno di 680,000 persone, e la stessa Kagoshima si trova a soli 8 km dalla bocca del vulcano, la stessa distanza di Pompei dal Vesuvio. Dopo l’ultima, significativa eruzione nel 1991   e quella più recente del maggio 2009,  il vulcano ha ripreso l’attività.

Nella vicina città di Kagoshima, sono stati costruiti appositi rifugi per mettersi al sicuro da colate piroclastiche e dalla pioggia dei lapilli , e sono da tempo attivi adeguati ed efficienti piani d’evacuazione, che scattano con il suono di una sirena.

La localizzazione del vulcano in una baia, il clima mite e la vicinanza di una grande città, con oltre 600.000 abitanti soggetti a rischio vulcanico, hanno contribuito a soprannominare Kagoshima, la “Napoli del Giappone”, somiglianza evidenziata anche dalle documentazioni fotografiche. Proprio con la città di Napoli, dal 1960, è attivo un gemellaggio. Ma quanto abbiamo appreso da questo gemellaggio? Rispetto al caso del Sakurajima, la storia dei disastri naturali legati all’attività vulcanica nell’area vesuviana nasce molto prima, almeno 3800 anni fa (eruzione di Avellino), come molto prima nasce l’Osservatorio Vesuviano, inaugurato nel 1845. Nonostante tutto, a differenza dei Giapponesi, il piano di evacuazione per l’area vesuviana rimane solo sulla carta e la quiescenza del Vesuvio produce una mancata percezione del rischio, anche per l’assenzadi adeguate politiche di mitigazione dei rischi naturali. Cosa abbiamo imparato dal gemellaggio Italia-Giappone? Nulla, per ora.

Il vulcano Sakurajima (Giappone)

 

 

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Casamicciola 1883

http://www.secoloditalia.it/stories/Societ%C3%A0/2841_allarme_rischi_sismici_a_napoli_il_fantasma_di_casamicciola/

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Bacoli: non fermate le ruspe

Le ruspe in azione a Bacoli rappresentano il primo tentativo, dopo anni di incuria del territorio e di mancata applicazione dei piani regolatori, di far rispettare le regole del vivere civile, in un’area fortemente cementificata. Non c’e’ peggiore peccato al mondo che distruggere la bellezza, quella che oggi un occhio attento può ancora scovare in moltissimi angoli del litorale flegreo, nonostante il territorio sia stato soggetto ad una metastasi che ne ha cambiato i connotati. Quando nelle serene giornate invernali mi concedo il lusso di una passeggiata mattutina o di un caffe’ sulla spiaggia di Capo Miseno, mi accorgo tuttavia che il carattere di questo territorio, quel coacervo di storia, archeologia, di vulcani e lunghi litorali sabbiosi che lo delinea così prepotentemente, riesce ancora a emozionarmi, ad attrarre la mia attenzione. Mi chiedo anche, se la gente che abita questi luoghi abbia le stesse mie percezioni, se i bacolesi o i puteolani si sentano in qualche modo feriti, quando vedono il loro territorio soggetto ad una continua e sistematica devastazione, dove l’abuso (non solo edilizio) e’ diventato una regola. Abbiamo perso la grande occasione di trasformare i Campi Flegrei in una delle aree archeologiche piu’ belle del mondo, di mantenerne quel carattere storico e paesaggistico così caro ai Greci ed ai Romani, di farne il luogo del piacere, dell’ozio (nell’accezione latina del termine), del turismo di alto livello culturale. Qui la gente si e’ data da fare, ma lo sforzo e’ stato nella direzione di accaparrarsi un pezzo di terra e costruirci abitazioni abusive, in molti casi anche dal gusto architettonico discutibile. E così che, inesorabilmente, si e’ cancellata la bellezza, arrivando a costruire direttamente sulle rovine greco-romane, sulle spiagge, in un’area per di più caratterizzata da un elevato rischio vulcanico (c’e’ anche un parco regionale, solo sulla carta). Qui si vedono cose che in qualsiasi altro paese non potrebbero essere neanche pensate. Non e’ poi così difficile fare queste cose, se le autorità competenti non controllano o se nessuno denuncia, basta solo un po’ di pazienza: si costruisce, senza permesso, un pollaio, che diventa una casetta rurale (di solito esteticamente orripilante), che diventa un villino, che diventa un condominio, che viene condonato, pagando un prezzo allo Stato ridicolo rispetto al danno ambientale, culturale e sociale arrecato a tutti noi. In questo c’è l’essenza della gravita’ dell’abuso edilizio, il danno sociale che ricade sulla nostra vita, cosicché ognuno di noi avrà sempre meno spazi dove trascorrere il tempo libero, e quegli spazi saranno nella nostra mente immaginati come potevano essere, nel rammarico di cosa invece sono diventati.
In questi giorni le ruspe in azione a Bacoli hanno incontrato la protesta di molti cittadini, anche di esponenti del mondo ecclesiastico, interpretata come gesto di solidarietà nei confronti di chi perde una casa, pur se costruita senza alcun rispetto delle leggi in materia edilizia. Francamente, più che una manifestazione di solidarietà a me e’ sembrata una triste constatazione che niente cambierà, nonostante la coraggiosa iniziativa intrapresa dalle amministrazioni locali. Questo non significa che bisogna fermarsi. Ci sono giovani, purtroppo ancora pochi, che abitano i Campi Flegrei, che percepiscono la trasformazione in negativo di questo territorio e si battono affinché le ruspe possano continuare a fare il loro lavoro, per cancellare anche la cultura dell’abuso e della privazione della libertà di chi vive nel rispetto delle regole. Ma non basta, serve una rivoluzione culturale, che sembra assai difficile, e senza la quale i Campi Flegrei perderanno quel poco di bello rimasto, superando il punto di non ritorno, che condurrà alla completa metastasi del territorio.

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Rischio idrogeologico: perchè tanti disastri?

Comprendere se un evento naturale come l’alluvione che ha colpito la costiera ligure nei giorni scorsi abbia, o no, carattere di eccezionalità non è immediato. Partiamo innanzitutto dal dato di pioggia del 4 novembre 2011. In poche ore a Genova Quezzi, dove è presente una stazione meteorologica, sono caduti circa 540 mm di pioggia. Gli anglosassoni chiamano questi eventi “Flash Flood”, alluvioni lampo, che proprio per il loro carattere di rapidità sono difficilmente prevedibili. L’elevata intensità della pioggia rende inefficiente l’infiltrazione dell’acqua nei terreni, così da determinarne un elevato afflusso lungo le linee naturali di impluvio, nei fiumi o nei canali artificiali. Il potere erosivo dell’acqua e la sua energia fa si che una grande quantità di particelle solide vengano trasportate sia in sospensione che per trazione all’interno del flusso, che scendendo verso valle incrementa progressivamente la propria energia. Ciò è causato sia dalla velocità del flusso d’acqua, sia dalla sua densità, che aumentando da monte verso valle, per il continuo arricchimento in particelle solide, diventa estremamente pericoloso. Un flusso di fango con un’altezza di mezzo metro e velocità di alcune decine pochi chilometri orari è già in grado di rendere difficilissimo l’equilibrio di una persona di corporatura robusta. Quando i volumi di acqua e di terra coinvolti in questi fenomeni aumento significativamente, il potere distruttivo di un’alluvione può arrivare ad abbattere mura, edifici, ponti. In questo sta, di fatto, la pericolosità di tali eventi, riassumibile in due punti cruciali: problematicità della previsione ed elevato potere distruttivo potenziale.

Ma quali possono essere le ragioni per cui si verificano così frequentemente questi eventi alluvionali catastrofici? La loro frequenza e’ effettivamente aumentata o sono altre le ragioni per cui percepiamo maggiormente il rischio legato a tali eventi? Nel 1970 a Genova si verificò una alluvione simile a quella registrata nei giorni scorsi, ma in quel caso i millimetri di pioggia caduti furono 900, quasi il doppio di quelli del 4 ottobre, e le vittime 44. Se si va a spulciare negli archivi meteorologici ci si accorge che nel nostro Paese eventi eccezionali di piovosità non sono poi tanto eccezionali, specie nei periodi autunnali. Se non e’ aumentata significativamente la frequenza delle alluvioni in Italia, e’ certamente incrementato l’impatto che queste determinano sul territorio, in termini di danni e vittime. Dal 1900 ad
oggi ci sono stati 53 importanti eventi alluvionali, che hanno causato oltre 2500 vittime. In un quadro generale, a livello globale, se si analizzano i dati della crescita delle aree urbanizzate e si comparano con il numero degli eventi catastrofici naturali, si denota subito una chiara correlazione tra crescita della popolazione e aumento dei disastri naturali. Il valore esposto del territorio e la sua vulnerabilità sono aumentati in maniera esponenziale, a partire dai primi anni del ’900. Ciò si manifesta, in caso di un evento naturale con carattere “eccezionale”, con un incremento dei danni e delle vittime. Il rischio, quindi e’ aumentato. Cosa fare? In primo luogo, in Italia, dove il territorio risulta diffusamente urbanizzato, pensare alle grandi opere infrastrutturali dovrebbe significare anche intervenire massicciamente per mettere in sicurezza le aree esposte a maggior rischio (alluvionale, sismico, vulcanico). Rispetto al rischio alluvione, sarebbe necessario eseguire uno studio approfondito sulla vulnerabilità degli edifici, definire le aree maggiormente esposte e agire secondo diverse direttive: interventi strutturali sul territorio finalizzati ad arginare gli effetti delle alluvioni; politiche serie di prevenzione ed educazione al rischio; creazione delle condizioni socio-economiche affinché possa determinarsi uno spontaneo allontanamento dei cittadini dalle aree a maggior rischio verso zone più sicure; abbattimento degli edifici localizzati nelle aree ad elevato rischio; interventi di forestazione di tali aree, spesso posizionate in prossimità delle sponde fluviali e degli sbocchi idrici naturali. Cosa occorre per fare tutto questo? Innanzitutto la volontà politica. Migliorare le condizioni di vita e di sicurezza dei cittadini e’ un dovere delle istituzioni (ma anche nostro), ma i politici non sembrano percepire il problema. In secondo luogo un ingente investimento di danaro sul lungo termine, dell’ordine di decine di miliardi di euro. Difficile pensarlo in un periodo di crisi economica così strutturale. In motli casi tuttavi i soldi sono stati dati alle regioni, mi riferisco ai finanziamenti della Comunità Europea che, paradossalmente non sempre riescono ad essere spesi, rischiando di ritornare al mittente.

Va evidenziato infine, e per l’ennesima volta, che in Italia manca la cultura della prevenzione. E’ contraddittorio, ad esempio, che i cittadini liguri abbiano ricercato il capro espiatorio di quanto accaduto a Genova, nella figura istituzionale del Sindaco. Se fosse stato dato l’allarme quel fatidico 4 novembre, i genovesi non avrebbero saputo cosa fare, perché tutto ciò che riguarda il problema dei rischi naturali, in Italia, viene ignorato, ed i piani di sicurezza, di prevenzione e di emergenza, rimangono solo sulla carta, e spesso neanche quello.

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La Geotermia in Italia: una risorsa “sprecata”

L’Italia è stato il primo paese a sperimentare, nel lontano 1904, le metodologie per lo sfruttamento del calore geotermico ai fini della produzione di energia elettrica.

Un moderno impianto geotermico in Islanda

La prima centrale geotermica nasce, infatti, a Larderello in Toscana, nel 1913, il cui successivo sviluppo, porterà la produzione di energia elettrica dagli allora 250 kW, agli attuali 810 MW di potenza installata. Per raffronto, va ricordato che la centrale nucleare di Caorso (PC), definitivamente dimessa nel 1990, produceva una potenza elettrica netta di 860 MW. Il geotermico, dunque, è molto competitivo e consente di estrarre dalle forze naturali una gran quantità d’energia rinnovabile e pulita. Le centrali geotermiche non comportano danni ambientali, e le nuove tecnologie adottate in questo campo consentono di ridurre al minimo il depauperamento della risorsa che, sebbene non infinita, può considerarsi in sostanza illimitata. Anche i costi per la produzione di energia geotermica si sono considerevolmente ridotti negli ultimi anni, dai 50-150 €/MWh (Megawatt/ora) del 2005, ai 50-100 €/MWh del 2010, fino alla previsione dei 40-80 €/MWh attesi per il 2020. Per quanto concerne l’energia elettrica prodotta dal nucleare, i costi si aggirano tra un minimo di 41 ad un massimo di 108 €/MWh (fonti: Nea-Oecd, Cbo, Epri, Houses of Lords, MIT, Eia-Doe, Moody’s).

Con queste premesse, e considerato che con l’ultimo recente referendum del 2011 gli italiani hanno nuovamente abrogato il nucleare, il geotermico sembra essere un’ottima scelta nella ricerca di fonti energetiche rinnovabili.

Nella regione Campania le prime ricerche per lo sfruttamento dell’energia geotermica iniziarono nel 1939, per opera della società SAFEN e in seguito nell’ambito di una Joint-Venture tra ENEL ed AGIP. Le indagini furono abbandonate verso la fine degli anni ’80, quando si preferì continuare ad investire nelle fonti tradizionali (carbone, petrolio).

La Campania può considerarsi, da un punto di vista geotermico, una delle regioni più calde d’Europa, per la presenza di masse magmatiche ubicate a piccola profondità nella crosta terrestre (tra 2 e 10 km circa), che hanno alimentato il vulcanismo dei Campi Flegrei, dell’isola d’Ischia e del Vesuvio. Le prime due aree vulcaniche, in particolare, hanno mostrato caratteristiche favorevoli allo sfruttamento del calore ai fini della produzione di energia termica ed elettrica. Il potenziale geotermico di queste aree è stato valutato dell’ordine di 17GWy (Carlino et al., 2011) (GigaWatt/anno; un GigaWatt è pari ad 1.000.000.000 di Watt), ciò significa che se anche una piccola percentuale di tal energia, immagazzinata nelle rocce e nei fluidi ad alta temperatura, fosse sfruttata correttamente, la Campania acquisirebbe un valore aggiunto, nell’attesa di una ripresa economica sul breve e sul lungo periodo. Investire sul geotermico significa dare un nuovo impulso all’economia, con costi ridotti per l’approvvigionamento energetico, con nuovi posti di lavoro, e con nuovi investimenti che sono cruciali per restituire alla nostra regione un ruolo di primo ordine nel campo della ricerca tecnologica sostenibile. La ricerca in questo campo non ha limiti, e le applicazioni tecnologiche potrebbero essere numerose, se coadiuvate da una politica energetica seria, fatta di impieghi di denaro adeguati e di incentivi per nascita di nuove imprese.

Per le caratteristiche morfologiche ed urbanistiche delle aree campane ad alto potenziale geotermico, una scelta adeguata per la produzione di energia geotermica sarebbe quella di costruire piccoli impianti, da 1 a 10 MW che, da un lato, abbatterebbero ulteriormente i costi per ogni MW prodotto, dall’altro renderebbero minimo l’impatto paesaggistico. Nelle aree vulcaniche di Ischia e dei Campi Flegrei, ad esempio, le temperature necessarie alla produzione di energia elettrica nel campo dell’alta entalpia (>150°C) si rinvengono già ad alcune centinaia di metri; questo significa che con un investimento di 2-3 milioni di euro, una goccia nel mare degli sperperi economici che proliferano nel nostro Paese, sarebbe possibile costruire un impianto geotermico di piccole dimensioni, con costi di ammortamento di circa 3 anni. La potenzialità di tutto il territorio italiano, nel campo dello sfruttamento dell’energia geotermica, si osserva anche nel fatto che, nonostante i pochissimi investimenti, e con il solo impianto di Larderello in funzione, l’Italia è al 5° posto nella classifica dei produttori mondiali di energia elettrica ricavata dal calore della Terra. Ancora una volta stiamo sottovalutando le risorse del nostro Paese.

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Campi Flegrei Deep Drilling Project

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Scienza e Montagna: il Monte Pericoloso

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MAGMA n°1 – periodico di informazione sul rischio vulcanico

Al seguente link potete scaricare il numero 1 di MAGMA
http://www.borghiniestocchetti.com/magma/

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Le grandi eruzioni vulcaniche che cambiano la storia

Lo studio e l’analisi del “rischio vulcanico” abbraccia diverse discipline, non solo la vulcanologia, poiché il rischio stesso può essere mitigato sia attraverso il contributo della ricerca scientifica, con il monitoraggio dei vulcani e lo studio della previsione delle eruzioni, sia con adeguate politiche, finalizzate all’incremento della percezione dei fenomeni naturali da parte delle popolazioni locali, e alla diminuzione del valore esposto, ovvero, della quantità di beni e vite umane sottoposte al rischio. La città di Napoli si trova al centro di due aree vulcaniche attive, quelle del Vesuvio ad est e dei Campi Flegrei ed Ischia ad ovest, che in passato hanno generato eruzioni esplosive di grande energia. Gran parte della Piana Campana è stata ricoperta dai prodotti eruttivi delle eruzioni esplosive dell’Ignimbrite Campana, avvenuta circa 39.000 anni fa, e del Tufo Giallo risalente a circa 15.000 anni fa, i cui centri eruttivi sono stati identificati nell’area calderica dei Campi Flegrei. Ad Ischia, circa 55.000 anni fa, l’eruzione del Tufo Verde del Monte Epomeo causò lo sconvolgimento dell’intera morfologia dell’isola, il cui settore centrale sprofondò sotto il livello marino. Circa 3.800 anni fa un altro grande evento eruttivo, questa volta generato dal Vesuvio, devastò gran parte del territorio localizzato a nord e ad ovest del vulcano, arrivando ad interessare perfino aree dove sorge l’attuale abitato di Napoli. Con l’eruzione di Pompei, nel 79 d.C. il Vesuvio produrrà nuovamente la distruzione di una vastissima area, questa volta nel settore meridionale. Le nubi piroclastiche generate nel corso di questo evento catastrofico, seppellirono le città di Stabia, Oplonti, Ercolano e Pompei, con migliaia di vittime. La storia dei vulcani napoletani è costellata anche di eventi eruttivi di minore energia, gli ultimi risalgono al 1302 nell’isola d’Ischia, 1538 ai Campi Flegrei (Monte Nuovo) e 1944 al Vesuvio. Non sappiamo se queste eruzioni rappresentano la conclusione di cicli eruttivi, che potranno essere seguiti da lunghi periodi di quiescenza vulcanica, o se dobbiamo aspettarci nuove eruzioni, in un futuro molto prossimo. Quello di cui i vulcanologi sono certi è che i vulcani partenopei sono ancora attivi, anche se tale attività non si manifesta con eruzioni, ma con una serie di segnali a volte percepibili dall’uomo, molto più spesso riconoscibili solo con l’ausilio di opportune strumentazioni tecniche, che registrano i piccoli terremoti, le deformazioni del suolo, le variazioni di temperature delle fumarole, i cambiamenti del campo gravimetrico.

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è certamente la più famosa al mondo e anche la più studiata da vulcanologi, archeologi, storici e sociologi. I resti delle città di Ercolano e Pompei, ricoperte dalle valanghe di ceneri e pomici incandescenti, le sequenze di depositi prodotti dal vulcano nel corso dell’eruzione ed i corpi umani rimasti sepolti e rinvenuti durante gli scavi, iniziati nel XVIII secolo, hanno consentito di ricostruire le principali fasi dell’eruzione, di comprenderne l’impatto sugli edifici e sulle persone e di analizzare le conseguenze che l’evento ebbe nell’area a livello sociale. Il ritrovamento delle lettere di Plinio il Giovane, che da Capo Miseno osservò l’eruzione del 79 d.C. e ne descrisse le fasi salienti, rappresenta un’ulteriore e preziosa testimonianza storica, che ha dato un contributo essenziale per comprendere la successione temporale degli eventi e la durata dell’eruzione.

Sebbene le grandi eruzioni siano fenomeni naturali che accadono con frequenza bassissima, il loro impatto sociale può essere devastante, specie quando accadono in zone ad alta densità urbanistica, e le loro conseguenze possono perdurare per molti anni. In alcuni casi alle grandi eruzioni vulcaniche vengono attribuiti cambiamenti naturali e sconvolgimenti della storia umana a livello globale e regionale, come la diminuzione delle temperature medie del Pianeta per effetto dell’immissione di ceneri nell’alta atmosfera, che fanno da scudo alle radiazioni solari, l’estinzione di specie animali o di intere comunità umane. Alcune speculazioni scientifiche sono state fatte, ad esempio, sull’impatto che l’eruzione del vulcano Santorini (Grecia), avvenuta tra il 1645 ed il 1625 prima di Cristo, causò sulla civiltà Minoica. Molti archeologi attribuiscono il declino di questa civiltà, e della sua potenza, all’attività eruttiva che causò lo sprofondamento dell’isola greca, con la formazione di una grande caldera, di flussi piroclastici e di uno tsunami di proporzioni apocalittiche. A tale evento, si ispira la legenda della scomparsa di Atlantide, descritta nei Dialoghi di Platone.

Gli apparati vulcanici capaci di produrre eruzioni di una tale energia, paragonabile all’impatto di un meteorite di grandi dimensioni, vengono definiti “super-vulcani”. Il termine fu coniato per la prima volta nel 2000, in una popolare trasmissione di divulgazione scientifica della BBC (Horizon) ed è successivamente entrato a far parte della letteratura scientifica. Le “super-eruzioni”, generalmente associate all’emissione di volumi di magma superiori a 450 km3, sono dunque capaci di produrre effetti distruttivi a distanze di alcune decine di chilometri dal vulcano, ed effetti indiretti, come la diminuzione della temperatura media stagionale, su scala globale. Non ci sono testimonianze dirette dell’uomo, in epoca moderna, di “super-eruzioni”, così come è ancora difficile per i vulcanologi capire se i fenomeni precursori di questi eventi catastrofici sono distinguibili da quelli causati da eruzioni di energia minore. Questo limite genera incertezze nella valutazione delle aree potenzialmente a rischio in caso di ripresa dell’attività vulcanica.

Una delle maggiori eruzioni accadute nell’ultimo milione di anni fu quella della caldera di Toba, nell’isola di Sumatra, che produsse oltre 2800km3 di materiale piroclastico e probabilmente causò una decrescita della popolazione del Pianeta e l’inizio di una glaciazione continentale, circa 75.000 anni fa. Un evento simile, anche se di energia molto inferiore, è quello accaduto nei Campi Flegrei, circa 39.000 anni fa (Ignimbrite Campana), con l’emissione di oltre 200km3 di ceneri e pomici, distribuitisi in tutta la Piana Campana. Vanno ricordate anche le più recenti eruzioni distruttive del Krakatau in Indonesia, nel 1883, del Taal e del Pinatubo, nelle Filippine, nel 1965 e nel 1991 rispettivamente. In particolare, l’eruzione del Krakatau, impressionò molti abitanti dell’Europa, dove le particelle di ceneri sottili immesse nell’atmosfera, causarono degli spettacolari tramonti, con colori particolarmente intensi ed inusuali. Si narra che nel famoso quadro “L’urlo” di Edvard Munch, in cui è ritratto sullo sfondo un cielo dai colori insoliti, l’artista fu ispirato dagli effetti atmosferici dell’eruzione del Krakatau. Un altro episodio singolare è legato all’eruzione del vulcano Tambora (Indonesia), nell’aprile del 1815. Anche in questo caso, durante la fase parossistica dell’eruzione, furono emessi nell’atmosfera centinaia di chilometri cubi di ceneri, che determinarono cambiamenti climatici, con un abbassamento delle temperature, che nel 1816 causò il famoso anno senza l’estate, ed un incremento delle piogge a livello globale. L’episodio singolare e che, secondo alcuni storici, la battaglia di Napoleone a Waterloo, svoltasi tra il 17 ed il 18 maggio del 1815, fu persa per le piogge ininterrotte causate dall’eruzione, che resero il terreno particolarmente fangoso, immobilizzando l’artiglieria pesante dell’esercito napoleonico.

Al di là degli episodi singolari, si comprende come le grandi eruzioni vulcaniche possono determinare effetti diversi a seconda della distanza dal centro eruttivo. Ma oltre ai danni e alle devastazioni, vanno considerati anche gli esiti benefici che i vulcani producono, tra cui il più importante è certamente legato alla fertilità dei suoli, valorizzati periodicamente dall’apporto di ceneri e pomici, che formano terreni ricchi in elementi preziosi per la crescita delle coltivazioni. Questa è una delle ragioni per cui le prime le prime civiltà contadine si insediarono alle falde dei vulcani napoletani. Al Vesuvio ed ai Campi Flegrei, le colonie greche e poi romane, si stabilirono a partire dai primi secoli avanti Cristo. Queste popolazioni furono attratte non solo dalla fertilità della terra, ma anche dalla bellezza dei luoghi e dagli effetti benefici delle acque termali sulla salute del corpo. In particolare, il benessere che i romani traevano dai bagni termali furono un richiamo forte, ai Campi Felgrei e ad Ischia, dove l’attività endogena si manifesta con la presenza di vigorosi campi geotermali. L’Isola d’Ischia deve la sua fama proprio alle manifestazioni geotermali, oggi intensamente sfruttate per l’industria termo-balneare, su cui si basa l’economia dell’isola.

Vivere nelle aree vulcaniche attive, soggette a periodici e repentini cambiamenti per effetto delle eruzioni, rende complessa l’organizzazione sociale, che deve contemplare il rischio associato all’attività vulcanica e valutarne il livello. Nell’area napoletana, ed in modo particolare nella fascia costiera vesuviana e nella caldera dei Campi Flegrei, il rischio ha raggiunto livelli non più accettabili, nel senso che una grande eruzione causerebbe perdite economiche, per la ricostruzione, e sociali, per l’allontanamento ed il re-insediamento delle popolazioni colpite, troppo alte da sostenere.

Per tale motivo è necessario invertire la tendenza all’espansione urbanistica, nelle aree a rischio, in atto dal secondo dopoguerra, attraverso politiche territoriali che creino le condizioni per una decrescita della pressione antropica ed una spontanea migrazione della popolazione verso aree a minor rischio. Per le condizioni in cui si trova il tessuto urbanistico, e per la mancata percezione del rischio da parte dei cittadini, sia nell’area vesuviana che in quella flegrea, i piani di evacuazione non sono sufficienti a garantire la sicurezza delle persone. Sarà necessario che le stesse popolazioni coinvolte nel problema si rendano compartecipi nelle politiche di gestione del territorio, incrementando il livello di conoscenza e di percezione del rischio e rivalutando il territorio stesso in una prospettiva di coabitazione con i vulcani non distruttiva.

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Magma

Magma è il nuovo blog che si occuperà di rischio vulcanico nell’area napoletana, di divulgazione scientifica nell’ambito delle problematiche riguardanti lo studio delle Scienze della Terra, ma anche di energia e di ambiente.

Proprio a Napoli, dai primi anni del ‘600, si assiste alla nascita e allo sviluppo della vulcanologia in senso moderno, dove grandi protagonisti nello studio delle Scienze della Terra hanno lasciato un’eredità culturale che non può essere ignorata. Napoli deve parte della sua fama proprio alla posizione geografica, localizzata tra due grandi aree vulcaniche attive, il Vesuvio ad est ed i Campi Flegrei e l’Isola d’Ischia ad ovest. Con l’incremento esponenziale della popolazione, verificatosi dall’ultimo dopoguerra, e con la quiescenza dei vulcani (l’ultima eruzione avviene al Vesuvio nel 1944) le aree abitative si sono espanse, spesso nel disprezzo delle regole urbanistiche, sia verso le pendici vesuviane, che sugli apparati vulcanici dei Campi Flegrei e di Ischia. Questo insieme di fattori ha determinato un aumento del rischio vulcanico, che oggi ha raggiunto un livello non più accettabile, in termini di sostenibilità dei costi e delle perdite di vite umane, in caso di evento catastrofico. Tuttavia, la presenza di vulcani attivi rappresenta anche una grande opportunità, che dovrebbe essere contemplata nei modelli di sviluppo sociale ed educativo del nostro territorio, nel tentativo di recuperare l’eredità culturale e la bellezza del paesaggio che la storia ci ha tramandato. L’informazione scientifica può fare molto in questa direzione, sollecitando il dibattito sul rischio vulcanico, e più in generale sull’educazione al rischio, aprendo nuovi canali di comunicazione tra mondo scientifico, amministratori locali e cittadini, in modo da comprendere più adeguatamente le trasformazioni in atto sul nostro territorio e la loro compatibilità con la dinamica di aree vulcaniche attive. Ci proporremo di dare il nostro contributo con scritti, rapporti e bollettini attinenti i vulcani attivi campani, con interventi della comunità scientifica nazionale ed internazionale, sperando di riaccendere l’interesse di quei milioni di napoletani, che quotidianamente, e spesso inconsapevolmente, convivono con il rischio vulcanico.

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